Come esempio di una cultura sensibile alla protezione del patrimonio naturale

[Immagine di @b.eccio, tratta da www.ladarbia.com.]

Non come opposizione all’industrializzazione, ma come esempio di una cultura sensibile alla protezione del patrimonio naturale, e finalizzato criticamente a mettere in guardia la classe politica dalle facili concessioni.

Sembrano affermazioni proferite oggi, vero?

Invece le scrisse nel 1906 – millenovecentosei, già – Giorgio Spezia, celebre ingegnere e mineralogista italiano, originario della Val d’Ossola, enunciate in forza del suo impegno per evitare che la Cascata del Toce, in val Formazza, considerata una delle più spettacolari delle Alpi, fosse prosciugata per fini idroelettrici. Le ho tratte da L’attraversamento invernale delle Alpi, il bel libro di Alberto Paleari del quale ho scritto qui (è alle pagine 81-82 del libro).

Quando affermazioni relative a realtà vecchie di più di un secolo risultano valide ancora oggi, anche più di allora, significa che c’è un problema, serio e irrisolto. Infatti abbiamo un grosso problema, noi uomini del Terzo millennio, con la salvaguardia dell’ambiente che abitiamo: ciò non significa che non si possa fare nulla di umano in Natura ma che ogni cosa debba essere fatta con «cultura sensibile» e senza correre dietro a «concessioni» antitetiche e pericolose per il territorio che viviamo. Il che, dal mio punto di vista e in poche parole, significa che si può fare di tutto ma che va fatto con buon senso.

[Immagine di @ale_rilievi, tratta da www.ladarbia.com.]
Parrebbe una cosa semplice, banale, ovvia per l’Homo Super Sapiens che sta per andare su Marte e ha elaborato l’IA. Invece basta guardarsi intorno e si capisce che non è così. Tanto quanto non si capisce – cioè non capiamo, noi “Sapiens” – le conseguenze che ne inevitabilmente scaturiranno. Purtroppo, già.

Un misterioso edificio “metafisico” in mezzo alle Alpi svizzere

[Il centro di Silvaplana, in alta Engadina, con alle spalle la valle – detta localmente Vallun – che sale verso lo Julierpass. Foto di Pimlico27, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
L’Architettura è un’arte, lo rimarco spesso. In montagna, se possibile, lo è ancora di più: anche solo per come l’inserimento di un manufatto architettonico in un contesto estremamente delicato, tanto ambientalmente quanto esteticamente, come quello montano sia qualcosa che richieda così tanta abilità da risultare molto affine all’arte. Realtà peraltro ben dimostrata anche dall’aspetto opposto, da certi scempi che progettisti ben poco abili hanno imposto e perpetrato a molti paesaggi montani.

Si tratta di aver a che fare fisicamente – nel senso più materiale ma pure più filosofico del termine – con la peculiare geografia fisica delle montagne, che è “fisica” nel modo più assoluto e si fa paesaggio come in nessun altro contesto e come alcun altro elemento, anche antropico, può fare. Non è cosa da tutti, insomma. Ma quando quell’abilità architettonica che rimanda all’arte si manifesta appieno, allora può nascere qualcosa che non è semplicemente fisico ma diventa addirittura metafisico. C’è un edificio, in mezzo alle Alpi svizzere a 2000 metri di quota, che questa cosa secondo me la dimostra perfettamente.

Ogni volta che transitavo (e l’ho fatto decine e decine di volte) lungo la strada dello Julierpass, che collega l’alta Engadina alla Val Surses e al nord della Svizzera, per praticare scialpinismo o escursionismo su una delle numerose vette della zona, mi sono sempre chiesto cosa diavolo fosse quello strano edificio che fuoriesce dalla montagna, salendo da Silvaplana sulla destra: un monolite squadrato, massiccio, totalmente ricoperto di pietra, con l’ingresso carrabile in una trincea erbosa e con solo un paio di finestrature in vetrocemento. L’apparenza è quella di un muraglione paramassi ma piazzato sulla montagna a casaccio, oppure di una diga rimasta incompiuta; il traliccio dell’alta tensione sul tetto segnala la presenza di energia ma null’altro fa pensare a una centrale elettrica, ad esempio. Inoltre il rivestimento in pietra gli conferisce un che di antico, che tuttavia contrasta con la forma monolitica indubbiamente contemporanea, che fuoriesce dal versante montano suggerendo l’esistenza di una parte nascosta dentro la montagna.

Comunque è una presenza architettonica così strana e misteriosa da sembrare metafisica, appunto.

Dunque, che diavolo è? Una base militare dell’esercito svizzero con aree segrete celate sottoterra? Un centro di ricerca scientifico con laboratori ipogei? O forse è un inespugnabile forziere nel quale sono custoditi i tesori dei milionari che hanno casa nella vicina Sankt Moritz? C’è tuttavia un dettaglio esteriore che rende l’edifico ancora più metafisico e misterioso: il grande portale d’ingresso, una enorme lastra di ottone grezzo che all’ombra si opacizza e invece se illuminata dal Sole diventa scintillante. Be’, in tal senso potrebbe quasi essere un posto da Agente 007, d’altro canto anche James Bond è da sempre di casa in Svizzera (e in alta Engadina vennero girate le scene sciistiche di Agente 007 – La spia che mi amava, film della saga bondiana del 1977).

Successivamente, quando ho cominciato a occuparmi in maniera sistematica di paesaggi montani, e dunque pure di architettura alpina, ho potuto rapidamente svelare l’“arcano” dello strano edificio sulla strada dello Julierpass. Infatti mi è bastato conoscere Hans-Jörg Ruch, uno dei più rinomati architetti alpini, il quale nel 1996 ha progettato l’Unterwerk Albanatscha, una sottostazione elettrica nella quale l’energia trasportata dalla linea ad alta tensione che collega la Val Poschiavo con l’Oberhalbstein (il toponimo tedesco della val Surses) attraverso i passi del Bernina e dello Julier viene trasformata in bassa tensione e immessa nella rete di distribuzione che serve l’alta Engadina. Ecco svelato il mistero!

L’edificio della Unterwerk Albanatscha è veramente molto grande, ben 16.000 metri cubi di volume complessivo, dunque quella che fuoriesce dal corpo della montagna è solo una piccola parte del complesso. Per diminuire il più possibile l’impatto sul luogo, Hans-Jörg Ruch ha messo in atto due originali soluzioni: interrare la gran parte dell’edificio e, per la parte esterna, destrutturarne le forme confondendole nel luogo, così da non far capire all’osservatore cosa abbia di fronte e quindi confondendo anche la sua percezione. La natura metafisica dell’edificio nasce soprattutto da questa “confusione” indotta.

[Hans-Jörg Ruch. Foto tratta da www.fondazionecourmayeur.it.]
Come si legge nel sito di Ruch & Partner Architekten, lo studio di Hans-Jörg Ruch (che ha sede proprio a Sankt Moritz), «Il concetto architettonico si basa sul tema del flusso e della potenza dell’energia. L’edificio raffigura l’energia che scorre nel terreno e lo “eleva”. La costruzione esclude il paragone con qualsiasi edificio normale, sembra più un rinforzo del terreno grazie alla pietra di cava proveniente dallo scavo e, in alcuni casi, alla roccia da esplosione, che riveste le parti dell’edificio fuori terra. Le pareti laterali si allungano fino a fondersi con il paesaggio. L’enorme sala de trasformatori della centrale elettrica, che funge da centro operativo dell’impianto, è direttamente accessibile dalla Julierstrasse attraverso l’enorme cancello monolitico in ottone grezzo.»

Le montagne, ciclopici ammassi di roccia che si elevano al cielo, sono quanto di più “fisico” vi sia sulla Terra, come ho già rimarcato. Ma sono anche luoghi di bellezza così assoluta che la loro geografia fisica a volte sembra rivelare una dimensione estetica metafisica, qualcosa che va «oltre gli elementi contingenti dell’esperienza sensibile» e mira al senso assoluto di ciò che si contempla. Intervenire umanamente (l’uomo è nell’ordinario creatura terrena, materiale e mortale per eccellenza, la cui reale quotidianità è ben distante da qualsivoglia metafisica) in un contesto così speciale, capite bene che è cosa assai difficile ma d’altro canto estremamente affascinante: proprio perché permette di generare ulteriore fascino tangibile che diventa trait d’union tra il luogo fisico e il paesaggio metafisico.

È quello che, a mio parere, riesce a fare l’Unterwerk di Hans-Jörg Ruch lungo la strada dello Julier Pass, sui fianchi erbosi del Piz Albana che in quella zona prendono il nome di Albanatscha. Sicuramente una delle opere architettoniche, e umane in genere, più metafisiche delle Alpi. Fateci caso, se passerete da lì.

N.B.: tutte le foto qui presenti, ove non diversamente indicato, sono tratte dal sito web di Ruch & Partner Architekten.

Le divinazioni del tempo

(Quella che qui ripropongo è una personale, annosa battaglia contro i mulini a vento, lo so bene. Ma ci tengo a “combatterla”, anche da solo, e quindi amen.)

Spettabili servizi meteorologici che diffondete i vostri bollettini meteo sui media: per favore, smettetela di proporre previsioni che vadano oltre le 48 ore. Già a volte siete poco affidabili nelle ventiquattr’ore, figuriamoci dopo. Ma, pure al netto dell’affidabilità più o meno alta, se nelle 24/48 ore le potete definire “previsioni”, le vostre, quelle che diffondete oltre le dovreste denominare divinazioni. Ancor più quando vi azzardate a prevedere cose del tipo «la tendenza» per l’estate o per le feste di fine anno settimane prima: che senso ha farlo? Ricordatevi che la meteorologia è una scienza e la scienza non credo sia qualcosa che deve dire ciò che altri vogliono sentirsi dire, altrimenti quando va sui media perde lo status di scienza e diventa una mera telepromozione. Del nulla però.

Quanto sopra, ovviamente, vale anche dalla parte opposta, cioè per chi si affida fin troppo a quelle divinazioni meteorologiche facendosene condizionare (per poi magari prendersela in caso di previsione errata). D’altro canto, salvo i casi estremi solitamente annunciati non tanto dalle previsioni del tempo quanto dalle allerte meteo diramate dalle autorità competenti, sappiate che se anche in montagna o altrove vi coglie un acquazzone non vi succede nulla, anzi: con la pioggia la Natura – tutta, non solo quella montana – diventa per molti versi ancora più affascinante. Per il resto, molto più di previsioni strombazzate qui e là sui media e sul web, con il tempo e i suoi fenomeni vi bastano due dita di testa e un tot di buon senso. Ecco.

Il mistero irrisolto della Civetta

[Tramonto sul paese di Alleghe sovrastato dalla mole della Civetta illuminata dall’ultimo Sole. Foto di Riccardo Trimeloni su Unsplash.]
Le Dolomiti sono una delle regioni più affascinanti delle Alpi non solo per la particolare bellezza delle loro montagne ma pure perché questa bellezza è alimentata da tanti altri fattori intriganti, e uno dei maggiori è certamente quello della toponomastica. Le vette dolomitiche in effetti hanno spesso degli oronimi particolari, molti dei quali con un’origine che tutt’oggi appare incerta e “misteriosa”.

Il monte Civetta, ad esempio, che delle Dolomiti è una delle vette più belle oltre che alpinisticamente più ambite. C’entra con l’oronimo il noto rapace, seppur sia ben poco diffuso sulle Alpi? E perché poi molti lo chiamano al femminile, la Civetta?

Il monte Civetta viene citato per la prima volta in un documento del 1665 con il nome di derivazione dialettale Zuita, mentre compare per la prima volta nella cartografia ufficiale in una mappa del Tirolo del 1774. Nella carta del Regno Lombardo Veneto del 1833 viene indicato con il nome di «M. Civita»: in effetti alcuni studiosi, tra i quali Domenico Rudatis – che passò alla storia anche come eccellente alpinista – fanno risalire il toponimo alla parola latina civitas, che indica un insediamento urbano non organizzato (una città non urbanizzata, in pratica). Anche Antonio Stoppani, nel suo Bel Paese, descrisse il monte Civetta così: «Avete mai visto una montagna più bella e più orrida? È la Civìta, detta anche Corpassa» definendola simile a una grande «città turrita e merlata», immagine che la visione della vasta e alta parete nord-ovest dalla zona di Alleghe e dell’alto Agordino può certamente suscitare, sebbene con buon uso di immaginazione.

Tuttavia il suddetto omonimo uccello notturno in qualche modo c’entra con la denominazione della montagna. Secondo alcune fonti, infatti, il riferimento alla civetta è dato dall’incombenza paurosa della montagna, la cui citata parete nord-ovest è tra le più alte delle Dolomiti (viene sovente definita la parete delle pareti), e per questo la stessa montagna venisse considerata stregata, portatrice di disgrazie proprio come il rapace notturno della superstizione popolare, che nel dialetto locale veniva chiamato la zuita, femminile, e ovviamente non al zuita, maschile. Il grande scalatore Emilio Comici virò tale interpretazione in chiave alpinistica sostenendo che veniva chiamata in questo modo «parchè la incanta»: egli d’altronde non si fece incantare più di tanto dalla montagna, visto nel 1931 che firmò, con Giulio Benedetti, una delle vie più famose e difficili che superano la suddetta parete nord-ovest. Un altro grande scalatore dell’alpinismo pioneristico, Paul Grohmann, confermò l’interpretazione ornitologica del nome sostenendo, molto semplicemente, che la montagna «assomiglia a una civetta», forse con ciò dimostrando di esserne rimasto incantato fin troppo.

[La parete nord-ovest della Civetta. Immagine di pubblico dominio.]
A definire meglio l’interpretazione oronomastica legata al rapace notturno ci pensò Giovanni Angelini, grande conoscitore di queste montagne che sulla Civetta (al femminile dunque, perché sia valida l’interpretazione della città turrita, sia quella del rapace notturno, sempre di quel genere si tratta) ci scrisse alcuni libri. In uno di essi, Civetta per le vie del passato, scrive che l’immagine a cui si deve fare riferimento non è quella del piccolo rapace notturno, cioè occorre pensare non alla civetta appollaiata in agguato precisa Angelini ma bisogna figurarsela nell’atto di spiccare il volo ad ali aperte, con vista da nord est, cioè dalle alture zoldane al confine con la Forcella Staulanza. Soltanto così, di scorcio, la bella sommità si erge rostrata. Cosa che verrebbe dimostrata dal fatto che la montagna venga chiamata Zuita sia sul versante agordino che su quello zoldano, dal quale la grande parete nord-est non è visibile il che casserebbe l’interpretazione della civitas turrita.

Mistero risolto, dunque? Niente affatto, perché pare che la gente dei territori ai piedi della Civetta sostenga ancora che il nome non abbia alcun legame con l’italiano “civetta” ma si riferisca a quel termine latino civitas dal quale viene l’oronimo primitivo «Monte Civita», riportato sui vecchi documenti, come già visto, ai quali essi conferiscono una maggiore e più affidabile ufficialità toponomastica.

Il “mistero” permane, quindi. Ma, nel caso della Civetta come di altre montagne dal toponimo dubitabile, mi sembra di poter dire che tale incertezza non va affatto a scapito della bellezza e del fascino della montagna, ma, anzi, ne rappresenta un ulteriore elemento di fascino e di attrattiva. Come se tale suggestivo “mistero” toponomastico conferisca e alimenti un costante interesse, curiosità, desiderio di maggior conoscenza dunque, per molti versi, doni vitalità alla montagna tanto nella geografia locale quanto, e anche più, nella mente e nell’immaginazione dei residenti e dei visitatori i quali, che nelle sue forme ci vedano una città turrita oppure una civetta con le ali spiegate, credo vi ritrovino comunque lo spettacolare, attraente fulcro di un paesaggio di rara magnificenza.

“Nei Sentieri Selvatici” e più spettacolari dell’Adamello, prossimamente

[La sommità dell’Adamello, 3539 m. Foto ©Mauro Speziari.]
Il Parco dell’Adamello è senza dubbio tra le aree protette più belle e importanti delle Alpi italiane, comprendendo nel proprio territorio la raggiera di vallate che hanno origine dal versante lombardo della calotta del Ghiacciaio dell’Adamello, il più grande d’Italia.

È un territorio ricco di meravigliose peculiarità, a volte poco conosciute, attraverso le quali la natura alpina si manifesta all’ennesima potenza, così come nel tempo si è manifestata una relazione umana altrettanto peculiare (nel bene e nel male) con queste montagne dalla quale scaturiscono innumerevoli narrazioni di grande fascino e suggestione.

In un contesto del genere, così potentemente alpino, sono ben lieto di darvi notizia del prossimo inizio di “Nei Sentieri Selvatici”, una rassegna di cammini geopoetici che il Parco Adamello ha organizzato e ideato insieme all’autore Davide Sapienza proprio per valorizzare il legame tra geografia e poetica nell’ambiente alpino del Parco e della Riserva della Biosfera Valle Camonica-Alto Sebino. E posso asserire con certezza assoluta che non c’è persona, autore, guida, nume migliore di Davide per andare alla scoperta e alla conoscenza del territorio camuno.

La rassegna propone cinque appuntamenti, tra luglio e ottobre: sarà ufficialmente presentata martedì prossimo 2 luglio, alle ore 14.30, nella Sala Cemmi presso la sede della Comunità Montana di Valle Camonica, in Piazza Tassar, 3 a Breno.

Invece il primo appuntamento è fissato per sabato 13 luglio 2024 e s’intitola 𝗘𝘀𝗽𝗹𝗼𝗿𝗮𝗻𝗱𝗼 𝗶𝗻 𝗩𝗮𝗹 𝗦𝗮𝗹𝗮𝗿𝗻𝗼, una delle più emblematiche vallate della zona, che nel Novecento ha conosciuto il più forte sviluppo dell’industria idroelettrica (insieme alla Val d’Avio) ma che offre molti altri spunti esplorativi importanti. Non a caso qui già nel 1883 sorse uno dei primi rifugi del versante camuno dell’Adamello, il Rifugio Val di Salarno, sostituito nel 1908 da un più moderno rifugio dedicato a una figura chiave della storia camuna, l’avvocato Paolo Prudenzini, che tra la seconda metà dell’Ottocento e i primi anni del Ventesimo Secolo esplorò profondamente il Gruppo Adamello. Sulle sue tracce, e con la guida preziosa di Davide Sapienza, i partecipanti potranno respirare la “poetica” di chi scorse nella montagna un orizzonte comune e tutt’oggi ineludibile.

[Veduta della Val Salarno dall’alto del passo omonimo, 3158 m. Foto di SPIW, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
I posti sono limitati, l’iscrizione è possibile qui: https://bit.ly/EsplorandoInValSalarno. L’invito che vi sottopongo per parteciparvi è caloroso, e non solo per il periodo estivo in corso!

“Nei Sentieri Selvatici” è una iniziativa della Comunità Montana Valle Camonica (Parco Adamello + Riserva della Biosfera Valle Camonica-Alto Sebino) con l’Officina Culturale Alpes (alla quale mi onoro di fare parte), il che è garanzia di qualità e fascino assoluti.

P.S.: e chi volesse scoprire perché l’Adamello si chiama così, dia una letta a questo mio articolo di qualche tempo fa.