Il consueto modus operandi che minaccia il Vallone delle Cime Bianche (e non solo)

Gli evidenti parallelismi che si colgono nelle vicende legate ai progetti di nuove infrastrutture sciistiche palesemente impattanti sui territori montani ai quali vengono imposte, denotano un modus operandi comune: il tirare avanti, il rifiuto di qualsiasi discussione e interlocuzione, il menefreghismo e la boria di chi ha deciso di avere comunque ragione.

Scrivevo di recente del folle progetto sciistico sul Monte San Primo, chiaramente scriteriato e criticato da chiunque ma che i soggetti politici locali vogliono portare avanti in ogni modo. Ecco, lo stesso atteggiamento è tenuto in Valle d’Aosta da chi vuole imporre il disastroso progetto funiviario nell’incontaminato Vallone delle Cime Bianche, peraltro area variamente protetta: si tira avanti, ormai

La scelta politica è stata fatta.

Così hanno detto*. Come fosse un dogma indiscutibile, quando invece rappresenta una sconcertante, deleteria paranoia.

In entrambi i casi, come in altri simili in giro per le montagne italiane, allo stesso atteggiamento nella forma corrisponde un’identica sostanza di base: il nulla. Perché non ci sono reali motivazioni logiche, sensate, razionali e vantaggiose che giustifichino quei progetti, dunque ai loro proponenti non resta che imporli con la paranoica prepotenza di pensiero e d’azione, la fuga da qualsiasi interlocuzione con la società civile e con il menefreghismo nei confronti dei territori ai quali vengono imposti.

Un comportamento politico del genere renderebbe opinabile persino l’opera più virtuosa, figuriamoci un enorme impianto funiviario turisticamente inutile in un vallone di alta montagna di rara bellezza e ancora intatto!

Dunque, di nuovo e ancora più di prima: lunga vita al Vallone delle Cime Bianche, territorio iconico delle nostre Alpi e patrimonio naturale di valore inestimabile che tutti noi abbiamo il dovere di difendere per conservare il diritto di godere pienamente della sua incontaminata bellezza!

Per contribuire concretamente alla difesa del Vallone, potete:

*: se il link al video (di Facebook) non funziona, cliccate qui.

La stagione sciistica 2024/2025 è stata positiva per molte località: ma tra le “rose e fiori” dei numeri è bene stare attenti alle spine!

(Articolo originariamente pubblicato su “L’AltraMontagna” venerdì 11 aprile: lo trovate qui.)

[Immagine tratta da www.radiocittafujiko.it.]
La stagione sciistica 2024/2025 sulle montagne italiane si sta ormai per concludere – in molte località si è già chiusa – e dunque a breve appariranno sulla stampa gli articoli che, come ad ogni fine stagione, riporteranno i numeri conseguiti dai vari comprensori nel corso dell’inverno: riguardo le presenze, in merito agli skipass venduti, sull’aumento percentuale rispetto allo scorso anno, e così via. Numeri che, è facile ipotizzarlo, saranno nella maggior parte dei casi in crescita, anche perché quella conclusa è stata una stagione nivologicamente abbastanza positiva rispetto agli anni recenti ovvero meno negativa di altre passate – ma molto più negativa rispetto a quale lustro fa, quando nei weekend di Pasqua si sciava ovunque senza nessun problema mentre da anni non accade più, se non nelle stazioni poste alle quote maggiori. In ogni caso anche quest’anno il trend di diminuzione delle nevicate si è confermato, soprattutto al di sotto dei 1800-2000 metri di quota: limite che, non a caso, è indicato come quello che, al di sopra, oggi può garantire la sostenibilità dei comprensori sciistici e, al di sotto, la loro irragionevolezza. In fin dei conti, anche nell’ultima stagione si è sciato bene per tre mesi o poco più e durante le festività di fine anno, il periodo più importante per far quadrare i conti turistici a stagione terminata, di neve naturale ce n’era ben poca sulle piste da sci italiane, ovviamente sostituita ove possibile da quella artificiale, con tutti i costi del caso.

[Madesimo (Sondrio). Immagine tratta da facebook.com/skiareavalchiavenna.]
Dunque, come accennato, usciranno numerosi articoli che rimarcheranno gli aumenti di presenze, le percentuali positive, finanche i “record” ma, pur essendo dati significativi e forzatamente positivi per i comprensori sciistici, è bene ricordare che non sono questi a sancire il successo economico di una stagione invernale dal punto di vista dello sci. I comprensori sciistici sono aziende, soggetti economici in forma industriale (a volte afferenti alla categoria della “grande impresa”) che rispondono alle dinamiche finanziarie e sottostanno ai rilievi contabili, ergo sono i bilanci – in senso generale, non solo negli utili conseguiti – a suggellarne la vitalità o l’eventuale crisi, e ad un aumento di presenze nel corso di una stagione turistica non è detto che corrisponda un aumento degli utili e dunque la sostenibilità economica complessiva dell’attività, posto che per i comprensori sciistici i costi di gestione aumentano da anni in maniera sensibile e ciò si riflette in maniera diretta sul costo degli skipass, i quali sono parimenti in aumento costante nelle ultime stagioni anni, con punte per alcune località di quasi il 30% in tre anni (a Livigno e Bormio, ad esempio).

[Ovindoli (L’Aquila). Immagine tratta da facebook.com/MonteMagnolaOvindoli.]
Come si rimarca spesso da più parti, è da tempo che quello dello sci su pista viene considerato un mercato maturo, il quale ha già raggiunto il proprio picco di presenze stagionali (secondo alcuni fin dai primi anni Duemila) e ora appare stagnante oppure variabile su percentuali minime che spesso, anche se in aumento, non compensano la maggior incidenza dei costi di gestione dei comprensori. Ciò spiega la presenza frequente e importante di finanziamenti pubblici nei conti delle stazioni sciistiche italiane, un supporto senza il quale è facile prevedere che molte di esse avrebbero notevoli difficoltà a rimanere attive; di contro, la maturazione del mercato impone ai comprensori costanti aggiornamenti del parco impianti e delle piste da discesa al fine di mantenersi concorrenziali nella speranza di strappare gli sciatori alle altre località ma, tutto ciò, con ulteriori aggravi di spesa da mettere a bilancio. Insomma, il rischio per i comprensori sciistici è quello di infilarsi in un “circolo vizioso” dal quale, una volta entrati e posta la realtà attuale delle nostre montagne così dipendente dall’evoluzione della crisi climatica nonché da fattori macroeconomici che in concreto stanno restringendo la platea turistico-sciistica, è pressoché impossibile uscirne, con tutte le conseguenze relative… [continua su “L’AltraMontagna, qui.]

 

«Un progetto impattante che sperpera risorse pubbliche». Il CAI Lombardia sulla questione Colere-Lizzola (e sugli altri “assalti” alle Alpi lombarde)

Il report “Neve Diversa” 2025, curato da Legambiente e presentato lo scorso 13 marzo a Milano, propone come caso emblematico in un capitolo significativamente intitolato “Quando la montagna non guarda oltre: brutti progetti e cattive idee” il paventato collegamento sciistico tra i comprensori di Colere e Lizzola, sulle Prealpi Bergamasche, che da qualche tempo sta alimentando un vivacissimo dibattito in forza dell’enorme costo previsto (quasi 80 milioni di Euro, la gran parte pubblici) per un comprensorio piccolo, quasi interamente a quote inferiori ai 2000 metri, privo di capacità concorrenziale con altri e notevolmente impattante sul territorio coinvolto.

Al dibattito ha partecipato anche il Club Alpino Italiano di Bergamo con le proprie sezioni e sottosezioni, che hanno assunto con sollecita e ammirevole determinazione una presa di posizione sostanzialmente contraria ma aperta al dialogo sul tema delle alternative possibili per il territorio in questione e ben più consone del modello monoculturale sciistico proposto.

Da subito a fianco dei Cai bergamaschi si è posto il Gruppo Regionale del Cai Lombardia il quale, sotto la guida dell’attuale presidente Emilio Aldeghi, ha messo in atto una ben determinata attività a supporto di istanze per la salvaguardia di luoghi della montagna lombarda minacciati da progetti di turistificazione invernale e estiva particolarmente impattanti dal punto di vista ambientale.

Di questi temi e dell’emblematico caso di Colere-Lizzola ne ho parlato proprio con il presidente Aldeghi per “L’AltraMontagna” (cliccate sull’immagine per leggere l’intervista):

Cosa fare con lo sci?

Lo sci, la sua industria turistica e la realtà montana attuale: che fare?

Da un lato lo sci rappresenta ancora un’economia importante per molte località se non quella preponderante, assicura posti di lavoro, genera indotto locale; dall’altro lato, sciare diventa sempre meno sostenibile sia dal punto di vista climatico-ambientale e sia da quello economico, il suo mercato è maturo e non cresce più, il suo sostentamento drena risorse pubbliche che nelle stesse località potrebbero essere impiegate in altri campi.

Poste tali evidenze, secondo voi quale atteggiamento in senso generale bisogna/bisognerebbe assumere nei confronti dell’industria dello sci?

Fatemi sapere le vostre libere e franche opinioni, qualsiasi esse siano: favorevoli, contrarie, dubbiose, propositive, radicali, risolutive…

Grazie di cuore da subito a chiunque lo farà!

Come si possono trovare valide alternative allo sci nelle località che ancora perseguono quel modello turistico?

Un commento ricevuto lo scorso 2 marzo al mio articolo sul progetto “Winter & Summer Alta Valsassina”, che prevede la realizzazione di impianti sciistici e opere accessorie sotto i 1800 metri di quota con soldi pubblici – progetto che personalmente trovo inammissibile, come sostengo da tempo – mi consente di puntualizzare alcune cose importanti e specifiche riguardo queste iniziative, dunque non solo quella valsassinese ma anche le altre simili sparse per le nostre montagne. Cose che puntualmente emergono, in tali casi, e dunque che è bene mettere in chiaro.

Ringrazio di cuore Antonio che mi permette di farlo a seguito del suo commento qui sotto riprodotto:

Buongiorno, l’articolo critica (probabilmente a ragione) una risposta troppo facile a problemi complessi, ma non leggo la risposta alternativa per l’utilizzo dei fondi.
Sarebbe interessante se potesse condividere suo pensiero in merito.

Nel mio articolo metto in evidenza che progetti come quello proposto per l’Alta Valsassina si manifestano come risposte troppo facili e semplicistiche ai numerosi complessi problemi che la zona in questione e i territori montani in generale presentano, i quali non possono essere risolti con dei copia-incolla di iniziative e modelli, in tal caso quello sciistico peraltro in obiettiva difficoltà sotto diversi aspetti, ritenendo che possano andare bene sempre e dovunque, senza appunto considerare le specificità dei territori nei quali si agisce e sostanzialmente ignorando le criticità ambientali localmente riscontrabili – e con ciò non intendo solo quelle climatiche.

In risposta a queste considerazioni, l’obiezione che classicamente viene mossa, come sostanzialmente fa Antonio con il suo commento, è che non vengano presentate alternative al modello sciistico proposto, il che indirettamente (ma nemmeno tanto) sottintende spesso che chi obietta ciò ritiene che non ci siano proprio alternative a quel modello.

Dico subito due cose basilari: la prima, che non vi può essere alternativa al modello sciistico, nel caso dell’Alta Valsassina, semplicemente perché non è un modello. Come potrebbe esserlo, se si pensa di avviare un’attività sciistica in un luogo nel quale risulta insostenibile sia dal punto di vista climatico che di conseguenza da quello economico? È un “non modello” quanto meno obsoleto in partenza se non già fallimentare: la questione non è dunque il proporvi un’alternativa ma il considerarlo per ciò che è: una impossibilità. Che alternativa ci può essere all’impossibile?

La seconda cosa da dire, al netto di quanto appena precisato: che proporre alternative così, su due piedi, rappresenterebbe una condotta ugualmente troppo facile e superficiale a quello del «Abbiamo soldi da spendere? Realizziamo impianti e piste!». Come ho scritto chiaramente nell’articolo, e qui lo ribadisco per ulteriore chiarezza, territori come l’Alta Valsassina – peculiare in sé ma simile nelle criticità a molti altri sparsi per le montagne italiane, hanno bisogno di un progetto territoriale organico e integrato, come prima accennato, che possa realmente sviluppare il territorio in questione sul lungo periodo e con vantaggi diffusi a tutta la comunità, nel quale certamente ci può essere il turismo ma non in forme scriteriate come quelle proposte, semmai studiato per sfruttare al meglio le peculiarità, le reali potenzialità e le unicità della zona e organicamente correlato alle altre economie presenti così da creare un volano forte che sostenga il territorio e la comunità residente nella loro interezza, a tutto vantaggio pure della qualità della frequentazione turistica.

Un progetto del genere va studiato e elaborato in loco con un percorso analitico e approfondito di studio del territorio, delle sue problematiche, dei suoi bisogni, delle sue specificità, coinvolgendo nel processo elaborativo tutti i soggetti e i portatori di interesse che fanno il territorio, abitandolo, lavorandoci o frequentandolo saltuariamente. Dire «facciamo questo o quest’altro» riferendosi ad altri casi e esperienze apparentemente assimilabili equivale a fornire di nuovo una risposta forse più sensata nella forma ma comunque superficiale nella sostanza, se non generata da quel fondamentale percorso progettuale di cui ho appena detto. Una progettualità per la quale occorrono tempo, volontà, impegno, conoscenze, competenze, esperienze, visione, dialogo, responsabilità, mentre di contro non occorrono fretta e dunque superficialità solo perché bisogna giungere a risultati da poter spendere propagandisticamente – non solo in chiave politica – o perché i soldi a disposizione vanno spesi prima possibile altrimenti vengono persi. Un modus operandi del genere rappresenta solo una corsa al massacro socioeconomico delle comunità e al disastro paesaggistico e ambientale del territorio.

In un territorio come l’Alta Valsassina si possono fare innumerevoli cose “alternative” all’insostenibile modello sciistico, ottenendo da esse benefici e vantaggi anche rapidi senza il rischio di svantaggi, danni e debiti congeniti allo sci in zone come quella in oggetto. Ma quale ostacolo a ciò vi è una enorme carenza di attenzione, di visione e di volontà della politica, non tanto quella locale ma degli enti superiori cioè dalle provincie in su, rispetto ai progetti di sviluppo territoriale strutturati e articolati. La politica odierna pone l’orizzonte temporale delle proprie azioni alla prossima tornata elettorale, vuole risultati immediati da spendere propagandisticamente, alimenta per ciò dinamiche di spesa pubblica pressoché prive di progettualità, di visione e di relazione con i territori. Sostiene di voler supportare e sviluppare le montagne ma in realtà ne alimenta la decadenza e i processi di disgregazione sociale, economica e culturale dei quali le terre alte soffrono già da decenni e sarebbe bene che non continuassero a soffrirne.

Ecco, le centinaia di milioni di Euro di soldi pubblici sprecati in progetti sciistici totalmente insensati, disarticolati e buttati sui monti “un tanto al chilo”, come si dice, andrebbero invece spesi, oltre che per i bisogni sistemici basilari delle comunità di montagna – vogliano nuovamente considerare lo stato delle scuole, delle strade, dei trasporti pubblici, della sanità, dell’efficienza amministrativa, della manutenzione idrogeologica…? Quante cose si potrebbe sistemare e migliorare con tutti quei soldi che, peraltro sottolineo, sono il frutto delle nostre tasse? – per istituire, a livello regionale, un soggetto (ente, commissione, cabina di regia, task forse… chiamiamola come vogliamo) composto da esperti di varie discipline e supportata da enti scientifici, di studio, università, che agiscono sul campo, vanno nei territori, ne studiano a fondo specificità, potenzialità e criticità oggettive, parlano con tutti i portatori d’interesse locali, pubblici e privati, e così elaborano progetti di sviluppo territoriale con effetti immediati e visioni a medio-lungo termine per ciascun territorio analizzato, dunque progetti peculiari e speciali per ogni territorio perché ciascuno di essi è una realtà a se stante che ha bisogno di interventi altrettanto specifici e mirati.

Questo è ciò che a mio parere va fatto sulle nostre montagne, così vanno spesi i soldi pubblici per generare un autentico sviluppo territoriale locale che generi benefici per tutta la comunità e per qualsiasi soggetto che la frequenta, anche per il turista occasionale.

In un contesto del genere, così ben concepito e strutturato nonché solidamente finanziato (i soldi ci sono, come si vede), si possono realmente proporre e fare innumerevoli cose, con ottime possibilità che ciascuna di esse avrà successo e apporterà vantaggi autentici e diffusi a tutto il territorio interessato e alla sua comunità. E di conseguenza risulterà anche un territorio ben più speciale, bello, attrattivo e accogliente per il turista, così che l’economia turistica in loco, finalmente congrua al territorio e alle sue potenzialità, possa diventare un elemento a sua volta veramente benefico per lo stesso oltre che organico alla comunità residente e strutturale nel tempo.

Questa non è una “alternativa”, è un vero modello di sviluppo territoriale dalle grandi potenzialità. Un progetto come “Winter & Summer Alta Valsassina”, ben lungi dal rappresentare un “modello” al quale opporre alternative, è invece una garanzia pressoché certa di fallimento e, ribadisco, di degrado territoriale.

Questo è il mio pensiero, e ringrazio di nuovo Antonio per avermi dato l’occasione di esprimerlo, spero con sufficiente chiarezza.

N.B.: tutte le immagini che corredano l’articolo, e che presentano vedute dell’Alpe di Paglio e del Pian delle Betulle, luoghi oggetto del progetto “Winter & Summer Alta Valsassina”, sono tratte da www.trekkinglecco.com.