Ecco un’altra amministrazione pubblica particolarmente attenta alla “ecologia” del proprio territorio (qui siamo nella media Valtellina) che ha aperto in esso un centro di raccolta dei rifiuti assai utile al riguardo. A forma di panchina, sì, come è d’uso da qualche tempo a questa parte in modo da renderlo gradevole alla vista. Tanti che passeranno di lì potranno così lasciarvi tutto quanto abbiano con sé di scarto: la visione consapevole del territorio, il valore e la cognizione estetica del luogo, la percezione del paesaggio e la relazione genuina, personale e non mediata con esso, la capacità di cogliere i dettagli senza farsi distrarre da elementi avulsi e decontestualizzanti… oltre ovviamente a qualche confezione di snack, merendina, sandwich, mozzicone di sigaretta o altro di similmente abituale in tali “centri di raccolta”. Ecco.
(Grazie per la segnalazione a Michele Comi, che a sua volte ne dice qui. Poi, magari, leggete anche qui.)
[Foto di Hans Braxmeier da Pixabay.]Ci sentiamo forti, ci mostriamo tali, ce lo impone la società e il modus vivendi con il quale stiamo al mondo ma in verità siamo inconsciamente un compendio di debolezze e insicurezze, e spesso è proprio quella forza fin troppo ostentata a palesare lo stato reale, il tentativo istintivo di nasconderlo che ottiene l’effetto opposto.
Ma la vera forza, forse quella fondamentale che in quanto creature intelligenti e senzienti possiamo generare, è l’aver consapevolezza delle debolezze e delle insicurezze che abbiamo, conviverci e gestirle lavorando per superarle e, magari, fino a ricavarne dei punti di forza i quali, tuttavia, non ci faranno più “forti” ma più umani e più armonici con il mondo nel quale viviamo.
Lo so, sono cose dette e ridette infinite volte ma, proprio per questo, che tendiamo a non considerare mai tanto, almeno finché non riusciamo a riferirle a noi stessi. Altrimenti appaiono solo come belle parole, ovvie ergo superflue.
Anche per tale motivo quella forza così importante è qualcosa di estremamente difficile da conseguire, forse sostanzialmente impossibile – a volte nostro malgrado. Tuttavia non agire in quel senso, non provarci, ci rende simili ad alberi grandi ma privi di solide radici che, alla prima bufera più intensa del solito, crollano a terra rapidamente e inesorabilmente. Meglio essere un po’ meno grandi ma con radici ben più profonde, forse.
[Immagine tratta da mountainwilderness.it, cliccateci sopra per leggere l’articolo dal quale è tratta.]
Mountain Wilderness Italia è rimasta basita nel leggere che il governatore della Regione Veneto Luca Zaia intende stanziare ulteriori 100 milioni di euro per sostenere l’industria dello sci. L’associazione ritiene che, nel cuore di una crisi climatica planetaria dovuta ai comportamenti aggressivi dell’uomo verso la natura, sia necessario e rappresenti un dovere cambiare i paradigmi dello sviluppo. L’industria dello sci è più che matura, in Dolomiti infatti ha consumato ogni spazio di territorio pregiato e di paesaggio.
Non si può prendere a pretesto la crisi economica di un settore (accentuata anche dalla pandemia in atto) o le vicine olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026 per incentivare ancora sulle alte quote il consumo di suolo, di energia, di una risorsa primaria come l’acqua grazie a fondi pubblici che andrebbero invece investiti in altri settori. […]
A livello propositivo, invitiamo quindi il governatore a guardare alla montagna con occhio più delicato, volto all’armonia. La gente di montagna ha bisogno di attuare una migliore e più conservativa gestione delle aree forestali, ha bisogno di sicurezza idrogeologica. Ma ha specialmente bisogno anche di servizi: formazione scolastica, sanità, mobilità pubblica, più ferrovie e meno strade. Anche investendo in questi settori si creano posti di lavoro, ad alta specializzazione e che richiedono professionalità specifiche.
Sono stralci di un “editoriale” programmaticamente intitolato Basta soldi allo sci. La montagna ha bisogno di servizi e pubblicato sul sito di Mountain Wilderness Italia lo scorso 27 settembre. Un testo che mette sotto la propria lente la situazione del Veneto ma il cui messaggio di fondo è senza dubbio contestualizzabile a ogni altra zona della montagna italiana dotata di infrastrutture per il turismo dello sci su pista.
Ora, al di là della contestualizzazione regionale, e posto che si essere più o meno concordi con quanto espresso da Mountain Wilderness Italia, mi preme rilevare che l’editoriale pone nuovamente in grande evidenza una delle questioni più distorte ed equivoche che da tempo stanno alla base dell’industria turistica dello sci: il fatto che stia in piedi ormai solo grazie a continue iniezioni di denaro pubblico a fronte degli ingentissimi debiti accumulati da quasi tutte le società di gestione dei comprensori. Stanziamenti di soldi pubblici la cui elargizione viene “giustificata” dalla solita argomentazione per la quale l’economia della montagna italiana si regge(rebbe) solo o quasi grazie al turismo sciistico: una pretesa “verità” rivelatasi da tempo superata e ormai infondata, come ho già detto qui e come lo stesso Club Alpino Italiano ha “istituzionalmente” sancito. Ma, soprattutto, soldi pubblici che vanno ad avvantaggiare imprese private che come tutte le imprese private hanno finalità di lucro e così fanno a fronte di concessioni d’uso dei terreni spesso irrisorie, e che vanno a tappare buchi di bilancio generati da gestioni imprenditoriali parecchio discutibili, per usare un magnanino eufemismo – bilanci che peraltro, con il rosso che presentano, costringerebbero altre aziende alla dichiarazione di fallimento immediata.
Dunque, per tornare al nocciolo del tema che insieme ad altri nell’editoriale di Mountain Wilderness Italia io colgo, viene ineluttabilmente da chiedersi: ma perché l’industria dello sci non è capace come ogni altra di reggersi finanziariamente sulle proprie gambe? Perché deve sopravvivere con la flebo dei soldi pubblici costantemente attaccata al suo “braccio”? Perché se un imprenditore avvia un’attività e quando dopo un po’ constata che non gli rende come credeva logicamente ne avvia un’altra, mentre gli imprenditori del turismo dello sci continuano a reiterare attività basate su logiche commerciale di mezzo secolo fa ormai obsolete e che generano debiti ogni anno più ingenti? Perché le istituzioni statali devono spendere di continuo somme di denaro così ingenti per tenere in piedi società altrimenti fallite (nel mentre che il cambiamento climatico avanza sempre più, peraltro) piuttosto di spenderle per servizi, opere, infrastrutture, beni e sostegni realmente necessari e vitali per le comunità di montagna?
Insomma, la questione non è, meramente, il dare o meno dei soldi pubblici a qualcuno, ma l’utilità concreta e la ricaduta positiva effettiva e tangibile, nel lungo periodo e non solo nel breve, su un intero territorio montano in ogni suo ambito – la progettualità, per dirlo in breve. È questo che rende una sovvenzione pubblica – soldi di tutti, non del benefattore o filantropo o investitore o speculatore privato che dei suoi soldi può fare ciò che vuole, sia chiaro – ben spesa e un investimento socio-economico per il futuro oppure, di contro, la rende l’ennesimo spreco di denaro dei contribuenti col quale qualcuno ci campa nel mentre che molti altri ne risultano danneggiati. Lunga vita allo sci su pista, se ha le forze e le energie per vivere bene e in armonia con ciò che ha intorno; altrimenti, che sia lasciato alla sua più inesorabile e, a questo punto, logica sorte.
E dunque, detto tutto ciò: cosa vogliamo fare, sulle (e delle) nostre montagne, e dei soldi da spenderci nei loro territori?
[Immagine tratta da lastampa.it, cliccateci sopra per leggere l’articolo dal quale è tratta.]Mi pare evidente che questi poveri individui “no vax” e “no green pass” (che poi è la stessa cosa) che sfilano vestiti da deportati nei lager nazisti o insultano chiunque non la pensi come loro o blaterano di “dittature” e di “libertà” sovente palesandosi ideologicamente come l’esatto opposto siano persone con grossi problemi di disagio e di alienazione sociale, che cercano a tutti i costi di guadagnarsi un poco di attenzione molto probabilmente perché percepiscono, magari senza realmente comprenderlo, di non avere nulla, in sé e nella propria quotidianità, che qualche attenzione da chicchessia la meriti.
Questo però non giustifica affatto i loro atti pubblici e le loro parole, soprattutto nel caso in cui la libertà di pensiero e d’azione da essi goduta per fare quel che fanno e dicono diventa strumento di violenza oltre che di un livello di inciviltà e ignoranza che una società considerabilmente avanzata non può accettare e tanto meno sopportare.
Per tale motivo, credo che l’attenzione che pretendono attraverso quei loro atti pubblici così alienati e meschini e che purtroppo i media concedono troppo sia del tutto insensata e deleteria: vanno completamente ignorati e lasciati in preda al loro disagio e alla sorte “naturale” che gli spetta, che è quella di finire al di fuori della società civile. Sperando per loro – lo dico con inopinata magnanimità – che nel frattempo non finiscano dentro una terapia intensiva. Ecco.
[Foto di Óscar CR da Pixabay.]Di recente è stato scientificamente provato in maniera definitiva quanto raccontato da sempre in leggende, saghe nordiche e testimonianze di vario genere: i Vichinghi sono giunti sul continente americano quasi 5 secoli prima di Cristoforo Colombo e vi hanno installato proprie colonie almeno fin dall’anno 1021, quello determinato dai suddetti e pressoché indubitabili studi.
Tuttavia, se avete avuto l’occasione (o se l’avrete e vi consiglia di averla) di visitare la Vikingskipshuset, il notevole Museo delle Navi Vichinghe di Oslo[1], di quell’ipotesi sulla conquista vichinga dell’America ora divenuta verità scientifica io penso che ne eravate già certi, ovvero quando ci andrete lo sarete. Perché visitando il museo e ammirando le tre navi in esso conservate (alcune coeve agli anni della conquista americana, ma tenete conto che la concezione di tali navi è ancora più antica), resterete sbalorditi dalla bellezza, dall’eleganza e dalla palese efficienza idrodinamica dei drekar, o drakkar nella forma più comune del nome, forse tra i manufatti più belli mai creati dalla razza umana. Sembrano disegnati con un avanzatissimo software CAD ma pure attraverso una concezione artistica assolutamente attuale, con lo scafo così filante e perfettamente adattato alla navigazione veloce in acque anche agitate come quelle oceaniche e la forma armoniosa tanto quanto funzionale che consentiva a tali navi di effettuare manovre impossibili per qualsiasi altra imbarcazione del tempo (e di molti secoli successivi).
A vederli, insomma, viene spontaneo pensare che con scafi così “perfetti” i Vichinghi potessero realmente arrivare ovunque volessero e con un rendimento di viaggio all’epoca insuperabile nonché, appunto, navigando con un’eleganza stupefacente, al punto che le caravelle di Colombo, concepite diverse centinaia di anni dopo, appaiono al confronto come imbarcazioni tozze e goffe. Basti pensare che un dreki (singolare di drekar) coi venti favorevoli poteva viaggiare tranquillamente a 15 nodi di velocità (28 km/h) quando invece una caravella del tempo di Colombo, ovvero una nave concepita secoli dopo, faticava a superare i 10 nodi.
Ma, appunto, anche a prescindere dalla storia delle esplorazioni vichinghe e dalla scoperta dell’America, lo ribadisco: credo che un dreki, o drakkar, sia una cosa che bisogna ammirare almeno una volta nella propria vita. È realmente un oggetto stupefacente ed emozionante come pochi altri fatti da mano umana, ve lo assicuro, e vi farà capire molte cose non solo riguardo ai Vichinghi ma in generale della storia, dell’evoluzione e dello sviluppo tecnologico della nostra civiltà.
[1] Vale anche per il Vikingeskibsmuseet, il Museo delle Navi Vichinghe di Roskilde, in Danimarca, che a sua volta ho visitato; ma sena dubbio le navi conservate a Oslo sono più spettacolari, anche perché meglio conservate.