La montagna nel tritacarne dei luoghi comuni

[Foto tratta da www.percorsipanchinegigantivallidilanzo.it.]

Quasi niente è ciò che sembra, tutto è falso, come cantava Giorgio Gaber. E tutto cambia di continuo. Anche se i cittadini insistono a immaginarle un villaggio vacanze abitato da gente esotica, le Alpi contemporanee sono lo specchio del mondo liquido in cui galleggiamo o nuotiamo giù in città, e dappertutto, un po’ carcerati e un po’ fuggitivi, un po’ consumisti e un po’ green, forse sinceri nelle intenzioni, nei proclami e nel sogno, ma assuefatti alle falsificazioni.
Anche per questo il dialogo non fa progressi. Ognuno pensa, giudica e non di rado offende sulla base del proprio corredo simbolico, che non comunica con gli altri. I modelli non si parlano, come succedeva con i computer quando usavano linguaggi incompatibili. Perfino certe parole non servono più, del tutto vuote di senso, ritornelli buoni per i talk show. Per fare chiarezza, è probabilmente arrivato il momento di abbandonare anche le vecchie categorie del pensiero come “ambientalismo”, “valorizzazione”, “sviluppo”, perché sono entrate nel tritacarne dei luoghi comuni e non fanno altro che infuocare sterili scontri sulle pagine social, dove si sragiona per bande e appartenenze come alla partita di calcio.

[Enrico Camanni, La Montagna Sacra, Laterza, 2024, pag.125. Trovate qui la mia “recensione” al libro – il quale (spoiler!) è bellissimo e assolutamente da leggere.]

Un endorsement indiretto ma ineccepibile alla “Montagna Sacra”

L’ultimo numero de “La Rivista del Club Alpino Italiano” (il n°8, maggio 2024), si apre con una citazione di Reinhold Messner tratta dall’intervista in esso presente rilasciata dal grande alpinista a Andrea Greci, direttore del periodico CAI.

Ecco la citazione (cliccate sull’immagine per ingrandirla):

Bene: queste parole di Messner rappresentano uno dei migliori “manifesti” dell’idea di fondo del progetto della “Montagna Sacra, del cui comitato promotore ho l’onore di fare parte insieme a figure ben più importanti e prestigiose di me, protagoniste della giornata di ieri in Valle Soana della quale ho scritto qualche giorno fa (e scriverò nei prossimi giorni). È un che si concretizza nel gesto simbolico ma emblematico di rinuncia all’ascesa del Monveso di Forzo – la montagna nel Parco Nazionale del Gran Paradiso che ispira il progetto – posto come libero invito a chi vi aderisca.

In buona sostanza: «la rinuncia» a salire per accrescere il rispetto verso la montagna, l’avere coscienza che «con meno si può fare tutto» e dunque osservare un senso del limite nei riguardi dell’invasività umana nei territori naturali così da salvaguardarli e accrescerne il valore ecosistemico, il quale assume pure inestimabili valenze culturali e sociali. Dunque conferire nuovamente alla montagna la dote di rappresentare una “scuola di vita” ma senza la solita relativa retorica bensì con una sostanziale contestualizzazione culturale al tempo e alla realtà presenti.

Concetti fondamentali, questi, ma «difficili da far passare perché siamo immersi in una società del consumo». Ecco, proprio come sostenuto da Messner, e come constatato in alcune critiche che il progetto della “Montagna Sacra” ha ricevuto, basate più sull’incomprensione delle sue idee e delle finalità che su una loro autentica confutazione. D’altro canto sono concetti, quelli appena rimarcati, che la “Montagna Sacra” esprime e trasmette compiutamente con i quali si può immaginare che la gran maggioranza delle persone sia concorde. Ed è significativo che, a suo modo, una figura tra le maggiori di sempre dell’alpinismo e della montagna li abbia – a suo modo – così ben evidenziati.

Ritrovare la città in montagna (?)

Un viaggiatore che parta per la montagna lo fa perché cerca la montagna, e credo che rimarrebbe assai contrariato se vi ritrovasse la città che ha appena lasciato.

Sapete chi ha scritto queste parole? Non un ambientalista contemporaneo, come si potrebbe pensare leggendo il tono di esse e immaginando ciò a cui si riferiscono.
No, le scrisse Amé Gorret, leggendario prete (assai rivoluzionario) e alpinista valdostano, a fine Ottocento; sono citate nell’ultimo libro di Enrico Camanni, La Montagna Sacra (del quale a breve vi scriverò). Gorret aveva già capito tutto, quasi un secolo e mezzo fa, riguardo quale fine avrebbero fatto molti luoghi montani: diventare delle periferie cittadine in quota e nemmeno delle più belle, urbanisticamente e architettonicamente – al netto del paesaggio circostante, ovvio.

Chissà se aveva pure previsto che oggi, nelle località montane spesso così pesantemente urbanizzate, molti a essere contrariati non sono quelli che in montagna vi ritrovano la città ma proprio quelli che non la ritrovano come vorrebbero, ostaggi di modelli turistici massificati che puntano proprio a questo obiettivo: far sentire il «viaggiatore» a casa offrendogli gli stessi confort cittadini a 2000 metri di quota.

Sono passati quasi 150 anni da quell’affermazione di Gorret, appunto, e viene da pensare che, per certi aspetti, le montagne non si sono affatto “sviluppate”. Anzi.

La fraternità (mancata) con le altre bestie

[Immagine tratta da www.inarzignano.it.]

È passato ormai un secolo da quando Darwin ci dette un primo assaggio dell’origine delle specie. Oggi sappiamo ciò che era sconosciuto a tutte le carovane delle precedenti generazioni: che nell’odissea dell’evoluzione gli uomini non sono che i compagni di viaggio delle altre creature. Questa nuova conoscenza dovrebbe averci dato, in questo lasso di tempo, un sentimento di fraternità con le altre bestie: un desiderio di vivere e di lasciar vivere, un senso di meraviglia per la vastità e la durata dell’impresa biotica.
Soprattutto avremmo dovuto sapere – un secolo dopo Darwin – che l’uomo, sebbene ora sia il capitano di questa nave avventurosa, non è certo l’unico oggetto della sua ricerca, e che le sue precedenti convinzioni in merito erano semplicemente dettate dall’umano bisogno di trovare una luce nel buio.
Avremmo dovuto pensare a tutto questo. Purtroppo, temo che pochi di noi lo abbiano fatto.

(Aldo LeopoldPensare come una montagna. A Sand County Almanac, traduzione di Andrea Roveda, Piano B Edizioni, 2019, pag.121; ed.orig.1949.)