Risposte probabilmente sbagliate a domande concretamente mai poste

[Immagine generata con Google Gemini AI.]
«Di cosa ha veramente bisogno il territorio che amministro e miei concittadini che lo abitano?»
«Avendo soldi pubblici a disposizione, come li posso spendere affinché se ne ricavino più vantaggi possibile per l’intera comunità e non solo per una parte?»
«L’intervento che sto finanziando con risorse pubbliche è veramente il migliore possibile, il più consono, il più equilibrato per il mio territorio, o ce ne potrebbero essere altri potenzialmente più proficui?»
«Perché ho scelto di approvare l’intervento finanziato? Con quali criteri l’ho scelto, con quale valutazione di vantaggi e svantaggi, con quale analisi dei benefici e dei rischi che ne potrebbero derivare se qualcosa andasse storto?»…

…Eccetera.

Gli amministratori locali che scelgono di sostenere e approvare certi progetti infrastrutturali per i propri territori montani che in base al più ordinario buon senso appaiono opinabili, rischiosi, invasivi, decontestualizzati, secondo voi se le pongono domande del genere prima di approvarli? O, ancora più in generale: se la pongono qualche domanda sui loro territori, sulla realtà che li caratterizza, sulle comunità che ci vivono, prima di decidere cosa fare e come spendere le risorse pubbliche a disposizione?

O pur di “fare” velocemente e potersi vantare d’aver “fatto” entro la prossima tornata elettorale, di spendere in fretta quei soldi per paura che vengano girati altrove, di accontentare o soddisfare interessi particolari tralasciando di considerare quelli della collettività, di evitare l’interlocuzione con la comunità locale evitando così qualsiasi protesta o contestazione… di domande di quel genere certi amministratori locali proprio non se ne pongono?

Temo di no, a constatare la realtà delle cose. Però poi quegli amministratori si danno delle “risposte”, attraverso gli interventi e i progetti che propongono. Ma se non ci sono le domande, di che “risposte” si tratta, quale valore possono avere? Probabilmente nessuno, il che rende quelle (non) risposte quasi certamente sbagliate.

Noi tutti invece quelle domande ce le dovremmo porre di continuo, visto che i soldi spesi per tanti interventi realizzati o in progetto sulle montagne sono nostri: e di conseguenza dovremmo essere in grado di dare, e darci, risposte buone e valide. O forse anche noi trascuriamo un po’ troppo spesso di porcele?

Abitare il cambiamento: una serata sul futuro delle nostre montagne e sulla loro imprescindibile tutela, sabato 23 maggio ad Aosta

Sabato 23 maggio alle ore 20.30, la Sala Conferenze BCC di Via Garibaldi 3 ad Aosta ospiterà un incontro pubblico e un dialogo aperto sul domani delle nostre Alpi dal significativo titolo “La Montagna del futuro: abitare il cambiamento”.

A dialogare saranno Nicola Pech, vicepresidente di Mountain Wilderness Italia, autorevole voce del panorama nazionale della montagna, attivista e professionista della comunicazione con una lunga esperienza nella conservazione del patrimonio naturale e culturale delle montagne, e il sottoscritto, con mio grande onore e privilegio di poter contribuire attivamente – e fattivamente, spero – alla causa in difesa del meraviglioso Vallone delle Cime Bianche, una delle basi sulle quali è stato costruito l’incontro, delle cui peculiarità uniche ho scritto proprio di recente qui. A moderare la serata sarà Annamaria Gremmo, medico chirurgo, fotografa e conservazionista, impegnata da anni nella difesa del Vallone e vincitrice nel 2023 del Premio Marcello Meroni per la sezione Ambiente – la vedete anche lì sotto in un video di presentazione della serata. Tutti insieme ci auguriamo che anche il pubblico presente vorrà partecipare al dialogo con le proprie considerazioni, opinioni e domande sul tema principale dell’incontro, compendiato nel titolo, e sui tanti argomenti correlati.

[La testata del Vallone delle Cime Bianche con il Grand Lac. Immagine tratta dalla pagina facebook.com/varasc.]
Il cambiamento climatico e la crescente pressione antropica stanno imponendo sfide senza precedenti all’arco alpino. Troppo spesso la “risposta” consiste in mega-progetti costosi e altamente impattanti, che colpiscono aree finora incontaminate. In Valle d’Aosta, i progetti di collegamento funiviari nel Vallone delle Cime Bianche e il collegamento Pila-Cogne sono diventati simboli di questa visione miope e obsoleta, basata sul mero sfruttamento della montagna peraltro governato da pochi soggetti economici del comparto turistico, senza alcuna cura per i territori coinvolti né ricadute benefiche effettive a favore delle comunità locali.

[Un rendering della stazione di Cime Bianche Laghi.]
Posta tale realtà, riferita alla Valle d’Aosta ma comune a molti altri territori montani italiani, è ancora possibile immaginare uno sviluppo che non sia mera “messa a reddito” del territorio, come spesso sembra evidenziare l’accezione del termine “valorizzazione”? I modelli di sviluppo di matrice economica spesso presentati e imposti ai territori montani quali risultati concreti stanno ottenendo? Come si può rispondere alle sfide di oggi per evitare lo spopolamento della montagna, sostenerne la vitalità socio-economica e al contempo tutelarne ambienti e paesaggi? Quale futuro ha bisogno la montagna e deve determinare per le genti che vogliono continuare a viverla?

[Panorama di Cogne. Immagine tratta da https://alpaddict.com.]
Proveremo ad andare oltre i numerosi stereotipi che caratterizzano la realtà delle nostre montagne, così reiterati e variamente dannosi, in un confronto aperto a tutti per il quale ogni voce è importante. Per questo l’invito rivolto a chiunque a partecipare è quanto mai caloroso.

L’evento nasce dalla sinergia tra il Progetto fotografico “L’Ultimo Vallone Selvaggio. In difesa delle Cime Bianche” e il Comitato “Insieme per Cime Bianche”, fondato nel 2023 con il supporto dell’Avvocato Emanuela Beacco del Foro di Monza per la tutela legale del Vallone.

Le due realtà hanno già portato la propria voce al Parlamento Europeo e in audizione al Consiglio Regionale valdostano, mentre il Progetto fotografico ha organizzato ormai 33 serate pubbliche in tutta Italia e avviato una petizione internazionale che ha superato le 21.000 firme.

Dunque vi aspettiamo sabato 23 maggio ad Aosta: sarà sicuramente una serata importante nonché, ci contiamo, illuminante. E lunga vita al Vallone delle Cime Bianche!

Per contribuire alla difesa del Vallone delle Cime Bianche:

Tutte le foto che vedete in questo articolo sono tratte dalla pagina facebook.com/varasc.

Il debito pubblico record dell’Italia e il rischio per i territori montani

[Immagine tratta da www.vice.com.]
Durante questo 2026, con qualche anno di anticipo rispetto alle previsioni, il debito pubblico italiano supererà quello greco, finora il peggiore in Europa, diventando così il più alto dell’Unione Europea e il secondo tra i paesi avanzati (dopo il Giappone, che tuttavia è uno stato poco o nulla paragonabile all’Italia); ne dà notizia “Il Post” in questo articolo. Si sapeva che prima o poi sarebbe successo, dato che da anni la Grecia ha impostato un percorso decisivo di riforme e riduzione del debito, sopportando un rigore dei conti e costi sociali anche molto pesanti. In Italia invece negli ultimi anni il debito pubblico ha tendenzialmente continuato ad aumentare – denota l’articolo citato, ma è quasi inutile che lo facesse – per politiche costosissime e inefficienti.

Ciò significa che nei prossimi anni l’Italia destinerà ancora meno risorse di ora per la spesa sociale, aumenterà i tagli, ridurrà i servizi di base; di contro c’è da temere, visto il modus operandi ormai consolidato nei decenni dalla politica italiana, che non saprà (e non vorrà) ridurre gli sprechi, le spese inutili, le iniziative politiche strumentali e propagandistiche che consumano risorse altrimenti disponibili per quella spesa sociale sempre più ridotta e in generale per i bisogni delle comunità.

Ne scrivo perché di tale situazione, domani ancor più di oggi e di ieri, ne faranno le spese i territori montani e le aree interne, zone sempre più sottoposte a criticità di vario genere, sempre più fragili, precarie, indebolite ma già sostanzialmente abbandonate dalla politica oppure circuite e sfruttate per scopi che di vantaggioso alle comunità non portano pressoché nulla. Riguardo le nostre montagne, non posso non pensare (sono ripetitivo e noioso, lo so, ma ne vado fiero) alle centinaia di milioni di soldi pubblici spesi dagli enti pubblici per sostenere l’industria dello sci e molti comprensori già oggi destinati ad una prossima chiusura in forza della crisi climatica e per la loro insostenibilità economica, nel mentre che le scuole e gli ambulatori medici chiudono, i trasporti pubblici vengono ridotti, le strade di montagna subiscono dissesti crescenti, le economie locali non vengono adeguatamente sostenute e per di più sono ostaggio della folle burocrazia nostrana. Soldi inesorabilmente sottratti ad altre cose, tra le quali ci potrebbero e dovrebbero essere iniziative di autentico sostegno alla residenza, al lavoro e alla restanza delle genti di montagna.

Temo, insomma, che tanta parte del peso spaventoso del debito pubblico italiano venga di nuovo scaricato, volutamente o meno, sulle aree interne, sulle montagne e sulle comunità che le abitano e ancora lottano per mantenerle vive e vissute… quelle montagne sovente prive di vera rappresentatività politica e conseguente rappresentanza istituzionale, prive di voce e private di ascolto, prive di autonomia decisionale e anzi soggiogate a disposizioni e iniziative prese in sedi nelle quale la montagna non si quasi nemmeno cosa sia. E per di più – oltre al danno la beffa – costrette, le comunità di montagna, ad ascoltare tanti bla bla bla bla  – «Lotta allo spopolamento!», «Sviluppo dei territori montani!», «Sostegno all’economia locale!», ora pure «Legacy olimpica!», eccetera – che, a fronte della realtà di fatto effettiva del nostro paese, appaiono sempre più parole vuote e ingannevoli, fatte apposta per zittire chi invece avrebbe più di ogni altro di che dire.

No, la montagna italiana merita molto di più e potrebbe veramente diventare quel laboratorio d’innovazione sociale, economica, culturale, demografica e politica che tanti auspicano e invocano, e il primo passo affinché ciò avvenga è che le comunità di montagna riacquisiscano coscienza di sé stesse, consapevolezza politica, coscienza di luogo, senso di comunità. Tutte cose che, credo, la politica non è in grado di dar loro e non vuole nemmeno dare. Dunque, è ora di trarne le debite conclusioni, prima che la situazione diventi irreversibile.

Perché se piove è una «brutta notizia»?

[Foto di Diana da Pixabay.]
Devo ringraziare di cuore Luca Lombroso, autorevole e stimato (lui sì) meteorologo e divulgatore ambientale il quale, al mio post di qualche giorno fa di critica alla qualità previsionale delle previsioni del tempo di certi servizi meteo mainstream, mi ha risposto con alcune considerazioni interessanti e significative, che riporto qui sotto:

Più che la meteorologia in sé, il problema è spesso come viene comunicata (app, siti generalisti, in parte anche i grandi media nazionali, semplificazioni). La previsione, soprattutto a scala locale e a poche ore, ha limiti fisici reali: in situazioni dinamiche come queste è normale che l’incertezza aumenti.
Detto questo, la precisione dei modelli oggi è qualcosa che anche solo 10 anni fa era impensabile; forse però le aspettative sono cresciute ancora di più. Non potremo mai sapere con esattezza se, quando e quanto pioverà su quella valle o quella montagna.
Quanto al cambiamento climatico, tema enorme su cui sono impegnato da anni, ha certamente molti effetti, ma non incide direttamente sulla qualità delle previsioni, perché i modelli sono fisico-matematici e non basati su semplici statistiche del passato.
Condivido invece il richiamo a “leggere” la natura: è un valore importante, da cui si possono ricavare molte informazioni, soprattutto in montagna. Ma non è un’alternativa alla scienza dell’atmosfera, piuttosto un utile complemento.

Detto ciò, e posto che quanto state per leggere è del tutto indipendente dalle ottime considerazioni di Lombroso (che ringrazio ancora molto), devo rimarcare che c’è un’altra cosa che proprio mi indispone della meteorologia mainstream contemporanea, quella della tivù e dei social, che ho dovuto riconstatare qualche giorno fa assistendo accidentalmente (io di norma non guardo la TV) a una trasmissione televisiva. In essa, alla domanda della giornalista su «Come sarà il tempo nei prossimi giorni?», il meteorologo ha risposto: «Purtroppo ci sono brutte notizie perché pioverà.»

E perché la pioggia sarebbe una “brutta notizia” ovvero, riprendendo il solito luogo comune, sarebbe “brutto tempo”? Soprattutto se si manifesta dopo un lungo periodo di assenza di precipitazioni e dunque di siccità incombente come è successo dalle mie parti?

Il tempo, cioè la meteo, non è “brutta” o “bella”. La meteo è sempre manifestazione primaria della vitalità del nostro pianeta; può essere favorevole o meno ma lo è riguardo a ciò che noi dobbiamo fare o no, mica per altro. Per molti versi la pioggia è “bel tempo”, e che piova è una «buona notizia» (fino a che non diventa troppo violenta), molto più del sereno, che d’altro canto ci fa girare senza ombrelli o impermeabili ma a sua volta può generare molti problemi, se si manifesta con caldo eccessivo o, come accennato, produce siccità. Viceversa, quanto fa piacere il ritorno del Sole dopo un periodo di pioggia? Ma non perché sia più l’uno bello e l’altro più brutto: queste categorie rispondono solo alle nostre convenienze e pretese, sono diventate un giudizio comune ma piuttosto banale che, temo, contribuisce a rendere superficiale il nostro rapporto con l’ambiente naturale e le sue manifestazioni.

Sia chiaro, non sto stigmatizzando tale comportamento ormai ordinario, e capisco che, se si è programmata una bella escursione in montagna e poi piove, venga da dire che sia “brutto tempo”. Ma non è una brutta notizia: è il tempo, è la Natura, è la vivacità ambientale, è la vita della Terra. Che troppo spesso pretendiamo di comprendere solo per luoghi comuni o false convinzioni, funzionali alla volontà di dominarla e assoggettarla ai nostri voleri, invece di armonizzarci alla sua vitalità e adattarci alle sue manifestazioni naturali. Siamo Sapiens, i più intelligenti, i più tecnologici, i dominatori del mondo, e poi ci lamentiamo quando piove perché «c’è brutto tempo!» e «uff, che brutta notizia!»?

Be’, dovremmo imparare dalle altre specie a vivere meglio, a partire dagli alberi. Perché, come scrisse Aleksandr Blok:

Oggi piove, tutti gli alberi sono felici.

[Foto di Brigitte Werner da Pixabay.]

Il X Summit delle Bandiere Verdi a Rovereto, da venerdì a domenica prossimi: l’evento fondamentale per tastare il polso alla montagna italiana

Nel prossimo weekend, da venerdì 15 a domenica 17 maggio, a Rovereto si svolgerà il X Summit Nazionale delle Bandiere Verdi di Legambiente con il relativo Seminario Nazionale presso lo Urban Center della cittadina trentina. Quest’anno il Summit ha il significativo titolo “Controvento. Oltre i modelli intensivi: un nuovo sviluppo della montagna, che compendia alcuni dei temi fondamentali per la realtà presente e futuro-prossima dei territori montani e fa da filo rosso alle relazioni che verranno presentate nel corso del seminario, nella giornata di sabato. Siete tutti invitati a partecipare: è un evento di portata nazionale di grandissimo interesse che permette di tastare il polso alla montagna italiana contemporanea affrontandone alcune delle tematiche più importanti grazie alla presenza e all’esperienza di chi in montagna vive e lavora.

Tra le relazioni del Seminario c’è anche quella che presenterò insieme a Maurizio Dematteis, Direttore dell’Associazione Dislivelli, dal titolo «Misurare» l’accoglienza montana. Come il turismo può dare valore alle comunità”, con la quale illustreremo il lavoro svolto nell’ultimo anno, ovvero dal precedente Summit 2025 di Orta San Giulio, per la creazione della “Carovana dell’Accoglienza Montana” e per l’elaborazione degli strumenti atti alla misurazione del “Valore Aggiunto Comunitario” (VAC) che l’attività delle Bandiere Verdi genera nei propri ambiti locali. Un’attività i cui effetti non sono dati solo dai meri aspetti economici e dalla quantificazione materiale del lavoro svolto, ma anche – se non soprattutto, per realtà del genere – dal capire e misurare come e quanto le Bandiere Verdi sanno fare comunità, arrivando ad istituire un vero e proprio Osservatorio della Carovana dell’Accoglienza Montana che ogni anno possa presentare i numeri reali del VAC generato.

A seguire, io e Dematteis coordineremo il gruppo di lavoro delle Bandiere Verdi dedicato proprio al “Turismo dell’accoglienza montana, nel quale ci sarà anche un intervento di Michele Nardelli, scrittore e grande conoscitore di queste tematiche. Nel secondo gruppo di lavoro, riservato alle Bandiere Verdi che si occupano di agricoltura di montagna, il tema sarà “Convivere con i predatori: il difficile ruolo della pastorizia oggi”, e il coordinamento è stato affidato alla prestigiosa figura di Marco Albino Ferrari.

L’intero programma del Summit lo trovate nella locandina qui sotto, cliccateci sopra per ingrandirla:

Il Summit di Rovereto è l’ennesima tappa di un cammino iniziato più di vent’anni fa grazie al quale il dossier delle Bandiere Verdi della Carovana delle Alpi di Legambiente racconta un pezzo di montagna italiana, offrendo una panoramica di quei tanti esempi virtuosi di adattamento alla realtà montana in divenire nel segno della sostenibilità ambientale in quota, la cui attività, appunto, viene riconosciuta dall’attribuzione della Bandiera Verde: dall’agricoltura all’allevamento, all’enogastronomia locale, alla gestione forestale, ai servizi alle comunità, alla produzione artistica e culturale nonché, ovviamente al turismo. Sono realtà spesso poco considerate dall’opinione pubblica o che restano nell’ombra di tutta quell’altra parte della montagna dei grandi numeri, dei grandi eventi come le Olimpiadi, della fruizione “industriale” delle terre alte italiane ma che, poco alla volta e costantemente, stanno crescendo e ottenendo un successo sempre maggiore. Posto ciò, i Summit annuali rappresentano l’evento principale che sa mettere in evidenza questo pezzo di montagna italiana resiliente e innovativa e le sue innumerevoli realtà virtuose.

Ecco perché partecipare al Summit è importante e interessante: lo è per le Bandiere Verdi, lo è per tutte le realtà assimilabili che lavorano in montagna con la stessa visione di ecosostenibilità, innovazione e relazione con le comunità, e lo è per qualsiasi appassionato di montagna che, grazie al Summit, può accrescere conoscenze, consapevolezze e fascino di ciò che le Terre alte italiane sono oggi e sapranno essere domani.

Per saperne di più date un occhio qui; il modulo d’iscrizione al Summit per la partecipazione ai gruppi di lavoro lo trovate qui.

Ci vediamo a Rovereto!