L’immaginario con il quale oggi vediamo le montagne? È ancora quello del secolo scorso (nel bene e nel male)

(Articolo pubblicato in origine il 24 giugno su “L’AltraMontagna”, qui.)

I modi con i quali oggi noi percepiamo e interpretiamo le montagne – quelli che nel complesso formano l’immaginario collettivo al riguardo – e che determinano la nostra frequentazione (nel bene e nel male) delle terre alte, seppur inevitabilmente legati al momento storico nel quale si manifestano, non nascono certo ora ma sono l’ultima evoluzione di una dinamica sociale e culturale (e poi ovviamente economica e politica), che viene da lontano, fin dall’epoca del Grand Tour sulle Alpi (e non solo qui), quando si posero le basi per la nascita del turismo moderno e contemporaneo. Lo stesso overtourism, oggi tanto citato, analizzato, vituperato, da molti considerato alla stregua di un flagello biblico per territori pregiati e delicati come quelli montani, non è un fenomeno comparso dal nulla di recente ma è da almeno mezzo secolo che lo si è identificato nelle sue dinamiche fondamentali. Da queste analisi ne sono scaturiti variegati avvertimenti sugli effetti dell’eccessiva presenza turistica in quota, perfettamente ignorati per decenni e ora, improvvisamente appunto, echeggiati e diffusi un po’ ovunque ma quando ormai il fenomeno è esploso in tutta la sua potenza, risultando in molti casi risulta difficilmente marginabile se non attraverso soluzioni radicali che inevitabilmente scontentano tutti.

Che l’immaginario collettivo sulle montagne non sia nato oggi ma venga dal passato lo si coglie benissimo dalle vecchie locandine turistiche, dell’epoca nella quale la vacanza era ancora cosa riservata a pochi benestanti e le località di villeggiatura (come si chiamavano un tempo) erano ben poco infrastrutturate rispetto al presente. Eppure, su quelle locandine c’erano già raffigurati tutti gli elementi e i simboli, materiali e immateriali, che ancora oggi stanno alla base della frequentazione turistica delle montagne e ne determinano l’impatto sui territori interessati.

Ad esempio, quella qui sopra riprodotta (bellissima, peraltro) è del 1940. Nell’idilliaco paesaggio dolomitico, ove tra boschi e prati fanno bella mostra di sé i più immediati elementi referenziali naturali (le montagne) e antropici (il tipico campanile sudtirolese) del luogo, a significarne il legame funzionale e a imporne l’apparente convenienza, ecco che c’è una funivia che ascende verso l’alto, elemento tecnologico che apre le alte quote a tutti senza più sforzo o pericolo e senza bisogno di doti alpinistiche, permettendo di conquistare l’intero ambito montano (anche quello assoluto, la vetta) senza più limiti, dominandolo; poi c’è un torpedone, che porta rapidamente e democraticamente grandi masse di turisti verso i monti (ai tempo l’auto privata non era ancora così diffusa) salendo lungo nuove e comode strade che giungono fino ai piedi delle vette (al posto delle secolari e malagevoli mulattiere, spesso cancellate dalle prime insieme al loro valore storico-culturale legato a una montagna dura, misera, scontrosa, che finalmente il nuovo turismo permetteva di dimenticare); c’è il grande albergo che ospita le masse di vacanzieri nell’edificio a tanti piani, un condominio alpino non dissimile a quelli urbani se non per una foggia architettonica più curata (i modelli urbanistici metropolitani inseriti a forza nel paesaggio naturale)…

Insomma, nella sua apparente innocuità (e nell’obiettiva bellezza grafica tipica delle locandine del tempo, vere e proprie opere d’arte) c’è già tutto quello che sta alla base del turismo massificato odierno, ovviamente lungo il tempo sviluppato nelle forme e nelle sostanze nonché dopato per reggere volumi sempre maggiori pur a discapito dei luoghi che li dovrebbero ospitare: l’overtourism è proprio questo, «la situazione nella quale l’impatto del turismo, in un certo momento e in una certa località, eccede la soglia della capacità fisica, ecologica, sociale, economica, psicologica e/o politica.» (Rapporto Peeters et al., Commissione per i Trasporti e il Turismo (TRAN) del Parlamento Europeo, 2018). Un eccesso che inevitabilmente richiede infrastrutture “eccedenti” i limiti del luogo ma pure, se non soprattutto, un pensiero eccessivo al riguardo, alimentato da un immaginario che con il passare del tempo si è conformato proprio per alimentare e giustificare quel pensiero, a sua volta legittimante gli interventi più invasivi.

Infine, nella locandina qui analizzata, ecco in primo piano dei bei fiori di montagna, funzionali a riportare l’occhio e l’attenzione verso canoni di soavità, di delicatezza, di natura incontaminata, come a voler rimarcare che l’impronta antropica vieppiù pesante nel territorio e nel paesaggio non andrà a intaccare quella bellezza naturale. Che è un po’ ciò che accade ancora oggi, con le immagini del marketing turistico attuale nel quale una bella veduta del paesaggio non manca mai, ovviamente priva di qualsiasi segno antropico troppo evidente e rinforzata nei testi a corredo con certa terminologia tanto in voga oggi come «eco», «green», «sostenibile/sostenibilità», eccetera. D’altro canto la costruzione (o la decostruzione?) dell’immaginario montano non si ferma mai: forse a volte prende vie oblique e piuttosto irrazionali ma in fondo l’obiettivo è sempre lo stesso, cioè il costruire l’immagine di ciò che piace in modo che sia conformata, condivisa, dunque accettata e creduta da più persone possibili, così che possa parimenti detenere un “valore”. Il che non significa affatto che sia pure ciò che è più bello, come recita quel noto adagio popolare: anche la bellezza diventa relativa, così che possa essere meglio venduta ad un pubblico più vasto possibile. La chiamano “valorizzazione” della montagna: peccato che a volte anche il pensiero e l’immaginario al riguardo sia diventato un bene (s)venduto all’hard discount del turismo contemporaneo.

La montagna di oggi e la sospensione dell’incredulità

[La Chiesa di Santa Maddalena in Val di Funes con lo sfondo delle Odle, di sicuro uno dei paesaggi più fotografati delle Dolomiti e di Tutte le Alpi. Foto di Harry Burgess da Pixabay.]

Avete fatto caso alle fotografie degli escursionisti? Non c’è mai un palo della luce, non ci sono funivie, sono censurate le automobili, eppure le Alpi soffocano di motori, cavi, pali e tralicci, al punto che riesce difficile escluderli dall’inquadratura. Però non compaiono negli scatti degli escursionisti perché la loro montagna dev’essere pura, naturale e incontaminata. Un sogno. Un falso.

[Enrico CamanniLa Montagna Sacra, Laterza, 2024, pag.123. Trovate qui la mia “recensione” al libro – il quale (spoiler!) è bellissimo e assolutamente da leggere.]

Come ben scrive Camanni nel suo ultimo libro, continuiamo a frequentare le montagne in base a immaginari artificiosi che rimandano al mito di Heidi e che ci fanno definire “bello” un paesaggio senza sapere bene cosa sia il paesaggio né come si possa realmente definire bello. Di sicuro non pubblicheremo mai un panorama montano dove si vedano dei sostegni di una funivia, dei tralicci dell’alta tensione o dei condomini di seconde case oppure dei mega parcheggi ingombri di auto, tutti elementi che inevitabilmente non rimandano all’idea di “natura”, magari pure di “wilderness”, che invece vogliamo trovare – e chiediamo di poter trovare – in montagna.

Che poi, se proprio non riusciamo a evitarli, quei “disturbi”, li possiamo sempre cancellare con qualsiasi software di fotoritocco, no?

È una montagna sulla quale però probabilmente ci arriviamo in auto (lasciata nei mega parcheggi), dormendo poi nei condomini degli hotel o delle casa di villeggiatura, arrivando in vetta con la funivia e persino ricercando lo scatto migliore del paesaggio, quello senza le suddette “interferenze”, magari stando in piedi su una panchina gigante o passeggiando su un ponte tibetano.

Ha ragione Camanni, insomma: la montagna (post)contemporanea che frequentiamo oggi è un sogno con il quale vediamo cose che non esistono e un falso che vogliamo credere sia la verità. In pratica è una declinazione montana del noto principio semiotico della sospensione dell’incredulità, applicato ad un ambito che invece è uno dei più veri e reali che l’uomo frequenta, proprio perché in esso la natura è ancora predominante rispetto alla pur invasiva presenza umana e impone (imporrebbe) una relazione con il luogo più diretta e franca.

Non capire questa realtà in buona sostanza significa mentire a sé stessi – quasi sempre in buona fede, ma tant’è – recitando la propria parte di finzione in una messinscena. L’errore in fondo non è tanto contribuire alla recita, ma pretendere che il sipario non debba mai calare. Ecco.

La Grivola, una vetta “dimenticata” tra pietraie, tordi e belle ragazze

La Grivola è senza dubbio tra le montagne più belle delle Alpi occidentali ma, nonostante ciò, è pure tra le meno considerate. Forse è per i soli 31 metri che mancano alla quota per poter annoverare la montagna tra i quattromila delle Alpi (è alta 3969 metri, già), o forse è per la vicinanza del ben più vasto e articolato Gran Paradiso, con le sue numerose sommità e gli ancora vasti ghiacciai, il quale invece la quota 4000 la supera per 61 metri e sulla vetta massima vi si può salire più agevolmente che sulla Grivola. La quale invece appare subalterna anche nel rappresentare la seconda più elevata montagna interamente compresa nel territorio italiano – il primo è sempre lui, il Granpa. E magari pure il toponimo di quest’ultimo risulta più suggestivo agli appassionati di montagna: ma stavolta a torto, dacché l’origine del nome Grivola appare più misterioso e dunque intrigante (e poi il paradiso con il primo non c’entra nulla!).

“Grivola” compare per la prima volta nel 1845, dunque in tempi relativamente recenti; prima la montagna era conosciuta con un più ordinario Pic de Cogne (in effetti la vetta della montagna dista meno di 8 km in linea d’aria dal centro dell’abitato). Giuseppe Giacosa, scrittore e drammaturgo che fu librettista di Puccini e autore di molti scritti dedicati alle montagne valdostane, fece risalire l’origine di Grivola dal patois valdostano griva, termine che indica il tordo (in francese grive), uccello tuttavia non così accomunabile alle alte quote alpine. Di tutt’altra opinione fu invece l’eccentrico Joseph-Marie Henry (più noto come l’abbé Henry), che ascese tanto la Grivola quanto il Gran Paradiso, il quale ritenne di originare il toponimo da grivoline (in francese grivoise), termine con il quale si identifica una bella ragazza, forse ispirato dalla Jungfrau (la “vergine”). Un altro abbé, il francese Paul-Louis Rousset che fu alpinista e guida nonché autore di scritti sulle origini dei toponimi alpini, ha invece indicato la parola gri in patois di Valgrisenche, che significa “pietraia”, come origine possibile e in effetti giustificata dall’aspetto ampiamente deglacializzato della vetta, nonostante l’altezza prossima ai 4000 metri.

Insomma, dai tordi alle belle ragazze fino alle pietraie… capite bene quanto ancora incerta sia l’origine del nome Grivola: chissà se pure questo elemento abbia contribuito nel trasformarla in una “montagna dimenticata” – come recita il titolo di un libro di qualche anno fa che racconta la storia alpinistica del monte, o se al contrario ne accresca il fascino e una certa deferenza riservata alle cose tanto evidenti (la vetta è ampiamente visibile dal fondovalle valdostano) quanto a loro modo “sfuggenti” – ma non per questo trascurabili, anzi!

P.S.: la fotografia della cartolina in testa al post è di Marek Piwnicki su Unsplash.

Uomo e Natura, l’enorme presunzione che resta incontrastata

[John Muir nel 1902.]

Nessun dogma insegnato dalla civiltà attuale sembra costituire un ostacolo così insuperabile sulla via di una giusta comprensione dei rapporti che la cultura intrattiene con la natura selvaggia, come quello che dichiara che il mondo è fatto apposta per l’uso degli uomini. Ogni animale, pianta e cristallo lo contraddice nei termini più chiari. Eppure viene insegnata di secolo in secolo come qualcosa di sempre nuovo e prezioso, e nell’oscurità che ne risulta si lascia che l’enorme presunzione rimanga incontrastata.

[John Muir, Wild Wool in “Overland Monthly”, volume 14, numero 4, aprile 1875, pagina 364.]

Come ribadisco ogni volta che mi ritrovo a leggere e proporre citazioni del genere, queste parole il grande John Muir le scrisse 150 anni fa ma il loro senso e il valore oggi appaiono immutati, se non accresciuti.

L’errore fondamentale non sta nella pretesa dell’uomo di “conquistare” la Natura e adattarla alle proprie esigenze – cose che d’altro canto hanno fatto della razza umana una civiltà – ma nella presunzione, che sovente diventa prepotenza, di volerla soggiogare a tutti i costi, credendo di avere il diritto “divino” di farlo senza limite alcuno. Certa turistificazione estrema delle montagne oppure alcune attività industriali ancora perpetrate nei territori in quota (si vedano le immagini sottostanti) lo dimostrano perfettamente, ma è palese e altrettanto estrema la dannosità di questo modo di fare umano, tanto privo di ogni buon senso, nell’usare il territorio naturale: dannoso non tanto contro la Natura ma soprattutto contro l’uomo stesso, che accecato dalla propria presunzione non si rende conto del danno che si sta cagionando e, come si vede, da secoli non è nemmeno in grado di capire ciò che fa. Come scrisse Muir, ad oggi la presunzione rimane incontrastata (e amplificata) e spiega il perché di molti di quei progetti e interventi pensati e imposti alle montagne. Che inevitabilmente si ritorceranno contro chi li ha ideati ma pure su chiunque altro, purtroppo.

[Escavazioni per nuovi impianti sciistici a Ovindoli, provincia dell’Aquila.]

[Il bacino marmifero di Torano, sopra Carrara. Immagine tratta da gognablog.sherpa-gate.com.]
Il nocciolo della questione non è che non bisogna fare cose, in Natura, ma farle sempre con buon senso cioè, per dirla con Muir, in base alla giusta comprensione dei rapporti che la cultura umana intrattiene con la Natura selvaggia. Non si direbbe una cosa tanto difficile da attuare per la razza più intelligente e dominante sul pianeta. Invece a quanto pare lo è.

Se vi dico «montagna» qual è la prima cosa che vi viene in mente? Ecco le risposte

[Foto di Olivier Miche su Unsplash.]
Qualche giorno fa ho proposto agli amici del web una domanda di quelle a cui rispondere d’istinto, pensandoci il meno possibile:

«Se vi dico «montagna» qual è la prima cosa che vi viene in mente, in una parola?»

Ringrazio veramente di cuore tutti quelli che hanno voluto rispondere: innanzi tutto per averlo fatto e avervi dedicato qualche attimo del loro tempo, inoltre perché facendolo hanno composto con le risposte fornite (tutte di peculiare valore) un racconto tanto minimale quanto profondo del rapporto più intimo che lega tutti quanti alle montagne, in qualche modo facendoci “appartenere” a esse e viceversa. Le risposte le trovate radunate in ordine sparso nel file pdf qui sotto (cliccateci sopra se volete scaricarlo):

Come nel post con la domanda accennavo al fatto che le risposte fornite non abbisognassero di spiegazioni perché frutto dell’istinto, della parte più sincera e genuina della persona, dunque in grado di spiegarsi da sé, parimenti – cioè per lo stesso principio – ora penso che non occorra commentarle: raccontano molto già da sole e numerose scaturiscono evidentemente dalla vita privata di chi le ha date, dunque penso sarebbe poco rispettoso e molto presuntuoso farlo.

Mi permetto solo un’osservazione riguardo le tre risposte più citate: libertà, pace, silenzio. Solo apparentemente potrebbero risultare scontate, ma non lo sono affatto; tutte fanno riferimento a qualcosa di immateriale, a elementi di grande importanza per la nostra esistenza quotidiana che, così pare, la montagna sa offrire. Ma sono risposte che in realtà si possono interpretare anche dalla “parte opposta”: evidentemente libertà, pace e silenzio li distinguiamo in montagna, al punto da farne elementi primariamente referenziali, perché non riusciamo più a coglierli e a ritrovarli negli altri contesti della quotidianità vissuta e ciò non soltanto perché altrove si debba necessariamente sottostare a maggiori e più diffuse regole del vivere comune.

Ciò, dal mio punto di vista, esorta alla salvaguardia della dimensione montana proprio perché contraltare di quella urbana ma non in contrapposizione, semmai nel riconoscimento della reciproca alterità materiale e immateriale attraverso cui riconoscere e apprezzare le diversità dell’una e dell’altra. In montagna trovo ciò che non trovo in città (o in altri contesti differenti) e viceversa, dunque l’una mi consente di poter vivere meglio l’altra. Ecco perché imporre a forza modelli metropolitani e variamente urbani ai contesti montani, come ad esempio avviene spesso attraverso le dinamiche del turismo di massa, è quanto di più devastante vi possa essere: non solo si porta il caos dove c’è pace, non soltanto si propaga il rumore dove abitualmente c’è il silenzio ma pure si diffonde lassù l’illusione (e l’inganno) di poter essere “liberi” invero sottostando agli stessi vincoli che determinano la quotidianità ordinaria, peraltro smarrendo la facoltà di rendersene conto perché tutto viene riferito alla stessa normalità, senza più alcuna alterità. È la cosa più grave di tutte, secondo me, innanzi tutto proprio per la montagna.

Tuttavia, ribadisco, sono solo considerazioni meramente personali e abbastanza impulsive. Al netto di queste e di qualsiasi altra, la cosa (e l’augurio) invariabilmente importante è che la montagna possa continuare a suscitare pensieri istintivi così variegati e ciascuno a suo modo profondi ancora per molto tempo. Vorrà dire che sapremo sempre e comunque appartenere ad essa così come la montagna a noi stessi e alla nostra esistenza, garantendoci a vicenda. Una cosa di inestimabile valore, senza dubbio.