PERSONEFANNOCOSE, all’ombra delle Grigne

Giovedì 28/07, alle 19.30 ai Piani Resinelli, sopra Lecco e al cospetto della meravigliosa Grignetta, avrò l’onore e il piacere di essere ospite di 𝗣𝗘𝗥𝗦𝗢𝗡𝗘𝗙𝗔𝗡𝗡𝗢𝗖𝗢𝗦𝗘, il format culturale partecipativo per l’autoformazione e l’empowerment territoriale della montagna creato e curato da Resinelli Tourism Lab. L’obiettivo del format è la condivisione di idee e buone pratiche per un rilancio della montagna davvero sostenibile e partecipato – nel frattempo godendosi un ottimo aperitivo serale in qualche fascinoso “angolo segreto” dei Piani. Nel mio caso, chiacchiereremo di valorizzazione delle aree interne e turismo sostenibile in montagna, temi fondamentali per il presente e il futuro dei territori montani che lo diventano ancor di più proprio quando condivisi da più persone possibili, dal montanaro stanziale da generazioni sui monti fino al turista occasionale.

𝗣𝗘𝗥𝗦𝗢𝗡𝗘𝗙𝗔𝗡𝗡𝗢𝗖𝗢𝗦𝗘, come accennavo poco sopra, è un format culturale partecipativo per l’autoformazione e l’empowerment territoriale della montagna. In sostanza, si invita gente a raccontare quello che fa: neo-rurals, imprenditori e imprenditrici d’alta quota, blogger, persone che hanno deciso di fare cose che valorizzano il territorio e le aree interne.

Il format è semplice:

  • Scegli il giovedì che ti interessa, ma se partecipi a tutti direttamente è meglio.
    Vieni in montagna con delle buone scarpe e una discreta voglia di chiacchierare e conoscere gente.
  • Noi ti portiamo in un posto segreto, che sicuramente non conosci, e che sarà impervio, dimenticato, abbandonato, selvatico, ostico, infrattato, sui bricchi. Faremo insomma una ravanata, che però ti porterà in men che non si dica in un luogo bellissimo e lontano dalle mete blasonate del turismo di massa.
  • Una volta arrivati, tireremo fuori dagli zaini l’aperitivo. Si mangia e si beve a chilometro zero in alta quota grazie al mitico Bar Ristorante Dal Tusett. Non male, no?
  • Mentre spilucchiamo e sbevazziamo, interagiamo e chiacchieriamo con i nostri ospiti, quelli che abbiamo invitato.
  • Quando ci siamo detti tutto, ti riportiamo indietro.

Visto che l’obiettivo di 𝗣𝗘𝗥𝗦𝗢𝗡𝗘𝗙𝗔𝗡𝗡𝗢𝗖𝗢𝗦𝗘 è la condivisione di idee e buone pratiche per un rilancio della montagna davvero sostenibile e partecipato, è importante che chi segue il progetto partecipi a tutti gli incontri. Per creare una community di aspirazioni e desideri, con cui immaginare un piano di sviluppo territoriale di ampio respiro e vedute orizzontali.

I primi tre appuntamenti del format sono giovedì 21 luglio con Michele Castelnuovo, giornalista e creator di Trekking Lecco,  giovedì 28 luglio con lo scrivente, e giovedì 10 agosto con Alessio Dossi, promotore di processi di imprenditoria civile. Calendario e dettagli li trovate nella locandina in testa al post: cliccateci sopra per ingrandirla.

Importante: la prenotazione agli appuntamenti è obbligatoria alla mail resinellitourismlab@gmail.com.

[I Piani Resinelli, Lecco e la pianura lombarda. Immagine tratta da qui.]
Sarebbe veramente molto bello e interessante trovarci lassù, nella bellezza intensa ancorché delicata (nonostante tutto) dei Piani Resinelli, luogo affascinante tanto quanto emblematico che merita di essere vissuto pienamente e profondamente. Che ne dite?

L’acqua preziosa, (da) sempre

Da più di un mese ogni giorno cerchiamo l’acqua sul nostro piccolo ghiacciaio che inesorabilmente sta sempre più arretrando. I tubi si allungano, si cambiano le posizioni nei crepacci, ogni giorno con il pensiero di non avere l’acqua in rifugio. Oltre al normale lavoro che svolgiamo c’è anche questo lato che ti fa ricordare di essere umile, rispettoso e impotente nei confronti di madre natura.
Pazientate se vi ricordiamo di spegnere sempre l’acqua quando vi lavate i denti (non solo qui ma anche a casa), di usarla con parsimonia mentre vi lavate ma è un elemento troppo prezioso e non va sprecato.

Questo è un post pubblicato dal Rifugio Quinto Alpini (in Val Zebrù, Lombardia) sulla propria pagina Facebook – le immagini sopra pubblicate sono quelle che lo corredano. Penserete senza temere di sbagliare che siano parole di questi giorni, vista la situazione di emergenza idrica che stiamo affrontando. Invece è del 24 agosto 2021, lo scorso anno, nel quale l’inverno era stato particolarmente nevoso, la primavera piuttosto fresca (il che avrebbe dovuto conservare la neve sui ghiacciai in maniera ottimale) e l’estate non raggiungeva i picchi di temperatura di quella in corso.

Ecco.

Ora, quando sentite quei personaggi, solitamente politici, che sui media e pubblicamente in vari modi dichiarano e ritengono che la situazione dell’anno in corso sia “eccezionale”, il che giustificherebbe lo stato di emergenza attuale ma non certo altre iniziative preventive o di mitigazione dei rischi futuri di carenze idriche (tanto «siamo ricchi di acqua», no?), sappiate formulare per essi il giudizio più consono che si meritano. Anche perché, se sapremo affrontare al meglio e in modo veramente resiliente le situazioni climatiche ambientali del prossimo futuro, non sarà certo grazie a quei personaggi. Anzi.

“La” zona rossa

Negli ultimi giorni mi sono capitate sott’occhio, in differenti occasioni, alcune mappe dell’Italia in ognuna delle quali vi era un evidentissimo elemento comune: una zona geografica ben precisa colorata di rosso più diffusamente o più cupamente di altre, a segnalare un certo valore massimo rispetto a una determinata specificità oggetto di indagine e alle zone circostanti.

La mappa più recente, vista ieri, evidenzia la percentuale di consumo di suolo in base ai dati dell’Ispra; fate attenzione a quale sia la zona rossa più ampia e dal colore più cupo:

Questa prima mappa me ne ha ricordata un’altra vista pochi giorni fa, relativa alle temperature previste nell’ennesima ondata di calore in corso – che qualcuno, bizzarramente, ancora definisce “anomala”. Anche qui notate la zona più rossa di altre:

Infine mi sono ricordato di un’altra mappa, vista di recente. Indica la concentrazione di particelle inquinanti nell’aria, e di nuovo fate caso a quale sia la zona più rossa:

Capirete ora di quale elemento cromatico comune a tutte e tre le mappe, ovvero di quale solita zona geografica, vi stavo dicendo poc’anzi.

Ecco.

Potrebbe essere solo una inusitata coincidenza, certamente. Oppure no.

Comunque, a questo punto aggiungo una quarta mappa:

Indica la percentuale diffusa nel territorio di politici eletti e amministratori pubblici menefreghisti rispetto alle problematiche relative alle altre tre cartine e a tutto ciò che vi è di correlato. Vi sembrerà strano, inopinato, imprevedibile, incredibile, ma anche qui la zona più rossa di altre è sempre la stessa – ed è peraltro una mappa che resta immutata da decenni.

Che bizzarrissima “coincidenza”, non vi pare?

Neve artificiale e consumo di acqua

P.S. – Pre Scriptum: pubblico di seguito il testo completo dedicato al tema “neve artificiale e consumo di acqua”, legato ad altri miei post al riguardo pubblicati di recente qui sul blog, dal quale è stato ricavato l’articolo di Fabio Landrini uscito su “La Provincia di Lecco” del 6 luglio scorso, che trovate qui. Credo possa rappresentare un ulteriore interessante contributo analitico (nelle note in calce al testo trovate le fonti dalle quali ho tratto i dati e le informazioni citate) per alimentare la riflessione sul futuro dello sci su pista nella “nuova” realtà climatica che stiamo ormai cominciando pienamente ad affrontare. Una realtà che ben difficilmente ci consentirà di lasciare le cose come sono state fino a oggi e verso la quale è necessario programmare una ben meditata resilienza, per il bene delle montagne ma, ancor più, per il bene di tutti noi. Anche perché, a ben vedere, la “resistenza” che qualcuno propone sembra solo una via ancor più veloce verso il disastro, ecco.

[Foto di Heike Georg da Pixabay.]
In tema di neve artificiale – sul quale di recente ho disquisito più volte, qui sul blog – probabilmente molti si chiederanno il perché si accusino gli impianti di innevamento programmato di consumare acqua quando non facciano altro che trasformarla in neve la quale poi, sciogliendosi, tornerà allo stato liquido. È una cosa che parrebbe scontata, a prima vista, e che mi sono chiesto anch’io prima di scriverne, documentandomi presso varie fonti scientifiche e persone competenti al riguardo. Teoricamente sì, l’acqua trasformata in neve dai cannoni torna al suolo, una volta sciolta: solo non si sa dove, come e quando. Ovvero, la questione è molto complessa e legata a numerose variabili di difficile o impossibile controllo da parte dei gestori degli impianti o dagli amministratori delle risorse idriche locali, che rende la produzione di neve artificiale una pratica necessariamente da sottoporre a rigidi parametri di sostenibilità ambientale, economica e ecologica se non proprio, in molti casi, da disincentivare.

Innanzi tutto per produrre neve artificiale vengono utilizzate risorse idriche potabili, spesso pescate dai corsi d’acqua e dalle falde locali (ove non vi siano bacini di accumulo, che tuttavia a loro volta non possono essere alimentati unicamente dalle acque meteoriche) in momenti dell’anno nei quali la loro portata e disponibilità d’acqua è minore[1] nonché, anche per quanto appena osservato, in aree che spesso soffrono di carenze al riguardo (vedi i Piani di Bobbio, sul cui tema ho scritto nei giorni scorsi[2]) e dunque alle quali l’acqua potenzialmente disponibile viene tolta per poi essere teoricamente resa, una volta sciolta la neve sparata, quando magari non serve più – ovvero nei mesi primaverili. Anche l’affermazione secondo la quale i bacini di accumulo dell’acqua per la produzione di neve artificiale sarebbero delle riserve idriche per i propri territori è alquanto opinabile: se un certo deposito idrico viene destinato a un ben determinato uso – sparare neve artificiale – per il quale c’è bisogno dacché non nevica, ma siccome non nevica e dunque nemmeno piove i paesi a valle soffrono di carenza d’acqua nei propri acquedotti, secondo voi quell’acqua non verrà utilizzata per produrre neve e garantire l’apertura delle piste da sci (che altrimenti resterebbero chiuse, con evidenti danni economici per la società di gestione del comprensorio e l’indotto relativo), e verrà magnanimamente “donata” agli acquedotti a valle? Be’, personalmente mi permetto di pensare a tale eventualità come non credibile.

Inoltre: parte dell’acqua da scioglimento della neve artificiale resta in prossimità del suolo ove è stata sparata senza raggiungere le falde sottostanti o i corsi idrici locali, dacché è impossibile determinare il displuvio delle acque dalla superficie verso il sottosuolo se non a livello di bacino idrografico di zona: dunque non è detto che la neve artificiale, una volta sciolta, raggiunga le risorse idriche alle quali pescano gli acquedotti a valle. Un’altra parte evapora in forza delle temperature ovvero per sublimazione[3], dunque diventa gas nebuloso che poi il vento trasporta a decine se non centinaia di km di distanza prima di scaricarla nuovamente come pioggia al terreno (magari in zone che di problemi di siccità non ne hanno).

Poi c’è da considerare il problema – invero poco o nulla contemplato da chi gestisce gli impianti di innevamento artificiale – della perdita di acqua durante la produzione di neve artificiale, ovvero quel dato tra il 15 e il 40% determinato dalla ricerca dell’Istituto Svizzero per lo Studio della neve e delle valanghe di Davos[4]: in pratica, di 10 litri d’acqua immessi nell’impianto di innevamento può essere che fino a 4 litri non diventino neve e si perdano in varie modalità, di contro senza che vi sia la certezza che rappresentino un apporto idrico alle risorse locali.

Poi ancora bisogna considerare la geomorfologia delle località che utilizzano impianti per la neve artificiale i cui comprensori sciistici hanno piste su versanti idrografici diversi (sempre ad esempio i Piani di Bobbio, che “scaricano” acqua verso la Valsassina o verso la Val Brembana, ma ciò accade per quasi tutti i comprensori posti su altipiani, selle, valichi), per cui – per intenderci – la neve sparata a ovest diventa acqua che divalla a est, quindi con privazione di apporto da una parte e vantaggio dall’altra che magari non ne avrebbe bisogno mentre la prima sì.

Poi c’è la questione dell’additivazione chimica ancora in uso negli impianti di innevamento più vecchi, mentre quelli più recenti, stando alle dichiarazioni dei produttori degli impianti[5], non dovrebbero più farne uso. Tuttavia è appurato che la neve artificiale, rispetto a quella naturale, possiede una cristallografia e una struttura chimica diverse, che in maniera non evidente ma significativa genera modifiche alla biodiversità locale. Non è vero quello che sostengono certi gestori dei comprensori turistici innevati artificialmente che «il manto erboso rimane protetto più a lungo soprattutto in primavera, quando possono ancora esserci delle gelate che potrebbero danneggiare la crescita dei prati. Quando farà molto caldo, lo scioglimento di questa neve fornirà ulteriore acqua ai prati, facendo crescere l’erba meglio che in altre parti»[6]: al contrario, la neve artificiale ha un alto contenuto di acqua liquida, circa il 15-20% rispetto al 7-10% della neve naturale, di conseguenza ha un peso maggiore e una minore capacità di isolamento termico che la neve asciutta eserciterebbe fra suolo e atmosfera. Questi fattori causano il congelamento del suolo impedendo il passaggio di ossigeno e provocano l’asfissia del sottostante manto vegetale, il quale è così facilmente soggetto a morte e putrefazione. Nei luoghi soggetti ad innevamento artificiale è stato riscontrato un ritardo dell’inizio dell’attività vegetativa, fino a 20-25 giorni rispetto alla media. Il deterioramento del manto erboso rende i pendii più soggetti all’erosione e altera l’ecologia e la biodiversità dei versanti montuosi.[7] [8]

Infine, c’è la questione dei livelli di captazione delle acque dalle risorse idriche locali per destinarle alla produzione di neve artificiale. In teoria, in sede di richiesta della concessione di captazione che i gestori dei comprensori sciistici devono presentare, viene stabilito un dato massimo di prelievo oltre il quale non poter andare. Tuttavia, visto quanto accade nel similare ambito delle captazioni per uso idroelettrico con il cosiddetto MDV – minimo deflusso vitale[9] – che dovrebbe garantire ai corsi d’acqua una portata sufficiente a garantire la loro vitalità biologica (dato già dipendente dagli andamenti meteoclimatici stagionali, peraltro), e che invece sovente non viene rispettato[10], viene purtroppo naturale temere la stessa situazione per la captazione destinata alla neve artificiale, anteponendo in entrambi i casi le esigenze (e il tornaconto) economico a quello ecologico. Una domanda, poi, sorge spontanea: chi controlla che le prescrizioni suddette sul massimo prelievo consentito vengano effettivamente rispettate?

Insomma, è vero che l’acqua tolta dalle risorse idriche locali per produrre la neve artificiale poi ritorna al territorio, tuttavia le modalità e i tempi rappresentano variabili talmente incontrollabili che il dover affrontare problematiche idriche conseguenti nel breve periodo è cosa pressoché certa (salvo stagioni estremamente nevose e/o piovose: ma è inutile dire che il cambiamento climatico in corso ha cambiato le carte in tavola al riguardo, anche solo rispetto a qualche anno fa); problematiche che sul lungo periodo potrebbero trasformarsi in difficoltà croniche di gestione sempre più difficile e con ricadute vieppiù gravi. È certamente una questione delicata, visto che oggi è sostanzialmente la neve artificiale a tenere in vita molti comprensori sciistici, soprattutto quelli dotati di impianti e piste poste al di sotto dei 2000 m di quota, con relativa sopravvivenza economica delle maestranze e dell’indotto turistico; ma è una verità altrettanto sostanziale che la realtà presente e dei prossimi anni, climatica, economica e non solo, rende la pratica dell’innevamento artificiale sempre meno sostenibile e, per certi versi, meno logica, peraltro a fronte degli ingenti finanziamenti che richiede e degli alti costi che impone, sovente scaricati sulla collettività e non solo sul costo degli skipass. Forse non è legando in modo così “dogmatico” la montagna alla monocultura dello sci che le si garantirà una prospettiva di sopravvivenza, anzi, è ben più prevedibile la situazione opposta. Di questo passo, c’è da temere, non sarà solo l’acqua a mancare, alla montagna, ma anche un buon futuro.

 

[1] http://archivio.cai.it/fileadmin/documenti/documenti_pdf/Ambiente/L_impatto_ambientale_dello_sci.pdf

[2] https://lucarota.com/2022/06/18/acqua-un-bene-prezioso-ma-non-per-lo-sci/

[3] https://meteobook.it/la-neve-montagna-sparisce-anche-senza-fondere-perche/#:~:text=Anche%20la%20neve%20evapora%20ma,nevoso%20si%20assottiglia%20senza%20fondere.

[4] https://www.slf.ch/it/progetti/acqua-e-linnevamento-artificiale.html

[5] https://www.technoalpin.com/it/chi-siamo/neve-artificiale-faq/

[6] https://corriereinnovazione.corriere.it/2019/03/28/neve-artificiale-come-riserva-d-acqua-0e974ba0-4d5e-11e9-b061-7fa3bff20422.shtml

[7] https://www.lifegate.it/sciare-tutti-costi-limpatto-ambientale-della-neve-artificiale

[8] https://www.unimontagna.it/web/uploads/2015/10/Pedrazzoli_Ambra_Elaborato_finale.pdf

[9] https://it.wikipedia.org/wiki/Minimo_deflusso_vitale

[10] http://www.freeriversitalia.eu/osservazioni-ricorsi-sentenze/210331_lettera_ai_Ministri_su_DMV_e_sanzioni.pdf

 

Ieri, su “La Provincia di Lecco”

Di nuovo ringrazio molto “La Provincia di Lecco” e in particolar modo Fabio Landrini, curatore delle pagine del quotidiano dedicate alla montagna, che ieri ha ripreso alcune mie considerazioni in tema di sostenibilità delle pratiche di innevamento artificiale dei comprensori sciistici, nello specifico in relazione all’uso e consumo delle risorse idriche locali. Un tema che quest’anno risulta quanto mai evidente ma che non è mai stato analizzato a dovere come forse meriterebbe, probabilmente perché, mi viene banalmente da pensare, abbiamo sempre avuto la fortuna di vivere in territori – quelli alpini e montani – ricchi di acqua. Ma sarà ancora così in futuro? Una garanzia di ecosostenibilità assoluta del turismo di montagna, sciistico o meno e in particolar modo di certe pratiche tanto necessarie a quel turismo quanto impattanti per l’ambiente, non è ormai qualcosa di imprescindibile?

Sia ben chiara una cosa: personalmente non sono affatto “contro” qualcosa, ma sempre a favore della montagna e del buon senso. Non sto conducendo crociate contro qualcuno o qualcosa: da studioso della relazione culturale tra uomini, luoghi e paesaggi, registro quelle situazioni nelle quali tale relazione, che per il bene di tutti dovrebbe godere di un determinato equilibrio, più o meno forzato, risulta invece palesemente traballante, tanto più in territori oltre modo delicati come quelli di montagna i quali per molti versi risentono in maniera maggiore che altrove degli effetti della realtà climatica in divenire. A tutto c’è un limite, ribadisco: riconoscerlo e adattarcisi è ammirevole buon senso, continuare come se invece nulla fosse è pura e semplice insensatezza, ecco.

N.B.: per leggere meglio l’articolo, cliccate sull’immagine. In ogni caso nei prossimi giorni pubblicherò qui sul blog le mie considerazioni in versione estesa, con le varie fonti dei dati e delle evidenze scientifiche sulle quali le ho basate.