Ultrasuoni #27: Francesco Garolfi

Mi sento veramente fortunato – ma tanto, eh – a poter ogni tanto condividere il palco, o quanto di affine, con un grande musicista come Francesco Garolfi. Chitarrista dal tocco sublime (in fingerpicking, peraltro) e personale, capace di architettare atmosfere sonore di raffinatezza avvincente pur spaziando tra generi diversi ciascuno dei quali, sulle corde delle sue chitarre, diventano affascinanti pianeti da esplorare – d’altro canto «Garolfi è un elegante esploratore dei suoni», come di lui dice bene Davide Sapienza – in un’esperienza che non è di solo, mero ascolto ma ben più sensorialmente e spiritualmente coinvolgente, come può accadere quando la musica si manifesta come autentica arte, nel senso pieno del termine, e non come semplice (seppur virtuosa o fervida) esecuzione.

Da notevole e consapevole artista delle note musicali, appunto, Francesco similmente esplora ogni ambito del mondo della musica: lo fa come da chitarrista, compositore, arrangiatore, produttore, session man, sound designer, interprete e lo fa con uno spirito di ricerca costante della conoscenza dell’arte musicale, forse frutto dei suoi studi accademici ma, io penso, soprattutto effetto della sua grandissima sensibilità.

Ora potreste pensare, per quanto ho affermato in principio, che queste mie osservazioni su Garolfi le scriva per una posizione di parte. Nel caso, posso solamente cogliere l’occasione per confermarvele da voi assistendo a qualche suo live: in solo o con una band, in acustico o in elettrico… sono certo che troverete le mie parole non solo assolutamente obiettive ma pure, per molti versi, fin troppo esigue. D’altro canto starete ascoltando il vincitore dell’Italian Blues Award nel 2019 ovvero il chitarrista che Pete Walsh – il produttore di mostri sacri come Stevie Wonder, Peter Gabriel, Simple Minds, Spandau Ballet, Alphaville, Scott Walker, per fare qualche nome dei più noti – ha definito «uno dei migliori musicisti con cui abbia mai lavorato». Ecco.

A proposito di me che mi pregio della presenza di Francesco Garolfi e dell’invito appena posto a voi di ascoltarlo dal vivo, per Book City Milano 2021, sabato 20 novembre alle ore 18.15 presso la Cooperativa Corridoni di Baggio, io e Francesco vi accompagneremo alla scoperta del mio libro Tellin’ Tallinn. Storia di un colpo di fulmine urbano e della sua arte musicale nel music reading Tallinn Blues. Fossi in voi non mancherei, eh! Cliccate sul logo di Book City qui accanto, per saperne di più.

Fore-Veermer!

Ora divento “mainstream” pure io e mi accodo a quelli che hanno riportato/riportano del doodle di Google di venerdì 12 novembre dedicato a Jan Veermer nel 389° anniversario della nascita (anche se in verità la data del giorno in cui venne al mondo non è conosciuta con precisione), ma d’altro canto Veermer è un artista di quelli che, ogni volta che me lo sono trovato davanti (ed è accaduto parecchie volte: al Rijksmuseum, alla Mauritshuis, alla National Gallery di Londra e alla National Gallery of Ireland eccetera) ne è scaturito un incontro meraviglioso e emozionante, ergo non posso che ringraziare Google per questo doodle e per quanto mi richiama alla memoria.

Veermer è uno dei massimi geni della luce e del colore, elementi magistralmente maneggiati con i quali trasforma scene apparentemente banali in trionfi di tecnica pittorica e potenza espressiva in grado di generare innumerevoli altri mondi percettivi dentro il “mondo artistico” racchiuso nei margini della tela, la cui visione illumina della stessa luce e colora degli stessi cromatismi lo sguardo, la mente e l’animo di chi la ammira. Sublime come pochi altri della sua epoca, ecco.

Personalmente, lo omaggio qui sotto, con un’opera forse meno celeberrima di altre ma che, per il soggetto ritratto, non posso che sentire affine: Il Geografo, del 1668-1669, conservata allo Städelsches Kunstinstitut di Francoforte. Insomma: foreve-ermer!

P.S.: date un occhio a essentialveermer.com, un sito web (in inglese) che contiene un’infinità di materiali su Veermer, la sua vita, le opere e il contesto nel quale egli visse e dipinse. Per i veermeriani incalliti c’è anche una newsletter – aperiodica ma sempre molto ricca, quando viene diffusa – alla quale potersi iscrivere per ricevere sempre nuovi input sul grande artista olandese.

BookCity Milano, 20 novembre

Cliccate sull’immagine per saperne di più e sappiate che, se ci sarete, ritornerete poi a casa contenti. Forse molto contenti, pure. Almeno me lo auguro, ma ne sono abbastanza certo.

L’umanità è migrata (fuori dall’Europa)

[Immagine tratta da un video pubblicato sul canale Youtube de “Il Sole 24ORE“. Cliccateci sopra per vederlo.]
Quello che sta accadendo tra Bielorussia e Polonia, con migliaia di migranti di mezzo, non è uno scontro tra quei due stati ovvero tra Russia e suoi alleati e Unione Europea. Non lo è principalmente, perché innanzi tutto è un ennesimo sfregio a qualsivoglia concetto di umanità che il diritto internazionale teoricamente salvaguarda in quanto elemento fondamentale per poter definire la razza umana – nel suo insieme: bielorussi, polacchi, europei, russi, noi tutti – una “civiltà”. Cosa per l’ennesima volta, appunto, appare del tutto immotivata. Che il regime bielorusso sia delinquenziale lo si sa da tempo, che l’attuale capo della Russia sia un personaggio a dir poco subdolo pure (e vogliamo dire qualcosa dell’attuale reggenza polacca?) ma ugualmente si sa ormai bene che l’Unione Europea non vuole gestire il fenomeno migratorio, in nessun senso, per proprie ampie e bieche meschinità, nonostante questa parte di mondo sia (dovrebbe essere) la più culturalmente e civilmente avanzata del pianeta. Il rifiuto politico europeo – di tanti singoli stati che nella somma ne fanno uno sostanzialmente complessivo – di comprendere innanzi tutto il fenomeno migratorio dal punto di vista sociologico e antropologico (la sto reclamando da anni, questa necessità) per poi adeguatamente gestirlo dal punto di vista politico, senza poi contare l’incapacità di non strumentalizzarlo in un senso o nell’altro, altra prova di grande mediocrità ideologica, ha creato e ancora genererà innumerevoli casi come quello in corso sul confine tra Polonia e Bielorussia, cioè, in altre parole, ha già cagionato e continuerà a provocare migliaia di morti. Di gente che viene privata di ogni diritto, in primis di quello all’umanità. Il che non significa affatto che debbano essere accolti tutti o debbano essere tutti respinti: si può fare qualsiasi cosa ma sempre – e come dovrebbe essere per ogni atto umano, tale proprio per questo – con il più adeguato buon senso. Cioè con la comprensione il più possibile ampia del fenomeno che consenta una altrettanto ampia possibilità di gestione, di contenimento, di salvaguardia del diritto internazionale, di sicurezza delle persone che migrano e di quelle che accolgono o che si trovano nei flussi di transito e, parimenti, che cancelli qualsiasi stupido e inumano ricorso a slogan propagandistici, a rivalse geopolitiche tanto demenziali quanto disumane, a xenofobie alimentate da ignoranze funzionalmente indotte e coltivate o a buonismi privi di qualsiasi logica civica e politica che propugnano un globalismo soffocante qualsiasi identità culturale e dunque il concetto stesso di “umanità” in relazione alla storia e alla geografia. E che eviti di trasformare degli esseri umani in cose senza valore alcuno da utilizzare come merci di scambio, pedine di un gioco geopolitico efferato, oggetti di cui si può fare qualsiasi cosa, anche eliminarli come fossero rifiuti da far sparire rapidamente.

Forse, affinché cambino realmente le cose al riguardo, servirebbe veramente che le posizioni si invertissero. E, nel mondo caotico e in balìa di innumerevoli macroproblemi di gravità planetaria (quello riguardante i cambiamenti climatici, per dirne uno) non è detto che un domani non accada sul serio e che sul filo spinato di quei confini o sui barconi fatiscenti in navigazione nel Mediterraneo o in mezzo ai deserti più inospitali ostaggi di spietati e impuniti trafficanti di esseri umani ci saranno gli altri. E sapete a chi mi stia riferendo. Ecco.

Venite dal Sole o dalla Luna?

[John Ward (1798-1849), “The ‘Swan’ and ‘Isabella’ ships”, olio su tela, circa 1830, Hull Maritime Museum. Fonte: https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=97427059, pubblico dominio. Cliccate sull’immagine per saperne di più.]

Le navi partirono in aprile, si separarono nell’Atlantico settentrionale e, con incrollabile ottimismo, si diedero appuntamento per ritrovarsi nel Pacifico. Le HMS Dorthea e Trent puntarono verso le Svalbard; le HMS Isabella e Alexander verso la Baia di Baffin. Le prime due, martellate spietatamente dalle bufere e dai ghiacci, si rifugiarono nella Baia Magdalena e a Fair Haven, nelle Spitzbergen, per effettuare le riparazioni prima di ritornare in patria. Le altre due navi, comandate da Sir John Ross e dal tenente William Parry, risalirono lo Stretto di Davis in compagnia d`una quarantina di baleniere, entrarono nella Baia di Melville alla quale diedero questo nome, e raggiunsero il punto più settentrionale all’imboccatura sud dello Smith Sound. Sulla costa della Groenlandia incontrarono un gruppo di Polar Eskimo. Si svolse una conversazione memorabile, tramite un interprete che era stato preso a bordo nella Groenlandia meridionale: “Chi siete? Che cosa siete? Da dove venite? Dal sole o dalla luna?”

(Barry LopezSogni artici, Baldini Castoldi Dalai Editore, 2006, traduzione di Roberta Rambelli, pag.335; orig. Arctic Dreams, 1986. La spedizione della Marina inglese alla quale Lopez fa riferimento è del 1819; “Polar Eskimo” è la definizione anglosassone per la popolazione Inuit. Il brano fa ben capire ciò che ho scritto nella mia recensione a Sogni Artici, ovvero che per lungo tempo l’esplorazione delle regione artiche ha assunto connotati che per molti versi l’ha resa paragonabile a quella spaziale e astronautica, con quei territori simili a “nuovi mondi” da scoprire con altrettanto nuove creature viventi con le quali entrare in contatto – e viceversa, appunto.)