L’archeologia idroelettrica dell’Orrido del Gallavesa

Premessa: l’Orrido del Gallavesa, del quale racconta questo brano (tratto dal volume Sö e só dal Pass del Fó. In cammino da 75 anni sui sentieri del Resegone e della storia di Calolziocorte, che ho scritto e curato nel 2015 per la sezione CAI di Calolziocorte; per saperne di più, cliccate qui) è una profonda forra posta nel territorio comunale di Erve (Val San Martino, Lecco) formata dalle acque dell’omonimo torrente, che scende dai contrafforti meridionali del Resegone e sfocia nel Lago di Garlate. La forra, il cui intaglio potete intuire nell’immagine qui sopra, è popolarmente conosciuta come “orrido” per la sua profondità (circa 2-300 metri dal ciglio superiore dei versanti sovrastanti) in relazione alla larghezza, anzi, alla strettezza delle pareti rocciose che la racchiudono (solo qualche metro, sul fondo) e la rendono piuttosto cupa e impressionante. D’altro canto, a generare questa percezione contribuisce certamente anche la spettacolare strada carrozzabile che da Calolziocorte giunge a Erve, un capolavoro d’ingegneria d’inizio Novecento, la quale attraversa la gola con un lungo tratto scavato nella roccia e parzialmente a sbalzo sul precipizio.
Buona lettura.

Da che nella seconda metà dell’Ottocento il progresso industriale prese a spandersi oltre le periferie delle città più grandi raggiungendo, anche grazie allo sviluppo dei reti di trasporto su rotaia, le zone rette fino a quel punto da un sistema economico di tipo rurale, anche a Calolziocorte sorsero i primi importanti stabilimenti, i quali rapidamente assorbirono buona parte della forza lavoro prima dedita sostanzialmente al lavoro nei campi diventando il motore fondamentale dell’economia locale. Ma per essere tali, anche i motori nel senso letterale del termine ovvero i macchinari impiegati nel processo produttivo abbisognavano di adeguata e crescente forza motrice ovvero di energia elettrica, che fin da quando venne “inventata” (anche se il termine è improprio) rappresentò una enorme rivoluzione rispetti ai precedenti sistemi di produzione endotermica o ad altri di concezione più primitiva. Rapidamente le principali fabbriche del territorio calolziese intuirono di avere a porta di mano, sul territorio, una preziosa possibilità di produzione in proprio di energia derivandola dall’acqua e dunque con sistemi idroelettrici, quand’essi presero a diffondersi: la forra del Gallavesa, nella quale il torrente scorreva con impeto e portata adeguati a ricavarne elettricità. Fu così che nacquero ben tre piccole centrali idroelettriche, sorte in differenti punti dell’orrido per iniziativa di altrettante delle più importanti fabbriche del calolziese: la “Sali di Bario”, il cui nome segnala la produzione di derivati della barite, la “Gavazzi”, industria tessile, e la “Pirelli”, attiva nella lavorazione della gomma. Furono installate tubature per convogliare l’acqua e turbine per la produzione di energia: in particolare la centrale a monte della località Vai – più o meno a metà forra; il curioso toponimo, molto semplicemente, significa “scoiattolo” – di proprietà della Gavazzi, si segnalava per la particolarità tecnologica legata alla presenza di una turbina “Pelton”, di tipo ad azione dato che l’acqua veniva trasformata in energia cinetica con dei particolari ugelli prima di giungere alle pale della stessa, a differenza degli altri tipi di turbina nei quali parte dell’energia cinetica legata all’acqua in movimento viene prodotta dentro di essa, grazie alla conformazione dei condotti di ingresso – e per ciò definite a reazione.

Ma fino a qui, particolarità tecniche a parte, la storia delle centrali idroelettriche dell’orrido del Gallavesa non presenta nulla di così speciale. Alquanto speciale, invece, e quasi incredibile a pensarci oggi – soprattutto per chi conosce la zona e comprende quanto il termine “orrido” per la Valle del Gallavesa in quel tratto sia assolutamente consono – è che quelle centrali erano presidiate durante tutto l’anno da custodi che vivevano presso di esse, in alloggi a dir poco spartani ricavati accanto ai locali delle turbine. In quell’orrido, appunto, in zone di disagevole raggiungimento tra altissime pareti rocciose che tutt’oggi scaricano frequentemente sassi e nelle quali, durante la lunga stagione invernale, freddo, gelo e ombra dominavano su ogni cosa, alcuni uomini, anche con famiglie al seguito, vivevano e lavoravano in condizioni che, è facile immaginarlo, verrebbero considerate insostenibili da buona parte di noi contemporanei; di essi si ricorda tale Ettore Manzoni di Somasca oppure Egidio Valsecchi di Calolzio, mentre di altri non si conservano informazioni. Tuttavia a quei tempi – fate conto che le centrali vennero dismesse intorno agli anni Sessanta del Novecento – l’elettronica, l’automazione industriale e i sistemi di controllo remoto erano ancora di là da venire, dunque era necessario che qualcuno si infilasse in quella forra “dantesca” e ci restasse a lungo per vegliare sui macchinari presenti. Qualcosa che sotto certi aspetti può ricordare alcune delle più disagevoli attività legate alla montagna, solo che in quei casi, l’isolamento, la solitudine e le condizioni ambientali difficili erano a poche centinaia di metri da Calolziocorte e dalla sua civiltà, e non venivano certo sostenute per passione o diletto. D’altro canto, è un aspetto della storia industriale del territorio calolziese insolito e poco conosciuto oltre che, a proposito di attività alpestri, a suo modo emblematico del rapporto che il territorio intratteneva con le montagne locali e le loro risorse, non diversamente che in zone più prettamente montane; una storia che di certo non tornerà più come allora (per la cronaca, uno degli impianti idroelettrici presenti nell’orrido è stato ripristinato qualche anno fa ma ovviamente con tutte le automazioni del caso oggi disponibili) e proprio per questo meritevole di considerazione, anche in memoria di attività lavorative quotidiane, dunque vitali, e di una nozione generale di “lavoro” che al giorno d’oggi, nel senso e nella sostanza, ci sembrano parte di un passato lontanissimo, ben più distante di quanto in realtà non sia.

N.B.: si tenga conto che l’Orrido del Gallavesa formalmente non è percorribile; sul web si trovano ancora numerose pagine che riferiscono di un sentiero attrezzato del CAI di Calolziocorte il quale attraversa la gola ma che è stato completamente smantellato qualche anno fa, essendo alcuni tratti ora ostruiti dalla presenza delle tubature della nuova centralina idroelettrica.

(Le immagini sono dello scrivente, di Giuseppe Rocchi che ringrazio per avermele concesse e tratte da https://mapio.net/s/49927776/ e da https://www.vieferrate.it/pag-relazioni/lombardia/63-prealpi-lombarde/108-gallavesa.html.)

La libertà non è limitabile

[Foto di Matej Rieciciar da Unsplash.]

Non vi è confine d’alcun genere e fisicità, giuridico o meno, che possa realmente limitare la libertà degli individui, sia chiaro. E nemmeno vi è un limite concettuale, mentale, culturale, se la libertà prima e più grande di cui l’uomo gode è quella del pensiero. Quando il nostro mondo, invece, genera limiti e confini in primis nella forma di costruzioni mentali, da cui trarne inevitabilmente altrettante “fabbricazioni” materiali, manifesta senza alcun dubbio una grave carenza di libertà. Dalla quale scaturisce l’accezione separativa e non connettiva del termine “confine”, resa dogma geopolitico da qualche secolo a questa parte, donando la “libera” (dacché autoproclamata e autoalimentata) dominazione dei territori geografici ai potenti del mondo e di contro generando la devastazione dei soggetti collettivi e sociali sottoposti a quelle demarcazioni territoriali, con tutto quanto di culturalmente conseguente.
Ma la libertà naturale dell’individuo, appunto, non è limitabile. La stessa libertà che al principio della storia della nostra specie ha spinto l’uomo primitivo a uscire dalle caverne e sganciarsi dalla protezione offerta da esse, dunque a sconfinare da quei limiti che demarcavano la vita e la cognizione del mondo per cominciare a scoprire il territorio al di là della soglia e allargare la visione verso un nuovo e illimitato orizzonte, a segnarvi le prime tracce di passaggio, di transito e comunicazione, a identificarsi nella sua geografia e di rimando facendo che il territorio si identificasse e conformasse nel suo moto, ponendo in tal modo le basi fondamentale per la costruzione della civiltà umana – quella libertà primordiale è in fondo la stessa, genetica, che anima qualsiasi azione dell’uomo nei secoli fino ai giorni nostri. È la stessa che, ad esempio, porta un uomo a salire lungo una repulsiva parete verticale di montagna rischiando pericoli mortali e sopportando notevoli fatiche psicofisiche per conseguire un mero appagamento ludico (pur se poi elaborato in modi diversamente più profondi) che lo faccia sentire più vivo, ed è la stessa che di contro spinge masse di persone ad abbandonare le proprie terre natie e affrontare azzardate traversate marine o terrestri sfidando pericoli mortali e sopportando notevoli fatiche psicofisiche per cercare altrove né più né meno che una vita migliore, più dignitosa, che le faccia sentire più vive.
È la liberta di ribaltare la visione ordinaria delle cose, il corso degli eventi, la sorte apparentemente prestabilita, l’ordine e la prassi, di destabilizzare la realtà quand’essa sia delimitata da barriere e ostacoli che si possono superare ma che è “stabilito” non si debba fare.

Questo è un brano tratto dal mio saggio intitolato Hic absunt dracones presente nel volume Hic Sunt Dracones di Francesco Bertelé, (Postmedia books, 2020), che è parte integrante dell’omonimo progetto a cura di Chiara Pirozzi realizzato grazie al sostegno dell’Italian Council (4a Edizione, 2018), programma di promozione di arte contemporanea italiana nel mondo della Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo.
Per saperne di più sul volume e su come acquistarlo, cliccate sull’immagine della copertina qui accanto.

Altro che nevi eterne!

[Foto di Simon Fitall da Unsplash.]

Il Paul prende la pala che gli passa il Georg, la notte scorsa si è staccata la lingua del ghiacciaio, dice, hanno sentito il boato anche in fondo alla valle, la Claire mi ha fin svegliato per dirmi che ci stava arrivando addosso e mi ha abbracciato tutto come se ci restasse solo quella notte lì, di un bello che non ti dico, e sorride tra sé, tra qualche anno se guardiamo su il nostro bel ghiacciaio non lo vediamo più, se ne sarà andato per sempre, altro che eterno, l’unica riserva che ci resta sono le storie, al massimo puoi raccontare com’era.

(Arno CamenischUltima neve, Keller Editore, 2019, traduzione di Roberta Gado, pag.68.)

Cartoline #2

N.B.: «Non vi ha monte che prenda ai nostri occhi un’espressione così personale; siamo tentati di cercargli una fisionomia come ad un uomo o ad un mostro, di credere che in quel capo enorme sia un pensiero, e che si legga sulla fronte di pietra l’espressione della sua alterezza e della sua forza; e per poco che le nubi, correndogli incontro, secondino con l’illusione ottica la nostra fantasia, ci sembra di vederlo muoversi, reclinare il capo in atto triste, o raddrizzarlo con ardimento di Titano, e si pensa con terrore come sarebbe potente se si movesse davvero.»
(Guido Rey, Il Monte Cervino, 1904.)

“Architetti e territori, 5 esperienze alpine”

Disquisendo spesso sul blog o in articoli vari di paesaggi montani e interventi antropici in essi, e non di rado dovendolo fare con toni critici in forza di ciò che nella forma e nella sostanza sui monti viene realizzato ovvero, per farla breve, di cose brutte in un ambito invece così bello (il che le rende ancora più opinabili), vado spesso alla ricerca dell’antitesi, cioè di cose belle e fatte bene e non solo per mere seppur importanti ragioni estetiche, ma per la presenza di una coerenza teorica e pratica rispetto al territorio oggetto dell’intervento, al suo paesaggio e al locale patrimonio culturale, sia quello materiale che quello immateriale. E se, come spesso accade, le cose brutte risultano più evidenti e più dissonanti (per cui viene conseguentemente più facile parlarne e denunciarne il danno cagionato, appunto), di cose belle e ben fatte sui monti ce ne sono molte, a opera di progettisti che finalmente si mostrano consapevoli del luogo nel quale operano, delle sue peculiarità culturali, della storia e del paesaggio, ricercando un dialogo fruttuoso con il Genius Loci dal quale trarre preziose e specifiche indicazioni sulle quali poi costruire i propri progetti.

Architetti e territori, 5 esperienze alpine, quaderno numero 48 della Fondazione Courmayeur Mont Blanc e sintesi dell’omonimo progetto pluriennale dell’Osservatorio sul sistema montagna “Laurent Ferretti” promosso dalla Fondazione stessa, presenta e descrive le esperienze professionali di cinque tra i più significati architetti in attività sulle Alpi e lo fa attraverso un punto di vista particolare e alquanto emblematico, ovvero relazionando i progetti con i luoghi nei quali sono stati realizzati. Non solo: altra particolarità, è che si tratta di luoghi specifici e geograficamente limitati, dunque dotati di una propria omogeneità paesaggistica e culturale in genere che ha rappresentato per i cinque architetti un elemento di base imprescindibile, facendo dunque dei lavori non solo meri interventi architettonici più o meno conformi al territorio ma innanzi tutto delle rappresentazioni coerenti dell’identità di quei luoghi, narrata e reinterpretata secondo i canoni della progettazione architettonica più avanzata e innovativa. Si possono così conoscere le esperienze – che nell’ottica geografica appena descritta vi elenco per ampiezza decrescente dei territori considerati – di Maruša Zorec in Slovenia, di Helmut Stifter e Angelika Bachmann in Alto Adige, di Hans-Jörg Ruch in Engadina, di Armando Ruinelli in Val Bregaglia e infine di Enrico Scaramellini in Valchiavenna []

[Enrico Scaramellini, Casa VG, Madesimo, 2017. Foto di Marcello Mariana, fonte: abitare.it.]
(Potete leggere la recensione completa di Architetti e territori, 5 esperienze alpine cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)