Un supercomputer chiamato “Alpi”

Qualche giorno fa in Svizzera, presso il Centro svizzero di calcolo scientifico (CSCS) di Lugano, è stato inaugurato uno dei supercomputer più potenti del mondo. Grazie alle sue capacità di calcolo agevolerà le ricerche in molteplici campi scientifici, dalla climatologia alla medicina, dalla meteorologia allo studio della Terra e dell’Universo, consentendo ai ricercatori di progredire molto più rapidamente nel proprio lavoro.

Il supercomputer è stato chiamato Alps, “Alpi”. Una grande mappa stilizzata della catena alpina adorna gli armadi del sistema (insieme a immagini di vette innevate) e ne forma il logo.

Al di là di quanto sia affascinante la notizia dal punto di vista scientifico, nel leggerla mi è venuto un po’ da sorridere. Voglio dire: un supercomputer, uno strumento che più di altri è frutto dell’intelligenza umana e meglio di altri la supporta nella sua evoluzione scientifica è stato chiamato “Alpi”, e intanto le Alpi, intese come catena alpina, sono spesso in balia di amministratori pubblici e decisori politici che nel gestire i territori alpini di intelligenza ne dimostrano veramente poca, e di scienza ancora meno, facendo per molti versi regredire, le montagne, invece di progredire.

Un paradosso piuttosto bizzarro, vero?

(Le immagini qui presenti sono tratte dal sito web del CSCS. Per la cronaca, anche gli altri supercomputer presenti nel Centro svizzero hanno nomi di montagne delle Alpi.)

In montagna i rifugi sono una cosa, hotel e ristoranti un’altra!

[Sopra: l’interno di un “rifugio” – come da sua denominazione – a 2000 di quota sulle piste da sci di Arabba; immagine tratta da www.dolomiticlass.it. Sotto: la sala da pranzo del rifugio Pradidali, a 2278 m di quota nelle Pale di San Martino; immagine tratta da www.mountbnb.com.]
Personalmente trovo che sia quanto mai necessario e urgente sostenere la richiesta che ormai numerose figure del mondo della montagna, e da tempo propone con particolare forza Carlo Alberto Zanella, presidente del CAI Alto Adige (si veda ad esempio l’articolo qui sotto de “Il Dolomiti” del 6 settembre), di normare istituzionalmente – e più nettamente di quanto accade ora – la differenza tra “rifugi” di montagna propriamente detti e tutte le altre strutture di alloggio e ristorazione che hanno nel nome il termine “rifugio” ma nei fatti sono hotel o ristoranti e offrono servizi di conseguenza.

Queste strutture – bellissime, accoglienti, ben gestite, dotate di mille comfort per i clienti – non sono rifugi: potrebbe sembrare una questione di poco conto, una mera faccenda lessicale, invece è ormai appurato che sta generando numerosi problemi innanzi tutto proprio ai veri rifugi e ai loro gestori. Problemi che di rimando, e inevitabilmente, si riversano poi sulla qualità della frequentazione turistica delle montagne che li ospitano distorcendone l’equilibrio quanto mai necessario in territori così pregiati e delicati – anche dal punto di vista culturale.

Credo che occorra da un lato la precisa volontà, da parte di tutti i rifugisti (che sovente già manifestano), di ripristinare quanto più possibile la dimensione montana genuina del rifugio, la quale ovviamente non impone mancanza di comodità o accoglienze eccessivamente spartane ma nemmeno deve imporre ai rifugisti di soddisfare le pretese di certi ospiti che reclamano servizi da hotel a 2000 e più metri di quota, dimostrando di non aver capito dove sono e come si devono comportare. E credo che dall’altro lato serva l’altrettanto ferma volontà di pretendere, da parte di noi tutti frequentatori consapevoli delle montagne, di poter vivere la più autentica esperienza del rifugio “vero”, quella che ti fa pienamente sentire in montagna e non al bar sotto casa o nell’hotel a più stelle nel quale magari si sta trascorrendo la vacanza.

In forza di ciò, per tornare a quanto detto in principio, bisogna chiedere alle istituzioni locali di contrastare e impedire al più presto, nei modi che le normative a vari livelli possono consentire, l’uso del termine “rifugio” da parte degli esercizi di alloggio e ristorazione che non lo sono affatto e che, attraverso ciò, pensando di garantirsi un’aurea di “montanità” francamente ipocrita e ingannevole.

Un’aurea, peraltro, che io credo finisca per danneggiarli invece di favorirli. Di sicuro danneggia i rifugi veri, e per quanto mi riguarda ciò basta per richiedere e sostenere la più chiara e netta differenziazione tra le due tipologie di strutture.

P.S.: Carlo Alberto Zanella l’ho citato di recente riguardo lo stesso tema, qui.

Come rendere più facilmente comprensibile ciò che il cambiamento climatico comporta per le montagne? In Svizzera ci provano mostrando come saranno le Alpi a fine secolo

(Articolo pubblicato in origine su “L’AltraMontagna” il 11/09/2024.)

[Fioriture nei pressi del Ghiacciaio di Savoretta, gruppo dell’Ortles-Cevedale. Foto del Servizio Glaciologico Lombardo, tratta dalla pagina Facebook.]
Il cambiamento climatico a livello globale è una realtà di fatto che ormai solo pochi sconsiderati si ostinano a negare; che tale realtà sia ancora evidentemente poco compresa e considerata da molte persone è un’altra evidenza innegabile, e ciò a volte è dipeso dalla difficoltà che la scienza ha avuto, e in parte continua ad avere, di rendere i dati e i modelli climatici comprensibili e adeguatamente esplicativi al grande pubblico. Questo comporta che praticamente tutti sappiamo che il clima sta cambiando e che tale realtà determina – e determinerà – effetti sempre più tangibili a chiunque e a qualsiasi nostro ambiente ma, di contro, che la conversione ecologico-culturale collettiva che ne dovrebbe scaturire stenta a manifestarsi, così che certa politica ne approfitta per agire senza la necessaria urgenza nel mettere in atto le iniziative richieste da decenni dalla scienza.

Le Alpi stanno subendo aumenti delle temperature maggiori rispetto ad altre zone del continente europeo: l’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), uno dei più autorevoli organismi internazionali in tema di cambiamenti climatici, afferma che negli ultimi decenni il tasso di riscaldamento sulle Alpi è stato di 0,3°C/10 anni, superando il tasso di riscaldamento globale che è stato di 0,2°C/10 anni. Tale maggiore aumento implica che entro la fine del secolo in corso la temperatura media nelle Alpi potrebbe aumentare di 4°C, ben oltre gli 1,5/2°C indicati come limite da non superare per la temperatura media globale dai più recenti accordi internazionali sul clima.

Ma, come affermato poc’anzi, siamo ancora nell’ambito dei meri dati numerici: cosa comporta invece concretamente la realtà appena descritta con questi dati? A questa domanda prova a rispondere efficacemente l’Istituto federale di ricerca per la foresta, la neve e il paesaggio (WSL), ente scientifico svizzero conduce una ricerca multidisciplinare orientata alle soluzioni in materia di foreste, paesaggi, biodiversità, pericoli naturali e neve e del ghiaccio – per questi ultimi ambiti grazie all’Istituto per lo studio della neve e delle valanghe (SLF) che ha sede a Davos, nelle Alpi grigionesi. Il WSL, in collaborazione con l’Università di Losanna, l’Università di Berna, il Global Mountain Biodiversity Assessment e la Fondazione svizzera per la tutela del paesaggio, ha elaborato un progetto che sviluppa scenari scientificamente validi su come potrebbero trasformarsi i paesaggi elvetici tra sessant’anni se le temperature in Svizzera dovessero aumentare di 4°C entro la fine del secolo, e ne ha ricavato immagini e video interattivi che mostrano le trasformazioni e permettono al pubblico di navigare attraverso i paesaggi del futuro ottenendo ulteriori informazioni (in lingua tedesca e francese) sulle varie peculiarità e le criticità.

Un tale notevole aumento della temperatura media nelle Alpi in un arco temporale così limitato sta già comportando e implicherà sempre più in futuro effetti rilevanti e sovente drammatici per gli ecosistemi alpini, fragili e delicati come pochi altri. Un recente articolo della rivista “Sapere Scienza” ne elenca alcuni: entro la fine del secolo molti ghiacciai alpini saranno estinti e le aree glacializzate si localizzeranno a quote molto elevate e nelle aree meno esposte al sole; di contro gran parte dell’ambiente prima occupati dalle nevi perenni diventerà periglaciale – termine che sostanzialmente definisce il territorio posizionato al di sopra dell’ambiente montano boscato/vegetato e al di sotto o in prossimità dei ghiacciai e dei nevai – e quindi, privato del potere riflettente di neve e ghiaccio, si scalderà ancora di più. Per tali motivi ci saranno seri problemi di approvvigionamento idrico perché oltre alla riduzione delle masse glaciali vi sarà uno spostamento stagionale sempre più marcato nei regimi delle precipitazioni, con meno precipitazioni nevose (mentre è noto che quelle piovose sono di ben più difficile trattenimento a fini antropici) dunque periodi di siccità più frequenti e prolungati. Inoltre vi sarà uno spostamento verso l’alto degli ecosistemi, che entreranno in competizione tra loro a causa del ridotto spazio a disposizione, e aumenteranno gli episodi franosi e di dissesto idrogeologico, dunque i pericoli, soprattutto durante la stagione estiva. In generale si assisterà a un cambiamento notevole dei paesaggi alpini, con quelli che oggi riconosciamo ordinariamente come “montani” che assomiglieranno alle zone collinari e l’alta montagna periglaciale nella quale i boschi colonizzeranno le aree pietrose o scarsamente vegetate, il che comporterà inevitabilmente anche un cambiamento di matrice culturale nella percezione e nella conseguente relazione umana con questi “nuovi” paesaggi […]

[⇒ Continua su “L’AltraMontagna”, qui.]

Le previsioni del tempo fino a fine anno (e gli asini che volano)

Ci risiamo.

Vedo in TV (in casa d’altri) un tal meteorologo di un certo servizio meteo, piuttosto noto (non faccio e farò nomi per doveroso rispetto), alla solita e al solito superficiale ovvero sciocca domanda della giornalista «Come sarà il tempo da qui a fine anno?», invece di salvaguardare il buon nome e l’immagine scientifica della meteorologia rispondendo qualcosa del tipo «È pressoché impossibile fornire una previsione attendibile su un periodo così lungo… possiamo solo ipotizzare…» eccetera, s’è lanciato in una fervida enunciazione della meteo per quei prossimi mesi ben ricca di verbi certi («sarà», «andrà così», «avremo questo e quello») e del tutto scarna di condizionali, i tempi verbali dell’incertezza. Nostradamus in giornata di grazia non avrebbe potuto essere più sicuro di se stesso nell’enunciare siffatti vaticini!

Peccato che certi servizi di previsioni del tempo hanno ormai come missione principale quella di acchiappare il più possibile consensi e like sui social – dunque remunerative inserzioni pubblicitarie e introiti commerciali similari – invece di fornire bollettini meteorologicamente ben fatti e dunque attendibili. Non lo sanno fare nelle ventiquattr’ore, figuriamoci su un arco temporale di mesi!

E devo rimarcare che il servizio meteo in questione non è nemmeno dei peggiori: in quanto a affidabilità e banalizzazione delle previsioni meteo c’è chi sa fare molto peggio.

La meteorologia è una scienza bellissima, affascinante e di importanza fondamentale. Il cambiamento climatico sta evidentemente mettendo in difficoltà i modelli previsionali in uso ma di meteorologi in gamba in giro ce ne sono molti, ottimi previsori perfettamente capaci di rendere onore alla rilevanza e alla serietà della scienza meteorologica.

Ce ne sono molti, sì, ma non lo sono tutti e i primi stanno più lontani dalle luci della ribalta mediatica dei secondi, di solito.

Sono certo che in gamba lo siano anche quelli del servizio meteo al quale qui mi riferisco: e allora perché cadere così ingenuamente nei tranelli dei media radiotelevisivi o del web ai quali ormai poco o nulla importa di fornire un’informazione seria, veritiera e attendibile? Ciò rappresenterebbe anche una forma di rialfabetizzazione meteorologica per i giornalisti stessi, i quali forse alla lunga la smetterebbero di proporre domande così prive di senso e sostanzialmente inutili.

Per finire, tre cose:

  1. Ricordate che le previsioni del tempo queste sono, previsioni, non certezze assolute come a volte certi pseudo-meteorologi vi vorrebbero far credere: chiedete conto di ciò ai gestori dei rifugi, che spesso si vedono cancellare prenotazioni – dopo aver di conseguenza fatto rifornimento di derrate spesso deperibili per far fronte a quelle richieste – dopo bollettini di maltempo poi rivelatisi clamorosamente errati!
  2. Tenete pure conto che spesso il “maltempo” non è affatto tale e che – ad esempio – un’escursione in ambiente naturale con la pioggia o la nebbia è un’esperienza affascinante come poche altre: basta viverla con buon senso.
  3. Un minimo bagaglio di nozioni di “meteorologia ambientale” da affiancare a un buon bollettino meteo è cosa grandemente preziosa: in molti casi gli elementi naturali (nubi, venti, fiori e piante erbacee, certi esseri viventi come i ragni) vi possono fornire previsioni del tempo a breve termine affidabili come mai nessun megacomputer meteorologico o nessun supermeteosapientone saprà fornirvi.

P.S.: ho scritto spesso della scarsa considerazione che nutro per certa “meteorologia” contemporanea, ad esempio qui (e da lì in altri articoli che troverete linkati). È una mia battaglia contro i mulini a vento, forse, ma amen.