Be’, a proposito di Finlandia felixe per “par condicio”, citando il suo più celebre scrittore (almeno qui da noi) e uno dei maggiori del panorama letterario scandinavo contemporaneo:
In Finlandia ci sono più filiali di banca che negozi alimentari. Sarà perché le banche hanno i mezzi per costruirsi le loro sedi, e i lattai e i panettieri invece no. O forse perché i soldi sono più importanti delle sane abitudini alimentari.
Viaggiare e «scoprire» nuove terre, significa pensare nuovi pensieri e formulare nuove fantasie. Negli spazi del pensiero sono le leghe di terra e di mare su cui gli uomini vanno e vengono. Il paesaggio si estende tra di esse bello e sereno. Colui che ha pensieri più originali e profondi è anche colui che ha viaggiato di più (13 agosto 1840).
[Henry David Thoreau, Vita di uno scrittore, a cura di Biancamaria Tedeschini Lalli, Neri Pozza, Vicenza, 1963, pag.28.]
Giovanni Gastel era universalmente noto per i suoi scatti legati al mondo della moda, ma a tale celeberrima produzione affiancava anche una ricerca fotografica di matrice prettamente artistica con la quale ha prodotto opere affascinanti, potenti tanto esteticamente quanto espressivamente, riproponendo in esse le proprie doti offerte alla moda e allo spettacolo ma potendo andare oltre le inevitabili esigenze delle varie committenze, così esplorando territori visivi ampi e originali, sovente assai poetici. Come la serie Un eterno istante. Angeli caduti – della quale lì sopra vedete una delle opere a mio parere più belle – ispirata da un quadro appeso dietro alla poltrona sulla quale amava riposare lo zio di Gastel, il grande Luchino Visconti: «Ho cominciato a cercare altri angeli caduti, a inventarli, a dare loro un corpo e un’anima» diceva Gastel di queste sue opere, «E ne ho trovati che disperatamente cercavano di riguadagnare il cielo, altri che avevano accettato il vivere terreno e sedevano nei bar con la loro lontananza nascosta, altri che disperati trasformavano il loro splendore celeste in ombra oscura.»
D’altro canto, come ha detto il suo gallerista e grande amico Massimo Minini (cliccate sull’immagine dell’opera per leggerne la fonte), Gastel con le sue fotografie ha saputo fare ciò che scrisse il grande poeta romano Orazio nelle sue celeberrime Odi: «Exegi monumentum aere perennius». Ciò che da sempre fa dei grandi artisti figure di importanza assoluta e imperitura.
[Henri de Toulouse-Lautrec, “M. Fabre, Officier de reserve”, olio su tela, 1891, Buenos Aires, Museo Nacional de Bellas Artes: uno dei rari dipinti di Toulouse-Lautrec che ritrae un “paesaggio”.]
Non esiste che la figura, il paesaggio è nulla, non dovrebbe che essere un accessorio. Il paesaggio dovrebbe essere usato solo per rendere più intelligibile il carattere della figura.
(Henri de Toulouse-Lautrec, citato in Douglas Cooper, Toulouse-Lautrec, Edizione d’Arte Garzanti, Milano, 1963, pag.6.)
Trovo molto interessante questa citazione del grande Toulouse-Lautrec in quanto del tutto contestuale alla sua peculiare arte, così capace di raffigurare la comédie humaine del suo tempo che viveva nel chiuso delle sale da ballo, dei casino o delle case d’appuntamento parigine, quasi sempre di notte e praticamente mai all’aperto, costruendo così un immaginario ambientale che non aveva bisogno di “paesaggi” ma, nel caso ve ne fosse qualche accenno, li rendeva funzionali e accessori ad esso. Altrettanto interessante, riportando le parole di Toulouse-Lautrec all’interno di un punto di vista “paesaggistico” e partendo dall’assunto che ho appena rimarcato, è che il principio “anti-paesaggio” espresso dal grande pittore francese è in fondo simile a quello che sta alla base dello sfruttamento dei paesaggi a scopo turistico, resi ugualmente funzionali e accessori a una fruizione meramente ludica, da comédie humaine contemporanea. Con una differenza, però: il godereccio popolo notturno ritratto da Toulouse-Lautrec non ricercava nemmeno il paesaggio, anzi, in qualche modo lo riteneva superfluo e lo sostituiva con i luoghi del divertimento cittadino; l’altrettanto godereccio (per così dire) popolo turistico contemporaneo invece pretende un paesaggio che faccia da sfondo alle proprie attività ludiche, ma lo usa come fosse similmente un luogo di mero divertimento, una scenografia senza senso ne forma e con solo una forzata sostanza ricreativa, facendone di fatto qualcosa di parimenti superfluo. Ah, be’, ce n’è pure un’altra, di differenza: almeno allora c’era un mirabile artista come Toulouse-Lautrec a fissare il tutto sulla tela e sulla carta in dipinti e disegni memorabili; oggi invece ci sono dei banalissimi smartphone e l’immagine evanescente dei social, a fare ciò.
In verità, oggi, dalle scienze umane e della Terra è risaputo il contrario di quanto affermato dal pittore francese: le figure umane, con la loro presenza e la relativa relazione, sono quelle attraverso le quali si può rendere più intelligibile il paesaggio. E pure, a ben vedere, nel paesaggio inteso come rappresentazione culturale del territorio l’uomo non è che un accessorio. Che può generare (ovvero concepire e significare) il paesaggio, certamente, ma che, se non è in grado di compiere tale azione culturale, non è affatto indispensabile a esso.
Ognuno di noi convive quotidianamente con il dubbio. Io sono sempre dubbioso in merito ciò che faccio. È una tortura senza fine ed è per questa ragione che ritengo il concetto di felicità quanto meno irrilevante. La felicità è roba per bambini e yuppie. Non combatto per raggiungere la felicità ma piuttosto per cercare di portare a termine un lavoro. A volte le cose migliori nascono mentre il dubbio ci logora: è necessario ripensare e rivalutare costantemente ciò che si sta facendo, senza smette mai di lavorare, sino a quando non si ha la sensazione precisa di aver finito. Questo è un altro aspetto interessante: comprendere quando fermarsi. Di tanto in tanto capitano quei momenti magici in cui tutto va come deve andare.
Quanto afferma John Zorn – uno dei più grandi musicisti viventi, per la cronaca – vale per qualsiasi lavoro artistico, sia musicale che visivo che (forse ancor più) letterario. Il dubbio, ovvero la costante attenzione interrogativa su che si sia veramente fatto un buon lavoro, e la conseguente riflessione in tal senso, è a dir poco fondamentale per poterlo portare a compimento nel modo migliore possibile e per evitare qualsiasi rischio di superficialità, oltre che di vanagloria.
In fondo, come diceva Nietzsche, “la fede nella verità comincia col dubbio in quelle verità credute fino a quel momento” (Umano, troppo umano II): “verità” cioè aver fatto veramente un buon lavoro, appunto, e non crederlo per mera, interessata supponenza.