Quando l’architettura è arte (in montagna)

L’architettura è un’arte. Ci si dimentica spesso di questa verità (a volte gli stessi architetti se lo scordano, ne siano consapevoli o meno) e, anche quando la si ricorda, si concepisce esclusivamente attraverso l’opera architettonica in sé. Ciò non è sbagliato ma risulta una visione parziale: in quanto «organizzazione dello spazio antropizzato in cui vive l’essere umano», l’architettura si fa arte quando grazie all’opera concepita “inventa” (τέκτων, técton: “creare”, “plasmare”) lo spazio nel quale è inserita, dandogli nuova forma e nuova identità oppure rigenera e potenzia quella esistente, se il luogo già la possiede. D’altro canto è ciò che accade con qualsiasi altra opera d’arte autenticamente tale: un dipinto dozzinale non aggiunge nulla all’ambiente nel quale è esposto, un capolavoro invece vi aggiunge moltissimo: in bellezza, fascino, valore materiale e immateriale, piacere di starci, eccetera.

Due ottimi esempi di tutto questo – uno già realizzato, l’altro è augurabile che lo sia – li vedete qui.

Le Casermette di Moncenisio (Antonio De RossiLaura MascinoMatteo Tempestini del Politecnico di Torino, Edoardo Schiari e Maicol Guiguet di Coutan Studio Architetti), che ho già raccontato in questo articolo, sono un progetto solo apparentemente piccolo e in verità di grande e emblematica importanza per il luogo che le ospita, un comune montano tra i più piccoli d’Italia che ora possiede un mirabile strumento di rigenerazione per il proprio territorio e la sua intera comunità, perfettamente integrato nel paesaggio locale. Per questo e per molto altro al progetto sono stati insigniti due importanti riconoscimenti: il Premio internazionale Architettura Minima nelle Alpi e la “Bandiera Verde” 2024 di Legambiente, che in modi diversi ma armonici ne segnalano il valore.

La proposta per l’ampliamento e la riqualificazione del Rifugio Graffer, a 2261 m di quota sopra Madonna di Campiglio, (Enrico Scaramellini, Daniele Bonetti, Pietro Dardano, Stefano De Stefani di S+D Engineering) è un progetto che con molta attenzione cerca un nuovo equilibrio con l’esistente, mentre la scoperta del dettaglio e l’uso raffinato dei materiali è il fondamento di un profondo pensiero progettuale. Il porticato, luogo protetto che guarda verso il paesaggio in prossimità del secondo nuovo ingresso, si trasforma in uno spazio a doppia altezza in cui luce, materiali e dettaglio architettonico contribuiscono all’architettura e alla sua atmosfera.

Due manifestazioni di autentica e notevole arte architettonica, in buona sostanza, proprio in base a ciò che ho rimarcato lì sopra, e modelli esemplari di progettazione dello spazio e del paesaggio la cui capacità d’influenza nei territori montani è quanto mai auspicabile.

La montagna nel tritacarne dei luoghi comuni

[Foto tratta da www.percorsipanchinegigantivallidilanzo.it.]

Quasi niente è ciò che sembra, tutto è falso, come cantava Giorgio Gaber. E tutto cambia di continuo. Anche se i cittadini insistono a immaginarle un villaggio vacanze abitato da gente esotica, le Alpi contemporanee sono lo specchio del mondo liquido in cui galleggiamo o nuotiamo giù in città, e dappertutto, un po’ carcerati e un po’ fuggitivi, un po’ consumisti e un po’ green, forse sinceri nelle intenzioni, nei proclami e nel sogno, ma assuefatti alle falsificazioni.
Anche per questo il dialogo non fa progressi. Ognuno pensa, giudica e non di rado offende sulla base del proprio corredo simbolico, che non comunica con gli altri. I modelli non si parlano, come succedeva con i computer quando usavano linguaggi incompatibili. Perfino certe parole non servono più, del tutto vuote di senso, ritornelli buoni per i talk show. Per fare chiarezza, è probabilmente arrivato il momento di abbandonare anche le vecchie categorie del pensiero come “ambientalismo”, “valorizzazione”, “sviluppo”, perché sono entrate nel tritacarne dei luoghi comuni e non fanno altro che infuocare sterili scontri sulle pagine social, dove si sragiona per bande e appartenenze come alla partita di calcio.

[Enrico Camanni, La Montagna Sacra, Laterza, 2024, pag.125. Trovate qui la mia “recensione” al libro – il quale (spoiler!) è bellissimo e assolutamente da leggere.]

Un endorsement indiretto ma ineccepibile alla “Montagna Sacra”

L’ultimo numero de “La Rivista del Club Alpino Italiano” (il n°8, maggio 2024), si apre con una citazione di Reinhold Messner tratta dall’intervista in esso presente rilasciata dal grande alpinista a Andrea Greci, direttore del periodico CAI.

Ecco la citazione (cliccate sull’immagine per ingrandirla):

Bene: queste parole di Messner rappresentano uno dei migliori “manifesti” dell’idea di fondo del progetto della “Montagna Sacra, del cui comitato promotore ho l’onore di fare parte insieme a figure ben più importanti e prestigiose di me, protagoniste della giornata di ieri in Valle Soana della quale ho scritto qualche giorno fa (e scriverò nei prossimi giorni). È un che si concretizza nel gesto simbolico ma emblematico di rinuncia all’ascesa del Monveso di Forzo – la montagna nel Parco Nazionale del Gran Paradiso che ispira il progetto – posto come libero invito a chi vi aderisca.

In buona sostanza: «la rinuncia» a salire per accrescere il rispetto verso la montagna, l’avere coscienza che «con meno si può fare tutto» e dunque osservare un senso del limite nei riguardi dell’invasività umana nei territori naturali così da salvaguardarli e accrescerne il valore ecosistemico, il quale assume pure inestimabili valenze culturali e sociali. Dunque conferire nuovamente alla montagna la dote di rappresentare una “scuola di vita” ma senza la solita relativa retorica bensì con una sostanziale contestualizzazione culturale al tempo e alla realtà presenti.

Concetti fondamentali, questi, ma «difficili da far passare perché siamo immersi in una società del consumo». Ecco, proprio come sostenuto da Messner, e come constatato in alcune critiche che il progetto della “Montagna Sacra” ha ricevuto, basate più sull’incomprensione delle sue idee e delle finalità che su una loro autentica confutazione. D’altro canto sono concetti, quelli appena rimarcati, che la “Montagna Sacra” esprime e trasmette compiutamente con i quali si può immaginare che la gran maggioranza delle persone sia concorde. Ed è significativo che, a suo modo, una figura tra le maggiori di sempre dell’alpinismo e della montagna li abbia – a suo modo – così ben evidenziati.

Il nuovo “Ski Stadium” di Bormio e un divieto da diffondere in gran quantità nel paesaggio italiano

A Bormio sono cominciati i lavori per il nuovo “Ski Stadium” in vista delle Olimpiadi di Milano-Cortina 2026: 21 milioni di Euro (!) per un’opera che, tra le altre cose, è di una bruttezza sconcertante, un pugno nell’occhio di un paesaggio dal contesto prettamente alpino che abbisognerebbe di ben altra sensibilità architettonica, politica e culturale. Fateci caso, per dire, a come quella specie di “capannone” bormino assomigli a questo stabile industriale situato dalle mie parti:

D’altro canto lo “Ski Stadium” di Bormio è solo il più recente di una infinita serie di obbrobri architettonici costruiti sulle montagne italiane. Be’, avete presente il tipico cartello con la scritta «LASCIATE LIBERO IL PASSAGGIO»? Ecco, mi viene da pensare che sui nostri monti (e in molti altri luoghi di pregio del paese) dovrebbero essere piazzati in gran quantità dei cartelli simili, ma fatti così:

Povere montagne nostre, così spesso incomprese, maltrattate, degradate, svilite! Sarebbe veramente l’ora di smetterla con tutta questa sciatteria nei confronti del paesaggio e finalmente comprendere che in esso vi si riflette pienamente chi lo abita e lo vive: è lo specchio della gente che lo anima e l’immagine della sua cultura, dunque è l’elemento che più di ogni altro va curato e accudito. Ce la faremo a capirla, questa cosa così fondamentale?

Rifugi di montagna che non sono seri (ovvero: un’analisi ineccepibile su certo turismo montano)

[“Repubblica.it”, 28 gennaio 2023.]
Mentre si levano da più parti dubbi e obiezioni attraverso dibattiti assai animati contro la «moda dei rifugi a 5 stelle» i quali, a fronte del nome che ancora conservano, assomigliano sempre di più a ristoranti e alberghi di lusso – al punto che qualche rifugista dichiara pubblicamente di «voler tornare all’antico» – un’amica mi scrive che qualche tempo fa suo figlio, che aveva otto anni, giunto in un rifugio delle Prealpi Bergamasche a 2000 m di quota e trovandosi di fronte un frigorifero con dentro i gelati, con fare serio le disse: «Un rifugio che vende i gelati non è un rifugio serio».

Ecco: discorsi su discorsi e considerazioni e articoli e analisi e saggi di antropologia culturale e di sociologia del turismo mirabilmente condensati dalla saggezza istintiva e per questo profonda di un bambino di otto anni. Che aveva già capito tutto, ben più di molti “guru” dell’industria turistica montana contemporanea.

[L’interno di un “rifugio” – si fa chiamare così! – a 2000 di quota sulle Dolomiti. Immagine tratta da www.dolomiticlass.it.]
N.B.: sia chiaro, di principio non ho nulla contro quei “rifugi gourmet”. Solo che non sono rifugi e non offrono ospitalità di montagna, punto. Sono e fanno altro, legittimamente, dunque si facciano chiamare in un altro modo più consono. Questione di onestà commerciale e di rispetto verso i veri rifugi.