C’era una volta lo sci estivo (e i suoi ghiacciai)

[Foto di Fabrizio Lunardi da Unsplash.]
In alcune delle chiacchierate con amici nella realtà e sul web sorte intorno ai tragici fatti della Marmolada, e in generale sul tema “ghiacciai e cambiamenti climatici”, sono saltate fuori le reciproche esperienze di sci estivo sui numerosi ghiacciai alpini che consentivano tale pratica. Intorno agli anni Settanta/Ottanta del secolo scorso, forse la massima “età dell’oro” dello sci estivo, solo sulle Alpi italiane vi erano suppergiù una ventina di comprensori, senza contare gli impianti sciistici non in ambito glaciale che in certi anni particolarmente nevosi restavano aperti per una certa parte dell’estate, sfruttando l’innevamento residuo. Oggi, di quei comprensori italiani ne rimangono solo due: (Cervinia, peraltro sfruttando unicamente gli impianti sul versante svizzero di Zermatt) e il Passo dello Stelvio, che peraltro offrono poche piste rispetto a un tempo e condizioni a dir poco deprimenti.

Ripensando alle chiacchierate prima citate, ho riflettuto sul fatto che, se in tema di cambiamenti climatici le diffuse immagini fotografiche comparative sullo stato di un tempo e su quello attuale di numerosi ghiacciai rappresentano un’ottima e immediata dimostrazione di ciò che sta avvenendo, per certi versi comparare le immagini passate dei ghiacciai sui quali fino a non molti anni fa si sciava d’estate con quelle attuali e constatare le loro sconsolanti condizioni, sovente accentuate nella loro cupezza dai rottami delle infrastrutture sciistiche rimaste lassù, è persino più emblematico. Su molte di quelle misere lingue di ghiaccio scuro, quasi sempre prive di neve residua, a volte coperte dai teli geotessili per cercare di difenderle dai raggi solari (ma non certo per “salvarle”, come si usa dire in questi casi), in tanti casi ormai prossime all’estinzione totale, qualche decennio fa c’erano piste d’ogni difficoltà, impianti di risalita e migliaia di appassionati che sciavano immaginandosi di essere nel pieno dell’inverno a fine luglio: un “prodigio naturale” tanto emozionante e suggestivo quanto divertente.

Invece, in pochi anni, a una velocità realmente sconcertante, è finito e sparito quasi tutto. In quelle località, realmente la montagna è diventata un’altra cosa rispetto a ciò che era, il suo paesaggio è ora inesorabilmente percepito e considerato in modi totalmente differenti rispetto a qualche tempo fa, la sensazione è quella di un luogo differente se non proprio “altro”, il che genera di conseguenza una relazione antropica con esso altrettanto differente, gioco forza, probabilmente anche di tono cupo ed effetto repulsivo quando invece un tempo risultava in ogni senso attrattiva e affascinante – anche solo per il fatto che dove una volta c’erano ampie distese glaciali innevate oggi spesso ci sono soltanto vaste e sterili pietraie.

In una serie di post che inizia da questo vi proporrò dunque alcune immagini, poche ma emblematiche (a volte di bassa qualità digitale, ma hanno i loro anni!), dei ghiacciai alpini al tempo in cui vi si praticava sci estivo e altre che ne mostrano le condizioni attuali. È un ulteriore, forse banale ma io spero comunque significativo contributo per capire non solo l’importanza della questione climatica ma pure – sotto certi aspetti anche di più – quanto le montagne stanno cambiando e cambieranno nei prossimi anni, anche quelle sulle quali magari negli anni scorsi abbiamo passato piacevoli e confortevoli momenti e ora facilmente ci sembreranno luoghi che tutto sono fuorché gradevoli e accoglienti.

Inizio con il ghiacciaio oggi tragicamente sulla bocca di tutti, quello della Marmolada, sul quale si è praticato lo sci estivo fino al 2006:

Il ghiacciaio nel 1995, con alcune delle piste presenti, sul versante che a NE scende verso il Passo di Fedaia.
La parte alta del ghiacciaio, sempre nel 1995, vista da poco sotto Punta Serauta verso la cresta sommitale della Marmolada.
Immagine del 12 luglio 2022, ore 10.10, tratta dalla webcam della stazione funiviaria di Punta Serauta (più o meno dalla stessa zona da cui è stata presa l’immagine qui sopra), che mostra ciò che resta della parte alta del ghiacciaio.

Neve artificiale e consumo di acqua

P.S. – Pre Scriptum: pubblico di seguito il testo completo dedicato al tema “neve artificiale e consumo di acqua”, legato ad altri miei post al riguardo pubblicati di recente qui sul blog, dal quale è stato ricavato l’articolo di Fabio Landrini uscito su “La Provincia di Lecco” del 6 luglio scorso, che trovate qui. Credo possa rappresentare un ulteriore interessante contributo analitico (nelle note in calce al testo trovate le fonti dalle quali ho tratto i dati e le informazioni citate) per alimentare la riflessione sul futuro dello sci su pista nella “nuova” realtà climatica che stiamo ormai cominciando pienamente ad affrontare. Una realtà che ben difficilmente ci consentirà di lasciare le cose come sono state fino a oggi e verso la quale è necessario programmare una ben meditata resilienza, per il bene delle montagne ma, ancor più, per il bene di tutti noi. Anche perché, a ben vedere, la “resistenza” che qualcuno propone sembra solo una via ancor più veloce verso il disastro, ecco.

[Foto di Heike Georg da Pixabay.]
In tema di neve artificiale – sul quale di recente ho disquisito più volte, qui sul blog – probabilmente molti si chiederanno il perché si accusino gli impianti di innevamento programmato di consumare acqua quando non facciano altro che trasformarla in neve la quale poi, sciogliendosi, tornerà allo stato liquido. È una cosa che parrebbe scontata, a prima vista, e che mi sono chiesto anch’io prima di scriverne, documentandomi presso varie fonti scientifiche e persone competenti al riguardo. Teoricamente sì, l’acqua trasformata in neve dai cannoni torna al suolo, una volta sciolta: solo non si sa dove, come e quando. Ovvero, la questione è molto complessa e legata a numerose variabili di difficile o impossibile controllo da parte dei gestori degli impianti o dagli amministratori delle risorse idriche locali, che rende la produzione di neve artificiale una pratica necessariamente da sottoporre a rigidi parametri di sostenibilità ambientale, economica e ecologica se non proprio, in molti casi, da disincentivare.

Innanzi tutto per produrre neve artificiale vengono utilizzate risorse idriche potabili, spesso pescate dai corsi d’acqua e dalle falde locali (ove non vi siano bacini di accumulo, che tuttavia a loro volta non possono essere alimentati unicamente dalle acque meteoriche) in momenti dell’anno nei quali la loro portata e disponibilità d’acqua è minore[1] nonché, anche per quanto appena osservato, in aree che spesso soffrono di carenze al riguardo (vedi i Piani di Bobbio, sul cui tema ho scritto nei giorni scorsi[2]) e dunque alle quali l’acqua potenzialmente disponibile viene tolta per poi essere teoricamente resa, una volta sciolta la neve sparata, quando magari non serve più – ovvero nei mesi primaverili. Anche l’affermazione secondo la quale i bacini di accumulo dell’acqua per la produzione di neve artificiale sarebbero delle riserve idriche per i propri territori è alquanto opinabile: se un certo deposito idrico viene destinato a un ben determinato uso – sparare neve artificiale – per il quale c’è bisogno dacché non nevica, ma siccome non nevica e dunque nemmeno piove i paesi a valle soffrono di carenza d’acqua nei propri acquedotti, secondo voi quell’acqua non verrà utilizzata per produrre neve e garantire l’apertura delle piste da sci (che altrimenti resterebbero chiuse, con evidenti danni economici per la società di gestione del comprensorio e l’indotto relativo), e verrà magnanimamente “donata” agli acquedotti a valle? Be’, personalmente mi permetto di pensare a tale eventualità come non credibile.

Inoltre: parte dell’acqua da scioglimento della neve artificiale resta in prossimità del suolo ove è stata sparata senza raggiungere le falde sottostanti o i corsi idrici locali, dacché è impossibile determinare il displuvio delle acque dalla superficie verso il sottosuolo se non a livello di bacino idrografico di zona: dunque non è detto che la neve artificiale, una volta sciolta, raggiunga le risorse idriche alle quali pescano gli acquedotti a valle. Un’altra parte evapora in forza delle temperature ovvero per sublimazione[3], dunque diventa gas nebuloso che poi il vento trasporta a decine se non centinaia di km di distanza prima di scaricarla nuovamente come pioggia al terreno (magari in zone che di problemi di siccità non ne hanno).

Poi c’è da considerare il problema – invero poco o nulla contemplato da chi gestisce gli impianti di innevamento artificiale – della perdita di acqua durante la produzione di neve artificiale, ovvero quel dato tra il 15 e il 40% determinato dalla ricerca dell’Istituto Svizzero per lo Studio della neve e delle valanghe di Davos[4]: in pratica, di 10 litri d’acqua immessi nell’impianto di innevamento può essere che fino a 4 litri non diventino neve e si perdano in varie modalità, di contro senza che vi sia la certezza che rappresentino un apporto idrico alle risorse locali.

Poi ancora bisogna considerare la geomorfologia delle località che utilizzano impianti per la neve artificiale i cui comprensori sciistici hanno piste su versanti idrografici diversi (sempre ad esempio i Piani di Bobbio, che “scaricano” acqua verso la Valsassina o verso la Val Brembana, ma ciò accade per quasi tutti i comprensori posti su altipiani, selle, valichi), per cui – per intenderci – la neve sparata a ovest diventa acqua che divalla a est, quindi con privazione di apporto da una parte e vantaggio dall’altra che magari non ne avrebbe bisogno mentre la prima sì.

Poi c’è la questione dell’additivazione chimica ancora in uso negli impianti di innevamento più vecchi, mentre quelli più recenti, stando alle dichiarazioni dei produttori degli impianti[5], non dovrebbero più farne uso. Tuttavia è appurato che la neve artificiale, rispetto a quella naturale, possiede una cristallografia e una struttura chimica diverse, che in maniera non evidente ma significativa genera modifiche alla biodiversità locale. Non è vero quello che sostengono certi gestori dei comprensori turistici innevati artificialmente che «il manto erboso rimane protetto più a lungo soprattutto in primavera, quando possono ancora esserci delle gelate che potrebbero danneggiare la crescita dei prati. Quando farà molto caldo, lo scioglimento di questa neve fornirà ulteriore acqua ai prati, facendo crescere l’erba meglio che in altre parti»[6]: al contrario, la neve artificiale ha un alto contenuto di acqua liquida, circa il 15-20% rispetto al 7-10% della neve naturale, di conseguenza ha un peso maggiore e una minore capacità di isolamento termico che la neve asciutta eserciterebbe fra suolo e atmosfera. Questi fattori causano il congelamento del suolo impedendo il passaggio di ossigeno e provocano l’asfissia del sottostante manto vegetale, il quale è così facilmente soggetto a morte e putrefazione. Nei luoghi soggetti ad innevamento artificiale è stato riscontrato un ritardo dell’inizio dell’attività vegetativa, fino a 20-25 giorni rispetto alla media. Il deterioramento del manto erboso rende i pendii più soggetti all’erosione e altera l’ecologia e la biodiversità dei versanti montuosi.[7] [8]

Infine, c’è la questione dei livelli di captazione delle acque dalle risorse idriche locali per destinarle alla produzione di neve artificiale. In teoria, in sede di richiesta della concessione di captazione che i gestori dei comprensori sciistici devono presentare, viene stabilito un dato massimo di prelievo oltre il quale non poter andare. Tuttavia, visto quanto accade nel similare ambito delle captazioni per uso idroelettrico con il cosiddetto MDV – minimo deflusso vitale[9] – che dovrebbe garantire ai corsi d’acqua una portata sufficiente a garantire la loro vitalità biologica (dato già dipendente dagli andamenti meteoclimatici stagionali, peraltro), e che invece sovente non viene rispettato[10], viene purtroppo naturale temere la stessa situazione per la captazione destinata alla neve artificiale, anteponendo in entrambi i casi le esigenze (e il tornaconto) economico a quello ecologico. Una domanda, poi, sorge spontanea: chi controlla che le prescrizioni suddette sul massimo prelievo consentito vengano effettivamente rispettate?

Insomma, è vero che l’acqua tolta dalle risorse idriche locali per produrre la neve artificiale poi ritorna al territorio, tuttavia le modalità e i tempi rappresentano variabili talmente incontrollabili che il dover affrontare problematiche idriche conseguenti nel breve periodo è cosa pressoché certa (salvo stagioni estremamente nevose e/o piovose: ma è inutile dire che il cambiamento climatico in corso ha cambiato le carte in tavola al riguardo, anche solo rispetto a qualche anno fa); problematiche che sul lungo periodo potrebbero trasformarsi in difficoltà croniche di gestione sempre più difficile e con ricadute vieppiù gravi. È certamente una questione delicata, visto che oggi è sostanzialmente la neve artificiale a tenere in vita molti comprensori sciistici, soprattutto quelli dotati di impianti e piste poste al di sotto dei 2000 m di quota, con relativa sopravvivenza economica delle maestranze e dell’indotto turistico; ma è una verità altrettanto sostanziale che la realtà presente e dei prossimi anni, climatica, economica e non solo, rende la pratica dell’innevamento artificiale sempre meno sostenibile e, per certi versi, meno logica, peraltro a fronte degli ingenti finanziamenti che richiede e degli alti costi che impone, sovente scaricati sulla collettività e non solo sul costo degli skipass. Forse non è legando in modo così “dogmatico” la montagna alla monocultura dello sci che le si garantirà una prospettiva di sopravvivenza, anzi, è ben più prevedibile la situazione opposta. Di questo passo, c’è da temere, non sarà solo l’acqua a mancare, alla montagna, ma anche un buon futuro.

 

[1] http://archivio.cai.it/fileadmin/documenti/documenti_pdf/Ambiente/L_impatto_ambientale_dello_sci.pdf

[2] https://lucarota.com/2022/06/18/acqua-un-bene-prezioso-ma-non-per-lo-sci/

[3] https://meteobook.it/la-neve-montagna-sparisce-anche-senza-fondere-perche/#:~:text=Anche%20la%20neve%20evapora%20ma,nevoso%20si%20assottiglia%20senza%20fondere.

[4] https://www.slf.ch/it/progetti/acqua-e-linnevamento-artificiale.html

[5] https://www.technoalpin.com/it/chi-siamo/neve-artificiale-faq/

[6] https://corriereinnovazione.corriere.it/2019/03/28/neve-artificiale-come-riserva-d-acqua-0e974ba0-4d5e-11e9-b061-7fa3bff20422.shtml

[7] https://www.lifegate.it/sciare-tutti-costi-limpatto-ambientale-della-neve-artificiale

[8] https://www.unimontagna.it/web/uploads/2015/10/Pedrazzoli_Ambra_Elaborato_finale.pdf

[9] https://it.wikipedia.org/wiki/Minimo_deflusso_vitale

[10] http://www.freeriversitalia.eu/osservazioni-ricorsi-sentenze/210331_lettera_ai_Ministri_su_DMV_e_sanzioni.pdf

 

Su “Lecco News”

Anche “Lecco News” riprende le mie riflessioni su quanto accaduto in Marmolada e in generale su ciò che sta avvenendo sulle nostre montagne in forza della “nuova” e senza dubbio delicata realtà climatica che stiamo cominciando ad affrontare; per leggere l’articolo cliccate sull’immagine qui sopra.

Ringrazio molto la redazione per l’attenzione e la considerazione che ha voluto dedicare alla mia analisi, che spero tanto interessante quanto utile alla necessaria consapevolezza diffusa sul presente e sul futuro che ci aspetta – sui monti e non solo lassù.

Alpi e patrimonio industriale

È praticamente lapalissiano affermare che, nello sviluppo della nostra parte di mondo, e intendo in primis del continente europeo, dal Settecento in poi si è avviata un’accelerazione costante e crescente che ha radicalmente rivoluzionato ogni cosa, il cui motore tutt’oggi rombante è l’industrializzazione. La nascita dell’industria moderna, basata materialmente sulle invenzioni tecnologiche e scientifiche e immaterialmente sul retaggio ideologico e culturale in gran parte influenzato dall’Illuminismo, ha modificato l’intero paesaggio del nostro mondo, ancor più di quanto avesse fatto nei secoli precedenti l’urbanizzazione residenziale e agraria: ma se tale rivoluzione è stata da subito ben visibile attorno ai centri urbani più o meno grandi, ove si è concentrata, ancor più emblematicamente si è rivelata nei territori rurali marginali, anche in quelli maggiormente “difficili”: nelle vallate delle Alpi, ad esempio. Qui, ai piedi di vette e ghiacciai, sul fondo di valli spesso anguste ma ricche di risorse naturali – acqua e minerali in primis – sono nati distretti e poli industriali sempre significativi e in certi casi assai imponenti e importanti, innescando dinamiche socioeconomiche e culturali dall’impatto ben più ingente rispetto a quanto avveniva nelle aree urbanizzate di pianura. Nelle Alpi, insomma, la rivoluzione industriale è stata oltre modo rivoluzionaria, sia nel suo periodo di crescita, sia in quello – ancora oggi in corso, in molte zone – di decadenza, in forza del quale si sono innescati processi di deindustrializzazione spesso pesanti e impattanti sui tessuti sociali delle zone interessate, per i quali – se così posso dire – la dimensione di rivoluzione di quale decennio prima è stata nuovamente rivoluzionata, ma non necessariamente al contrario, semmai verso direzioni diverse e non del tutto prevedibili.

Questa seconda “rivoluzione” – o “devoluzione”, o “antirivoluzione”, fate voi – ha tra le altre cose generato la nascita quasi improvvisa e certo ingente di un ampio patrimonio di manufatti e infrastrutture industriali, con annesso l’altrettanto ingente patrimonio socioculturale immateriale, i quali oltre agli studi e alle analisi di archeologia industriale che li stanno indagando e in qualche modo classificando, anche a favore della loro necessaria memoria storica, hanno pure avviato profonde e articolate riflessioni multidisciplinari su cosa farne, di questi manufatti deindustrializzati, e come gestire le dinamiche sociali e culturali che hanno innescato. Una materia ancora piuttosto nuova, indagata per di più in superficie ma per inevitabile “ordine dei fattori” oltre che per la mole di materiale sul quale lavorare, che col tempo necessita di approfondimenti il più possibile scientifici e strutturati. Un ottimo strumento – di studio e d’azione – in tal senso è certamente Alpi e patrimonio industriale, opera curata da Luigi Lorenzetti e Nelly Valsangiacomo pubblicata nel 2016 da Mendrisio Academy Press – realtà editoriale legata all’Accademia di Architettura di Mendrisio – sotto l’egida del Laboratorio di Storia delle Alpi dell’Università della Svizzera Italiana []

[Immagine tratta da qui, ©LabiSAlp.]
(Leggete la recensione completa di Alpi e patrimonio industriale cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

 

Viva le panchine giganti!

Sì, ma come quella nell’immagine qui sopra! Installata da qualche decina di migliaia di anni (circa) nel vallone di Forzo (Val Soana, Piemonte), è robusta, affidabile, non necessita di manutenzione e tanto meno di inaugurazioni politico-propagandistiche, è assolutamente consona e armonica al luogo in cui si trova e garantisce, anche per questo, un godimento del panorama e del paesaggio totale e per nulla artificiale. Tanto più che pure su questa ci si può scattare tutti i selfies che si vuole, ci mancherebbe: ma capite quanto saranno ben più originali di quegli altri così banali?

Ah, dimenticavo: l’installazione in loco è stata opera del tutto ecosostenibile compiuta direttamente dalla Natura. Niente elicotteri o altri mezzi rumorosi e inquinanti, niente cemento e ferraglia di sorta:

In effetti lo spunto – indiretto, ma nemmeno troppo – fornito da Toni Farina, dal cui profilo Facebook ho tratto l’immagine, è assai intrigante: vista la proliferazione scriteriata e degradante delle “Big Bench”, o panchine giganti, con tanto di elenco on line delle località nelle quali trovarle, perché non creare un parallelo elenco di Real Big Bench come quella della Val Soana, facendone in tal caso pienamente un elemento e un motivo di autentica valorizzazione del territorio e del paesaggio? Valorizzazione completamente ecosostenibile, ribadisco, oltre che profondamente culturale. Sarebbe bello, insomma, che chiunque vada per luoghi ameni segnalasse la presenza di queste vere panchine giganti naturali – grandi massi a forma di seduta, incavi rocciosi, tronchi posti a terra, piccoli dossi prativi sui quali sedersi o sdraiarsi, eccetera. “Real Big Bench”, appunto: uniche, originali, veramente green, naturalmente perfette per il luogo in cui stanno – d’altronde sono il luogo. Le altre, quelle fake, dimostrerebbero ancor più la loro impattante incongruenza, senza alcun dubbio!