Francesca Chiorino, Marco Mulazzani (a cura di), “Architetti e territori, 5 esperienze alpine” (Fondazione Courmayeur Mont Blanc / Tipografia Valdostana / Musumeci Editore)

Disquisendo spesso sul blog o in articoli vari di paesaggi montani e interventi antropici in essi, e non di rado dovendolo fare con toni critici in forza di ciò che nella forma e nella sostanza sui monti viene realizzato ovvero, per farla breve, di cose brutte in un ambito invece così bello (il che le rende ancora più opinabili), vado spesso alla ricerca dell’antitesi, cioè di cose belle e fatte bene e non solo per mere seppur importanti ragioni estetiche, ma per la presenza di una coerenza teorica e pratica rispetto al territorio oggetto dell’intervento, al suo paesaggio e al locale patrimonio culturale, sia quello materiale che quello immateriale. E se, come spesso accade, le cose brutte risultano più evidenti e più dissonanti (per cui viene conseguentemente più facile parlarne e denunciarne il danno cagionato, appunto), di cose belle e ben fatte sui monti ce ne sono molte, a opera di progettisti che finalmente si mostrano consapevoli del luogo nel quale operano, delle sue peculiarità culturali, della storia e del paesaggio, ricercando un dialogo fruttuoso con il Genius Loci dal quale trarre preziose e specifiche indicazioni sulle quali poi costruire i propri progetti.

Architetti e territori, 5 esperienze alpine, quaderno numero 48 della Fondazione Courmayeur Mont Blanc e sintesi dell’omonimo progetto pluriennale dell’Osservatorio sul sistema montagna “Laurent Ferretti” promosso dalla Fondazione stessa, presenta e descrive le esperienze professionali di cinque tra i più significati architetti in attività sulle Alpi e lo fa attraverso un punto di vista particolare e alquanto emblematico, ovvero relazionando i progetti con i luoghi nei quali sono stati realizzati. Non solo: altra particolarità, è che si tratta di luoghi specifici e geograficamente limitati, dunque dotati di una propria omogeneità paesaggistica e culturale in genere che ha rappresentato per i cinque architetti un elemento di base imprescindibile, facendo dunque dei lavori non solo meri interventi architettonici più o meno conformi al territorio ma innanzi tutto delle rappresentazioni coerenti dell’identità di quei luoghi, narrata e reinterpretata secondo i canoni della progettazione architettonica più avanzata e innovativa. Si possono così conoscere le esperienze – che nell’ottica geografica appena descritta vi elenco per ampiezza decrescente dei territori considerati – di Maruša Zorec in Slovenia, di Helmut Stifter e Angelika Bachmann in Alto Adige, di Hans-Jörg Ruch in Engadina, di Armando Ruinelli in Val Bregaglia e infine di Enrico Scaramellini in Valchiavenna, per ciascuno attraverso un breve saggio, redatto dai curatori del volume, di presentazione della loro attività in relazione ai progetti presentati – tutti realizzati – e una significativa rassegna di immagini fotografiche dei lavori stessi, che consente di apprezzare il notevole impegno nella costruzione di un dialogo fruttuoso tra l’opera realizzata, la geografia del luogo e il paesaggio d’intorno materiale e immateriale. Il tutto senza mai dimenticare il senso concreto di quel noto motteggio attribuito a Oscar Wilde, «La tradizione è un’innovazione ben riuscita»: perché è proprio in questi ambiti dotati, oltre che di un paesaggio potente ed esteticamente dominante, di una identità culturale forte tanto quanto a volte ingombrante dacché basata su tradizioni secolari, spesso considerate intoccabili, che l’innovazione della tradizione diventa una sfida alla quale il progettista sensibile non può rinunciare.

Troppo spesso si devono constatare interventi architettonici che, reiterando forme, modelli e stereotipi abusati se non obsoleti mascherandoli dietro stratagemmi estetici o funzionali “di moda” ma sovente decontestuali rispetto alle caratteristiche paesaggistiche e culturali del luogo, finiscono per accentuare la banalizzazione dei luoghi stessi già perpetrata dai modelli economico-turistici ad essi imposti (cosa frequente, trattandosi di territori alpini): e non serve dire che la banalizzazione di luoghi antitetici a qualsiasi significato del termine “banalità” come sono i territori di montagna è un delitto pressoché imperdonabile – ma, ahinoi, ancora troppo perpetrato e soprattutto “perdonato”. Considerare dunque le esperienze presentate e raccontate nel volume è cosa non solo piacevole e balsamica ma ancor più mette in evidenza l’importanza fondamentale dell’architettura nella salvaguardia dell’identità culturale dei territori alpini, quando non nella rigenerazione di essa ove troppo lustri di cose brutte e fatte male – ma funzionali a certi tornaconti economici – hanno generato ferite estetiche e culturali piuttosto profonde e non di rado purulente. Intervenire in un territorio di montagna non significa semplicemente progettare e costruire qualcosa per bene – che già è cosa non scontata, sia chiaro – ma vuol dire pure prendersi sulle spalle e a cuore il luogo, la sua anima, la sua essenza geostorica e il suo paesaggio, ciò che presenta, racconta, rivela nel presente e che può continuare a narrare nel futuro. In qualche modo l’intervento architettonico in montagna diventa (deve diventare) una manifestazione espressiva della montagna stessa e della sua anima, deve parlare il lessico del luogo ampliandone la semantica e al contempo deve rendersi comprensibile a chiunque si metta in ascolto. Non è affatto un compito facile e forse questo spiega l’abbondanza di progetti discutibili, ancora oggi nelle Alpi, e d’altro canto la meritoria considerazione che progettisti come quelli presentati nel volume in questione devono poter godere: non (solo) per la gloria personale e per il prestigio del loro nome nell’ambiente dell’architettura, ma in primis per il bene delle montagne e della relazione presente e futura di chi le abita e ne interpreta consapevolmente il carattere vivendoci la propria quotidianità. Perché costruire bene in montagna si può e si deve, e costruire bene significa – ribadisco – fare del bene alla montagna, significa salvaguardarne la vitalità culturale cioè l’elemento basilare per qualsiasi altra presenza antropica attiva.

Un’ultima osservazione (ultima ma non ultima, dacché avrei da scriverne ancora a lungo ma col rischio di tediare chi sta leggendo) che trovo interessante rispetto al volume è relativa alla particolare contiguità geografica di tre dei cinque architetti presentati: Ruch, Ruinelli e Scaramellini operano in territori inclusi in un raggio di poche decine di chilometri, geograficamente contigui e pure culturalmente – in senso storico – dotati di numerose affinità. Il lavoro dei tre forma un immaginario filo rosso architettonico che sembra rivelare ispirazioni simili, e in effetti si possono considerare non pochi punti di contatto nei progetti presentati nel volume, a partire da un’attenzione forse maggiore che altrove al patrimonio e all’identità culturale dei territori in questione e alla ricerca di una rivitalizzazione di essi, se non una sostanziale innovazione – nell’accezione alla quale accennavo poco fa, dunque un passo e più oltre il semplice “rinnovamento” – che si prenda carico del destino del paesaggio locale per quel che attiene la relazione tra i luoghi e le genti che li abitano. Una missione, questa, che d’altronde qualsiasi progettista del paesaggio, sia esso architetto, ingegnere, urbanista o che altro, dovrebbe sempre tenere nella più assoluta considerazione e percepire come un obbligo professionale tanto quanto morale: perché modificare un territorio abitato, aggiungendo e trasformando cose, significa sempre modificare la visione immateriale, la percezione culturale di esso e dunque la relazione materiale alla base della vita in esso.

Anche per ciò, constatare esperienze così interessanti e avvedute come quelle presentate in Architetti e territori, 5 esperienze alpine rappresenta senza dubbio, ribadisco, un respiro d’aria buona – proprio come quella delle Alpi! – per chiunque abbia a cuore il paesaggio alpino nonché un racconto architettonico a più mani emblematico e esemplare che, mi auguro, possa indicare e magari ispirare la più sensibile attenzione su questi temi e qualsiasi presente/futuro intervento antropico nei nostri meravigliosi tanto quanto delicati territori di montagna.