Le pietre che si muovono sui monti

Uno degli elementi geografico-geologici più singolari e affascinanti, oltre che premonitori, presenti sulle montagne è sicuramente il rock glacier, o ghiacciaio di pietre, un corpo detritico costituito da pietre a spigoli vivi legate in profondità da permafrost, nell’insieme caratterizzato da forma lobata o a lingua del tutto simile a quella dei ghiacciai, da numerose strutture di flusso sulla superficie nonché da fianchi e fronti molto ripide, e che non di rado conserva al suo fondo (ovvero a profondità di almeno 10 metri) un nucleo di ghiaccio vivo. Una definizione italiana del passato rende bene la particolarità e il fascino di questi corpi, ovvero pietraie semoventi: sì, perché proprio come i ghiacciai queste grandi masse di detriti, se ancora attive, si muovono verso valle a ritmi variabili dal centimetro al metro circa per anno in modi assimilabili a quelli dei ghiacciai.

Nelle montagne italiane si contano circa 1.500 rock glaciers sulle Alpi e una trentina sugli Appennini, dei quali circa un quinto attivo e dunque «semovente». Ed è in effetti parecchio emozionante trovarsi al cospetto di queste allungate lingue di pietra sapendo che, impercettibilmente ma incessantemente, da secoli o millenni si stiano muovendo, come enormi e placide creature litiche che conservino al loro interno un cuore di ghiaccio pulsante la propria geologica vitalità, in grado nel tempo di modificare l’aspetto di un territorio e al contempo di preservarne la memoria glaciale.

Il settore delle Alpi Retiche è particolarmente ricco di rock glaciers – l’alta Valtellina, ad esempio – ma numerosi territori alpini risultano ancora poco esplorati in tal senso. Una zona che personalmente conosco bene, peraltro tra le più interessanti per la sua esposizione a Sud, è quella della Cima di Malvedello, sovrastante la bassa Valtellina e Morbegno. Nella conca chiusa a Nord dall’irregolare costiera del monte ve ne sono diversi di apparati (si veda l’immagine qui sopra), dei quali uno assolutamente significativo: a passarci vicino, sul terreno, non risultano granché evidenti, sembrando più delle ordinarie gande o dei meri corpi franosi (fotografie qui sopra), ma se si sale verso le elevazioni circostanti ovvero ci si fa aiutare dalle immagini satellitari ricavabili sul web, diventano palesi, soprattutto la lunga lingua del rock glacier occidentale che pare proprio un ghiacciaio, nella forma e negli evidenti segni di movimento – i lobi arcuati in successione e le relative fronti, indicati nella mia elaborazione grafica qui sotto – soltanto fatto di pietre, ancorché ormai inattiva (ma forse ancora conservante del ghiaccio al suo interno, chissà).

Raffigurazione 3D (da Google Earth) della conca sottostante la Cima del Malvedello e del ben visibile rock glacier occidentale.
Evidenziazione del flusso di colata del rock glacier occidentale di Malvedello.
Dettaglio di alcuni dei numerosi lobi di colata, che indicano il movimento del rock glacier.

Ecco: i rock glaciers non sono soltanto elementi interessanti e affascinanti dal punto di vista geomorfologico ma, materialmente, ci stanno mostrando oggi come potrebbero diventare le nostre montagne domani, una volta che la maggior parte dei ghiacciai si sarà estinta in forza dei cambiamenti climatici in corso – ecco perché all’inizio di questo testo ho scritto che sono anche elementi “premonitori”. Nonostante la loro origine sia legata alle caratteristiche climatiche degli ambienti periglaciali, dunque freddi, la trasformazione che stanno subendo i territori alpini oltre una certa quota, con le variazioni del clima e la deglaciazione in corso sta probabilmente creando le condizioni per la metamorfosi delle zone ex glaciali in aree ospitanti rock glaciers. Dunque, l’aspetto che presenta oggi un territorio come quello sottostante la citata Cima del Malvedello e il paesaggio che ne possiamo elaborare, facilmente rappresentano il futuro – visivo, estetico, geografico, culturale, eccetera – di numerose altre aree montane in quota con il quale le prossime generazioni dovranno convivere e creare una nuova (ovvero diversa da quella odierna) relazione antropologica.

Per saperne di più, sulle affascinanti ed emblematiche «pietraie semoventi», oltre alle nozioni principali che trovate sulle solite enciclopedie on line potete consultare questi documenti: Pompeo Casati, I ghiacciai di pietre (rock glaciers), e Mauro Guglielmin, Rock glaciers ed altre forme periglaciali. Oltre che, naturalmente, andare a scoprirli e vederli in loco, nel loro così particolare ambiente montano.

P.S.: le immagini fotografiche presenti nell’articolo sono ricavate dal sempre interessante sito web “Paesi di Valtellina”, curato da Massimo Dei Cas. Cliccateci sopra per visitare la fonte originale.

Immondiziocene

P.S. (Pre Scriptum) – Sentivo giusto poco fa, alla radio, l’ennesima denuncia riguardo le troppe persone che buttano in terra le mascherine che utilizzano per difendersi dal Covid e come siano inquinanti, se trasformate in mero rifiuto abbandonato, ma di contro quanto potrebbero essere preziose, se adeguatamente riciclate. D’altro canto credo che a ognuno capiti quotidianamente di vedere (oltre a tanti altri rifiuti) qualche mascherina a terra, sui marciapiedi urbani, sulla sabbia delle spiagge o nei prati di montagna – a ormai un anno e mezzo dall’inizio della pandemia e innumerevoli messaggi di sensibilizzazione al proposito, già.
Posto ciò, mi è tornato in mente un articolo sul tema che scrissi quattro anni fa e che non solo conserva tutto il suo valore ma, appunto, lo accresce in forza di quanto sta accadendo. Mi tocca inesorabilmente riproporlo qui di seguito, porca miseria!

A considerare questa emblematica illustrazione (presa da qui), e a leggere quanto rilevato e denunciato dalle principali organizzazioni ambientaliste circa la quantità di immondizia, soprattutto plastica, che noi umani – razza più intelligente e avanzata del pianeta, ricordo – gettiamo nei corsi d’acqua e nei mari della Terra (8 milioni di tonnellate all’anno, attualmente), mi torna in mente un motto dannunziano non così fuori contesto come potrebbe sembrare (al di là delle solite bieche strumentalizzazioni che subì), almeno nel senso assoluto: io ho quel che ho donato. Motto che il Vate fece proprio ma che in verità è la traduzione di un emistichio del poeta latino Rabirio, contemporaneo di Augusto, citato da Seneca nel VI libro del De beneficiis:”Hoc habeo quadcumque dedi”, il quale si può interpretare con qualcosa del tipo “tutto quanto si dà, prima o poi torna indietro”. A tal riguardo se è lapalissiano che si può dare solo ciò che si ha, e se questa cosa vale in senso pratico e, anche più, in senso concettuale, viene drammaticamente triste ritenere che noi umani – razza più intelligente e avanzata del pianeta, ribadisco – diamo al mondo che abbiamo intorno e abitiamo ciò che siamo, cioè la nostra effettiva sostanza. Ovvero, della gran nociva e letale spazzatura. La quale, poi, dopo aver avvelenato mari e oceani, inesorabilmente torna indietro ad avvelenare noi.

Ma, a quanto pare, a giudicare dai dati sulla quantità crescente di rifiuti nei mari e alla faccia dei tanti buoni propositi ecologisti che ci piace tanto sentire e poco o nulla praticare, questa cosa proprio non la capiamo. Evidentemente, quella stessa sostanza che buttiamo nei mari ci riempie pure la testa, ormai.

Land (&) Art #7

Sopra: Piero Manzoni, Achrome, 1958-1959, Collezione privata. Immagine tratta da qui.

Sotto: Ghiacciaio dell’Adamello, Effluenza del Mandrone, Lombardia/Trentino Alto Adige. Immagine tratta da Google Maps (e rielaborata da Luca).

Per saperne e capirne di più, su queste immagini che vi propongo, cliccate qui.

18 luglio, nel Vallone delle Cime Bianche

Già mi sono occupato, qui sul blog, del folle progetto di collegamento funiviario tra i comprensori sciistici di Cervinia-Zermatt e del Monte Rosa Ski, che si vorrebbe realizzare nel Vallone delle Cime Bianche, uno degli ultimi lembi di territorio in quota rimasti incontaminati sulle Alpi della Valle d’Aosta. Un progetto che non solo rappresenta uno sconcertante scempio ambientale, come denunciano da tempo innumerevoli fonti e voci autorevoli della cultura di montagna – si veda qui un riassunto dei vari interventi di Mountain Wilderness, ad esempio, ma esprime pure, per molti aspetti, un’offesa altrettanto sconcertante alla cultura dello sci che veramente lascia esterrefatti per come un’idea del genere possa essere concepita e ritenuta virtuosa per lo sci turistico contemporaneo. Ma, appunto, nel mio articolo trovate tutte le considerazioni al riguardo e i riferimenti per saperne di più.

In difesa del Vallone delle Cime Bianche e per cercare di cancellare definitivamente la possibile realizzazione del progetto suddetto, domenica 18 luglio si terrà a Saint Jacques (Val d’Ayas, Champoluc) un importante evento escursionistico grazie anche all’appoggio di “Valle Virtuosa”, una associazione valdostana in prima linea per varie cause ambientali.  La manifestazione è organizzata dal progetto fotografico di Conservazione “L’Ultimo Vallone Selvaggio. In difesa delle Cime Bianche”. L’escursione è alla portata dei più, comporta circa 2 ore e trenta di cammino, da Saint-Jacques all’Alpe Vardaz: un invito a scoprire questo luogo unico, patrimonio paesaggistico e ambientale di tutti attualmente a rischio a causa dell’irrazionale egoismo di pochi, oltre che, appunto, un’ottima occasione per parlare e per comprendere il perché sia giusto e necessario essere contrari al progetto di collegamento intervallivo tra i comprensori sciistici di Cervinia e Monterosa. Nelle immagini qui sotto trovate tutte le informazioni sull’evento e su come parteciparvi.

Per saperne di più potete leggere questo articolo di “Mountcity” o quest’altro di “AostaNews.it” oppure consultare il sito varasc.it, dedicato proprio alla salvaguardia del Vallone delle Cime Bianche. E partecipate, se potete: è importante, sensato, utile, nobile, culturale, umano.

Una delusione, quasi

[Foto di Nadiya Ploschenko da Unsplash.]
È periodo di instabilità meteorologica, qui dalle mie parti, e accade di frequente che il cielo, da sereno o poco nuvoloso che sia, rapidamente si ingombra di nuvoloni sempre più scuri e minacciosi, gonfi, dall’apparenza così solida che pare possano precipitare da lassù da un momento all’altro in forza del loro steso peso, saturi di fulmini e di pioggia, i quali ribollono e si dilatano come enormi palloni aerostatici ribelli che si ammontonano l’un l’altro, si sovrappongono e si strusciano vicendevolmente pulsando d’ogni possibile gradazione del grigio, nel mentre che un vento teso prende a soffiare nervosamente scuotendo la vegetazione e sollevando polvere e cartacce. Osservi tutto questo e supponi che, a breve, si scateni un bel temporalone, uno di quelli tipici dei periodi più afosi dell’estate, carici di energia, forse pure di grandine e comunque che un nubifragio ben potente ti aspetti debba prorompere da un momento all’altro, temendone anche le eventuali conseguenze.

Invece, rapidamente come si è scurito e fatto tanto minaccioso, ecco che il cielo si sgombra da tutti quei nuvoloni rabbiosamente grigi, i quali sembrano svaporare come per l’azione di un ciclopico soffiatore oppure fuggire altrove, quasi che all’ultimo momento avessero trovato un luogo migliore su quale scaricare tutta l’energia e la pioggia inglobate nei loro nembi pulsanti, sicché anche il vento prima così teso in breve si placa fino a quietarsi del tutto, evidentemente rendendosi conto di essere ormai superfluo, fuori luogo. E il cielo torna sereno come se niente fosse stato.

Ecco, non so voi, in una situazione del genere, ma io un po’ percepisco una certa “delusione”. Se mai possa definirsi in tal modo questa sensazione, voglio dire. Sia chiaro: sono ben felice che non si sia scatenata una tempesta tale da provocare chissà quali danni, però, tutta quella preparazione, quella così spettacolare messinscena celeste, la dimostrazione di potenza e di energia, tutto quel pathos, quel lirismo meteorologico generatosi, tra drammatico e sublime… e poi nulla. Tutto come prima: Sole, caldo, afa, umidità, e tutto il resto di canicolarmente estivo.

Insomma, appunto: un po’ di delusione viene, non c’è che dire. Come essere a teatro, con il palco circondato da una grandiosa scenografia illuminata da spettacolari luci di scena mentre in platea tutto si fa buio, poi parte una musica epica e solenne, poi il sipario si apre, s’intravedono gli attori e i figuranti e quindi, quando la curiosità e l’emozione si fanno fremente per ciò a cui stai per assistere… la musica si placa, il sipario si chiude, le luci del teatro si riaccendono e tu resti lì così, con un’espressione così e lo sguardo così, chiedendoti: embè?

Ecco, una situazione del genere, per dire.