“Emergenza Milano”, lunedì 17 aprile

Milano, la città antitetica. Cosmopolita, attrattiva, progredita, olimpica, ma intanto lascia morire gli alberi che pianta tra una cementificazione e l’altra per dirsi “green” (clic), i ciclisti che manda lungo le sue evanescenti ciclabili per dirsi “sostenibile” (clic) e molti suoi abitanti per i livelli di inquinamento che non sa decrescere per evidente tossicodipendenza genetica (clic). La Milano distrutta dalla guerra, poi quella del boom economico, poi della cronaca nera poliziottesca, la «Milano da bere» che va in depressione negli anni successivi ma comunque non si ferma mai, nemmeno a riflettere sugli errori commessi e dunque rinasce (imbruttita però) negli happy hour, nella gentrificazione eternata, nell’Expo e nelle prossime Olimpiadi, sempre più forma e sempre meno funzione, più esclusiva e meno inclusiva, sempre più piena di se stessa e più vuota di abitanti (veri), più City Life e meno living city. Così “avanti” da essere andata oltre pure alla propria anima, Milano è una città meravigliosa e «tutta da rifare» (cit.). O almeno per un bel po’.

Quello di lunedì prossimo 17 aprile a Milano, al quale si riferisce l’immagine in testa a questo articolo, rappresenta un buon tentativo al riguardo. Per saperne di più, qui trovate l’evento Facebook con ulteriori link utili e il form per l’iscrizione in qualità di associazione/ente.

Le comunità alpine devono riconquistare dignità e centralità politica

Vedo con piacere che sabato 18 marzo scorso la piazza Dibona di Cortina si è gremita di cittadini per l’evento “Riprendiamoci Cortina – ne riferisce anche Pietro Lacasella* su “Alto-Rilievo/Voci di montagna” il quale rimarca come così tanta gente si sia lì riunita non solo per rendere pubblica la propria opposizione alle più impattanti opere previste per le Olimpiadi del 2026 – a partire dalla ormai famigerata nuova pista di bob – ma anche per chiedere che le necessità dei residenti non continuino ad essere messe in secondo piano rispetto “agli interessi dei foresti”, denunciando che mentre servizi essenziali per gli equilibri comunitari si vanno via via riducendo, vengono investiti centinaia di milioni di euro nelle opere previste per Milano-Cortina 2026 le quali, in certi casi, appaiono a forte rischio di degrado post-olimpico, con conseguente e inevitabile degrado del territorio montano locale. Un territorio che rappresenta un patrimonio di valore inestimabile per tutti fuorché, evidentemente, per i propugnatori delle opere olimpiche, pronti a sacrificare la bellezza del paesaggio ampezzano pur di conseguire i propri tornaconti e farsi propaganda sui soliti palcoscenici mediatici.

Posto tutto ciò, trovo l’adunanza pubblica di Cortina particolarmente emblematica proprio nel suo rimarcare la necessità di rimettere al centro di qualsiasi iniziativa d’ogni genere, che possa e debba essere realizzata nei territori montani, le comunità che abitano quei territori, i loro bisogni e le necessità fondamentali, il loro benessere generale, la cura e la qualità dei servizi ecosistemici e dei beni comuni peculiari del territorio in questione, nell’evidenza lampante che il turismo migliore e più proficuo possibile per tutti, in zone paesaggisticamente pregiate e particolarmente delicate come quelle montane, lo si può sviluppare innanzi tutto dove venga garantito il benessere degli abitanti e sostenuta la relazione più positiva possibile con le loro montagne.

Oggi invece pare che non di rado l’industria turistica, sia essa sciistica o meno, purtroppo tenda a asservire totalmente le montagne sulle quali sviluppa il proprio business e chiunque le abiti ai propri bisogni e obiettivi, anche quando questi risultino fin troppo impattanti (non solo ambientalmente) e sostanzialmente avulsi dal luogo. In tal modo montagne e montanari diventano ostaggi della monocultura turistica imperante – che sovente è quella dello sci, appunto – la quale fa tabula rasa della dimensione socioeconomica e culturale del luogo e generando, in forza della realtà che stiamo vivendo e del futuro che ci aspetta, le condizioni ideali per una potenziale decadenza dell’intero territorio e della sua comunità, alienata dal proprio paesaggio (nel senso antropologico del termine) e resa incapace di sostenersi senza la presenza del turismo.

Quanto sta accadendo in vista delle Olimpiadi invernali del 2026 rende particolarmente evidente la situazione appena descritta, non solo a Cortina ma pure nelle altre località deputate allo svolgimento delle gare e in Valtellina soprattutto, come racconta bene il libro di Luigi Casanova Ombre sulla neve. Non c’è alcuna considerazione, attenzione e cura verso le comunità che abitano i territori olimpici, ovvero non è prevista praticamente nessuna opera che vada a soddisfare i loro bisogni pragmatici o iniziativa che possa agevolare il benessere stanziale. I tornaconti olimpici dettano legge e assorbono la gran maggioranza dei finanziamenti pubblici, anche attraverso opere sulla cui insensatezza tutti concordano (meno quei due o tre soggetti istituzionali che le vogliono imporre, ovviamente senza aver previsto alcun confronto democratico al riguardo con gli abitanti dei luoghi interessati, appunto).

D’altro canto risulta parecchio sconcertante constatare come i suddetti amministratori pubblici, con i loro sodali, non si rendano conto di come la loro condotta, le numerose mancanze delle quali si caratterizza e il sostanziale disinteresse verso gli abitanti delle montagne interessate, fin da ora sanciscono il fallimento delle iniziative previste. Ed è un fallimento non solo economico e ambientale ma anche politico, culturale, morale, civico, etico. Il fulcro della questione non è solo ciò che si vuole fare ma come lo si vuole fare, e cosa comporta per le geografie umane che ne subiscono gli effetti ora e ancor più negli anni futuri, nonché come la loro vita quotidiana verrà modificata, deviata, probabilmente guastata, parimenti ai territori che abitano. Non è una mera questione di fare o non fare strade, impianti, infrastrutture varie o che altro, ma è la necessità di manifestare al riguardo la competenza e la responsabilità più consone possibili oltre che la visione profonda e consapevole verso il domani. Una necessità che da subito, attraverso i fatti e le parole, sancisce la bontà e l’equilibrio di uno sviluppo, per i territori in questione, che possa garantire loro e agli abitanti il futuro più proficuo e funzionale alla vita su quelle montagne. Ovvero, di contro, è una mancanza – ma d’altro canto la definirei subito una colpa – che rischia di sancirne una drammatica, inesorabile decadenza. E capire quale sia l’opzione scelta dai suddetti amministratori pubblici, a livello locale e non solo, lo si può fare – lo si deve fare ora.

Che a Cortina e altrove lo si faccia me lo auguro di tutto cuore.

*: le immagini inserite in questo post me le ha concesse Pietro che le ha attinte dalla pagina Facebook “Voci di Cortina“.

Su “Valsassina News” e su “Lecco Today”

Ringrazio di cuore le redazioni di “Valsassina News” e di “Lecco Today che nei giorni scorsi hanno ripreso le mie osservazioni in merito alla questione dello sviluppo turistico dei Piani di Artavaggio (Valsassina, provincia di Lecco), in particolar modo mirate ai soggetti pubblici e privati locali che sostengono la necessità di realizzare una nuova seggiovia e il conseguente impianto di innevamento programmato, il tutto finanziato da soldi pubblici. Osservazioni che, al solito, non prescindono dal rispetto delle varie opinioni espresse e mirano a promuovere un confronto costante e sempre costruttivo. Per il bene di queste montagne e di chi le abita, innanzi tutto.

Per leggere i due articoli, cliccate sulle rispettive immagini e in calce troverete i relativi link.

La necessità di una responsabilità politica, nei progetti in montagna

Premessa (una tra le tante possibili): nell’immagine qui sopra (di Andrea Cunico Jegary) vedete la nuova seggiovia del Monte Kaberlaba, sull’Altopiano dei Sette Comuni, costata al Comune di Asiago 2 milioni e 800 Euro (soldi pubblici, certamente) e al momento, mi riferiscono, raramente utilizzata per ovvie ragioni climatiche. Si notino le quote altimetriche alle quali la seggiovia è stata installata.

Ora: quando mi ritrovo a leggere di progetti di “sviluppo” e infrastrutturazione turistica nei territori montani che fin da subito appaiono palesemente ad alto rischio – in molti sensi: economico, ecologico, ambientale, eccetera – torno a pensare che in tali situazioni c’è una mancanza grave, tra le tante, che invece dovrebbe rappresentare un elemento imprescindibile, anche a livello giuridico, di queste iniziative: la responsabilità. Responsabilità di chi le sostiene e a volte le impone, di chi le avvalla amministrativamente, di chi pone le firme sui documenti che le approvano, di chi per realizzarle spende soldi pubblici i quali, essendo tali cioè di tutti noi, devono imporre una chiara e piena giustificazione pre e ancor più post spesa.

Mettiamo un altro caso concreto, ovvero un progetto che sto seguendo con particolare attenzione: quello per il quale si vorrebbero realizzare nuove infrastrutture sciistiche sul Monte San Primo, con relativo impianti di innevamento artificiale a 1100 m di quota, nonostante le caratteristiche del luogo, la realtà climatica attuale e le potenziali alternative per la frequentazione turistica del territorio in questione, spendendo per tutto ciò buona parte dei 5 milioni di Euro (soldi pubblici, ribadisco) previsti dal progetto di sviluppo turistico proposto dalle amministrazioni locali. Poniamo che infrastrutture varie e innevamento artificiale vengano realizzati, e poniamo di contro che le condizioni climatiche che da anni stiamo constatando e che col tempo diventano sempre meno consone allo sci al di sotto dei 2000 m, proprio come in questi giorni ne stiamo avendo prove concretissime (e non è che al di sopra di questa quota le cose vadano tanto meglio, peraltro), confermino l’insensatezza e l’inadeguatezza delle infrastrutture realizzate spendendo tutti quei soldi pubblici, che resterebbero inutilizzate e rapidamente diverrebbero dei rottami – come peraltro già successo per precedenti simili interventi, sul Monte San Primo… ecco: se ciò dovesse accadere, chi ne pagherà le conseguenze? A chi dovrà necessariamente imputata la responsabilità degli errori commessi e dei soldi pubblici sperperati? A nessuno di quelli che questi errori li hanno pensati, avallati, imposti, commessi?

Io temo che la proliferazione di così tanti progetti turistici (e affini a ciò) illogici, insensati, fuori contesto e impattanti in territori di pregio tanto quanto delicati come quelli montani, che avrebbero invece bisogno di ben altre progettualità di sviluppo, turistico e non, sia generata anche da questa mancanza di riconoscimento normato delle necessarie, doverose responsabilità amministrative, politiche e istituzionali ad essi relative, ancor più indispensabile – rimarco di nuovo – perché di mezzo ci sono molti soldi pubblici spesi ovvero sperperati. Da questo punto di vista il pubblico – cioè noi tutti – ne paga subitamente e ineluttabilmente le conseguenze, visto che i nostri soldi vengono buttati alle ortiche in progetti palesemente sbagliati: e perché chi il pubblico rappresenta istituzionalmente e per esso decide, quasi sempre in assenza di un confronto pubblico sulle idee proposte, non può e non deve pagare altrettante conseguenze? Non ci può essere nessuna responsabilità per chi impone iniziative così chiaramente insensate, così avulse dalla realtà dei fatti e dalle caratteristiche dei territori che le subiscono? Si devono salvare sempre, costoro, anche se è loro la responsabilità fondamentale di quanto perpetrato e, come frequentemente accade, dei danni materiali e immateriali e del conseguente degrado cagionati al territorio?

Mi sembra una cosa che non sta né in cielo né in terra, questa. Eppure sovente finisce proprio così, tutt’al più il politico/amministratore dissennato non viene più eletto, fa ciao-ciao e “sparisce”  lasciando la gestione dei guai compiuti ai suoi successori – sperando che questi abbiano la capacità e le competenze per risolverli e non ne peggiorino ulteriormente gli effetti.

Chiedo di nuovo: vi sembra giusto?

Io credo che in queste circostanze la garanzia dell’assunzione di responsabilità, preventiva e susseguente agli interventi decisi e realizzati, debba essere un elemento da rendere presente e giuridicamente assicurato ben più di quanto oggi le leggi in vigore prevedevano e, soprattutto, molto più di come queste vengano attualmente osservate. Non è più possibile permettere che chiunque acconsenta di sperperare soldi pubblici, di realizzare infrastrutture degradanti che arrecano danni a volte permanenti al territorio e all’ambiente, di depauperare le risorse naturali – altri elementi che sono di tutti –, di imporre scelte che fin da subito risultano prive di qualsiasi buon senso e lo faccia per arroganza, incompetenza, inadeguatezza amministrativa, mania di protagonismo, strumentalizzazione ideologica, possa passarla liscia. Non ce lo possiamo più permettere, punto.

Epilogo: posto l’impianto sciistico mostrato nell’immagine in testa al post e qui preso a esempio emblematico (tra i tanti, troppi possibili, ripeto), le sue caratteristiche, i soldi pubblici che sono stati spesi per installarlo, l’alta possibilità che, in forza della climatica che già stiamo affrontando e che i report scientifici all’unisono indicano in ulteriore aggravamento negli anni futuri, non sarà utilizzato come il suo investimento imporrebbe e dunque posta l’evidente insensatezza di un’opera del genere e la conseguente distrazione di fondi pubblici che, forse, si potevano impiegare in modi ben più virtuosi e utili per le comunità locali, si chiede: veramente nessuno ne può e deve rispondere di un tale investimento a perdere destinato a una pressoché inevitabile malasorte?

Buon senso vs dissennatezza, a Sarnano-Sassotetto

[Immagine tratta da www.iluoghidelsilenzio.it.]
Già lo scorso 29 aprile vi avevo scritto le mie considerazioni nei riguardi del progetto di rilancio della località sciistica di Sarnano-Sassotetto, sul versante maceratese dei Monti Sibillini: un progetto talmente scriteriato da apparire quasi grottesco ma che d’altro canto dimostra che quella sconcertante incultura politica mirata alla gestione turistica dei territori montani di cui spesso tocca denunciare le dissennate iniziative non è confinata alle Alpi ma “deborda” pure verso il crinale appenninico. Stessa forma mentis (innanzi tutto politica, ribadisco) e identico modus operandi per danni inevitabilmente similari inflitti ai territori sottoposti a tali progetti, ai loro paesaggi e alle comunità che li vivono. Purtroppo l’involuzione turistica (e culturale) dell’industria dello sci non conosce confini montani, in Italia.

Riguardo il progetto di Sarnano-Sassotetto, e per tentare di bloccarne la realizzazione, si è formata un’Alleanza di varie associazioni marchigiane, non solo ambientaliste, che a maggio ha diffuso un comunicato stampa (qui accanto) con le ragioni in base alle quali si oppongono al progetto. In tale comunicato trovo molto interessante la parte dedicata alle reali esigenze di sviluppo delle comunità locali, un tema che praticamente mai viene toccato dai suddetti progetti turistici, i quali pedissequamente puntano tutto su iniziative monoculturali, con lo sci la fa da padrone e in base al consueto “mantra” per il quale lo sci e solo lo sci “salva la montagna”. Come se sui monti in questione non esistesse nessun altra economia, nessun altra potenzialità sfruttabile e possibilità di sviluppare forme di turismo alternative, come se le popolazioni che li abitano non sapessero fare altro e, come schiavi privi del diritto d’opinione, dovessero ineluttabilmente porsi al servizio dei promotori dei progetti suddetti che si comportano come padroni assoluti di quelle montagne. E come, ovviamente, se nevicasse allo stesso modo di decenni fa e i cambiamenti climatici non esistessero (ricordo che a Sarnano-Sassotetto si parla di un’area sciistica che non va oltre i 1600 m di quota). È del tutto evidente che la forma mentis alla base di questi progetti sia pericolosamente alienata, in primis rispetto alla realtà stessa dei monti sui quali vorrebbe intervenire, ovvero che persegua degli scopi che nulla hanno a che vedere con lo sviluppo socio-economico autentico e la valorizzazione ambientale effettiva di quei monti.

Per questo trovo quella parte del comunicato stampa su Sarnano-Sassotetto particolarmente significativa e esemplare, opponendosi alle bieche mire politiche presentate dal progetto e al contempo indicando come e dove poter intervenire se realmente si voglia sviluppare e valorizzare il territorio. Ve la propongo di seguito, mentre qui potete scaricare e leggere l’intero testo diffuso, nella speranza che il progetto in questione non vada in porto e parimenti che la politica locale possa finalmente recuperare il senno e comprendere le reali peculiarità, potenzialità, possibilità, esigenze e bisogni delle proprie montagne in ottica storica presente e futura.

[…] Se i progettisti e i politici si prendessero la briga di andare a studiare un po’ più approfonditamente la realtà del loro territorio e delle vere esigenze della popolazione, scoprirebbero almeno due cose: uno che la maggior parte della popolazione attiva dei loro comuni si dedica all’agricoltura, due che la popolazione attiva è andata negli ultimi decenni velocemente invecchiando, non a causa dell’abbandono a seguito del terremoto, ma per la brutale decurtazione dei servizi e delle infrastrutture necessarie per il vivere civile, che ha fatto fuggire specialmente i giovani. E tale situazione non è diversa se nel comune c’è l’industria dello sci, come a Sarnano, oppure no come ad esempio ad Amandola o a San Ginesio. Ciò significa che il turismo mordi e fuggi che si vuole potenziare, non è quello che fa la differenza, ma altri sono i fattori strutturali sui quali bisognerebbe rapidamente incidere. Siamo fermamente convinti, che i soldi che arriveranno, non incideranno minimamente sulle reali condizioni di sottosviluppo del territorio montano della nostra provincia, che per lo più andranno in gran parte a beneficiare i progettisti e le imprese che realizzeranno gli impianti, e ben poco rimarrà poi a beneficio futuro della popolazione locale. Sarà proprio un caso che per realizzare qualche tappeto di plastica, mettere qualche cavo sospeso tra due picchi, ristrutturare qualche skilift e qualche baita, fare qualche piazzola da campeggio, anche se pomposamente la vogliamo chiamare “glamping”, si siano mossi importanti progettisti dalle grandi città del nord? Il rischio che si intravede allora è che si tratti ancora una volta dell’ormai vetusto modello colonizzatore della montagna, aduso ad appropriarsi di ogni residua risorsa lì disponibile, lasciando poi sul territorio, finiti i soldi, i simulacri arrugginiti di tali realizzazioni, come quelle che già tristemente da molto tempo fanno mostra di sé, sui versanti e le creste dei Sibillini.

Il vero patrimonio che nessuno vede, ma che è presente in tutta la fascia pedemontana marchigiana dei Sibillini è invece il paesaggio rurale e i suoi centri abitati; l’agricoltura è la vera ricchezza che andrebbe potenziata e sulla quale bisognerebbe massicciamente investire per trasformare le poche aziende ormai invecchiate, in centri di produzione di eccellenza gestiti da giovani preparati, acculturati, profondamente motivati a vivere “bene” a casa loro. I tristi fatti di questi giorni hanno drammaticamente evidenziato come il nostro sistema agroalimentare sia fortemente dipendente, fragile ed inquinante. Le risorse come l’agricoltura e l’acqua che la montagna ancora custodisce, sono la vera ricchezza, oggi e sempre più nel futuro, e lì bisognerebbe volgere tutti gli sforzi e gli investimenti per un nuovo modello di produzione e di sviluppo integrato sociale e rispettoso dell’ambiente. E oggi agricoltura sostenibile significa anche turismo i cui proventi però, finirebbero direttamente nelle mani dei produttori, della gente del posto e non esportati fuori dal territorio nelle mani di speculatori e avventizi. […]