Chi sono gli egoisti, in montagna?

Puntualmente, criticando la progressiva tendenza ad addomesticare le montagne con nuove e impattanti infrastrutture, si viene accusati di promuovere una montagna elitaria.
Niente di più scorretto.
Il rimprovero viene quasi sempre accompagnato da una formula retorica che puzza di slogan: “Non tutti hanno l’esperienza o le possibilità di giungere in vetta e di poter ammirare certi paesaggi”.
Attraverso questo ragionamento si giustifica acriticamente ogni iniziativa.
Tuttavia, uno dei migliori insegnamenti offerti dalla montagna è il “senso del limite”: un principio etico molto importante per muoversi nel territorio con rispetto ed equilibrio.
Acquisire la consapevolezza di non avere delle capacità universali, in un presente culturale propenso ad abbattere indiscriminatamente qualsiasi tipologia di ostacolo (spesso con pesanti ritorsioni ambientali), penso sia un grande valore.
Bisognerebbe imparare a essere coscienti delle proprie possibilità ed eventualmente, se il sentimento nei confronti di un determinato ambiente è davvero sincero, saper rinunciare all’ascesa. Guardare la terra, per una volta, dal basso verso l’alto, può infondere la consapevolezza che, anche a quote inferiori, si riesce a godere di paesaggi gradevolissimi e che, più in generale, si può dialogare con l’ambiente senza necessariamente sopraffarlo.
In questo momento, ad esempio, non avrei la preparazione fisica per scalare il Cervino, oppure per affrontare gli itinerari più severi delle Dolomiti, ma non sono giustificato a pretendere la costruzione di una qualsivoglia seggiovia per riuscire a godere della prospettiva aerea offerta dalla vetta.
Inoltre la bellezza di molti panorami è amplificata dall’esperienza. Se essa viene puntualmente ridotta, il mondo apparirà sempre più scialbo e il nostro vivere più incompleto e inappagato. Conseguenza diretta è l’intramontabile sentimento di delusione che contraddistingue la nostra società.
Rigiro dunque la frittata: è più elitario (o egoista) chi, con uno sguardo rivolto verso le generazioni future, promuove un rapporto dialogico ed equilibrato tra l’uomo e i territori alpini, oppure chi impone a tutti la realizzazione di invadenti opere infrastrutturali per appagare (momentaneamente) le proprie velleità?

Questo che avete letto è il post di Pietro Lacasella pubblicato lo scorso 24 aprile su “Alto-Rilievo / Voci di Montagna”. Riflessioni ineccepibili, che mettono bene in luce la deviante contraddizione alla base di tali questioni e come, per superarla al fine di perseguire la miglior cura possibile per le nostre montagne, sia necessario mantenere ben saldi certi punti fermi che sono essi stessi “montagna” nell’accezione culturale più piena e compiuta. Il senso del limite è uno di essi: trascurarlo, ignorarlo, dimenticarlo quando non avversarlo, come di frequente fa chi usa la montagna per ottenere i propri meri tornaconti senza curarsi di null’altro, non permette alcuna concertazione al riguardo ma ammette solo la più ferma e radicale opposizione verso le iniziative di quella sorta. Non si può fare altrimenti, per le montagne è una questione di vita o di morte. Nel senso: le vogliamo vive della loro impareggiabile essenza, e noi con esse, o le vogliamo morte soffocate da ipocrisie, dissennatezze, egoismi e cementificazioni da periferia metropolitana?

(Anche l’immagine in testa a questo articolo è tratta dal post di Pietro Lacasella citato.)

Lunedì 24 aprile su “Sondrio Today”

[L’alpe dell’Oro, in alta Valmalenco, di fronte allo spettacolare versante nord del Disgrazia. Foto tratta da https://lemontagne.net/events/chiareggio-alpe-oro/.]
Lo scorso 24 aprile 2023 “Sondrio Today” ha pubblicato le mie considerazioni in tema di presente e futuro del turismo sulle nostre montagne elaborate a seguito – e non «in risposta» o «per ribattere» o altro del genere, lo sottolineo subito – dell’intervista al direttore del Consorzio turistico Sondrio e Valmalenco, Roberto Pinna, al quale va il mio più consono rispetto e la stima generale per il lavoro svolto; cliccate sull’immagine qui sotto per leggere l’articolo e ringrazio di cuore la redazione per la considerazione e lo spazio concessomi.

Il dibattito conseguente, che trovate sui profili social della testata valtellinese, è al solito vivace pro e contro il sottoscritto e quanto espresso: va benissimo così, l’importante, come ogni volta rimarco, è che le critiche anche feroci siano sempre costruttive e mirate non tanto contro qualcuno ma a favore di qualcosa, ovvero delle montagne, delle genti che le abitano e del loro buon futuro.

Per il resto – altra cosa che ribadisco ad ogni buona occasione – in montagna si può fare pressoché qualsiasi cosa, basta farla con buon senso e con la consapevolezza di sapere pienamente ciò che si fa, ancor più se la si fa sulle montagne, patrimonio di inestimabile valore e bellezza che è di tutti noi e che per questo ciascuno ha il diritto e il dovere di conoscere, tutelare e averne cura.

La bella stagione lungo la DOL è ancora più bella!

Una nuova bella stagione è ormai alle porte, come sempre la più propizia per mettersi uno zaino con quanto di necessario sulle spalle, calzare gli scarponi e andare per sentieri di montagna a godere dell’insuperabile bellezza del paesaggio naturale in quota – e anche per sfuggire all’afa estiva che, ci si augura, quest’anno non sia così opprimente.

Torna dunque la stagione propizia per percorrere la DOL dei Tre Signori, uno degli itinerari escursionistici più affascinanti delle Alpi lombarde (e non solo), tra i pochi in Europa che partono e arrivano ovvero uniscono due città emblematiche come Bergamo e Morbegno, dunque la pianura iper antropizzata già prossima all’hinterland di Milano e la più importante valle lombarda ai piedi delle alte vette alpine, percorrendo una dorsale montuosa spettacolare e oltre modo ricca di paesaggi naturali, da quelli suburbani della partenza da Bergamo agli angoli prettamente alpini prossimi alla Valtellina, nonché d’una miriade di tesori naturalistici, artistici, storici e variamente culturali. Cinque tappe (per il percorso “classico”) che ne valgono cento e più, insomma, al cui termine lo zaino sarà ormai scarico di provviste ma stracolmo di esperienze, ricordi, visioni, emozioni e di gioia genuina.

Per tutto ciò (e per il tanto altro che la DOL offre), la guida DOL dei Tre Signori è sempre pronta e a vostra disposizione per guidarvi attraverso le meraviglie della dorsale e le sue innumerevoli narrazioni, che ne fanno una montagna affascinante da leggere conoscere e poi, mi auguro, indimenticabile da esplorare e percorrere.

Dunque, eccovi di seguito un brano dell’introduzione che apre la guida: per saperne di più al riguardo cliccate qui. Un piccolo assaggio che spero ingolosisca tanti e faccia loro fremere i piedi, vogliosi di incamminarsi lungo la dorsale, ma anche che riaccenda il ricordo e il desiderio di tornarci a chi l’abbia già percorsa, parzialmente o integralmente.

[© Moma Edizioni – Riproduzione riservata.]

[…] Vista dalla pianura bergamasca o dal Parco dei Colli di Bergamo, appena oltre la celeberrima Città Alta, la DOL si innalza come una scala che sale al cielo e fugge verso le montagne con una cresta elegante da cui è possibile vedere un’ampia parte della cerchia delle Alpi, la grande scacchiera della pianura e gli Appennini perdersi in un’azzurra lontananza verso Sud. A questo vanno aggiunte la bellezza e la varietà del paesaggio, la presenza costante di fauna e flora che accompagnano i camminatori lungo gran parte del percorso, la ricchezza dei segni culturali, artistici e rurali con cui le genti che la abitano ne hanno definito lungo il tempo l’identità peculiare.
La DOL va immaginata come un fiume di pietra e prati che scorre alto sopra le nostre teste, raggiunto da sentieri i quali, come affluenti che fluiscono verso l’alto, salgono da vallate ricche di storia e tradizioni: Val San Martino, Valle Imagna, Valsassina, Val Taleggio, Val Brembana, Valvarrone, Val Gerola e Valtellina. Nella guida al cammino della DOL cercheremo di suggerirvi degli spunti anche per cogliere l’intreccio che c’è stato nel corso del tempo tra uomo e Natura. È questo intreccio secolare e profondo che ha reso questi luoghi come li vediamo oggi e ne ha forgiato il carattere culturale.
Thomas Stearns Eliot scriveva che esiste un “provincialismo del tempo” che fa credere che tutto sia sempre stato così come noi lo vediamo nell’epoca in cui viviamo. Nello scrivere la guida, per sfuggire a questo tipo di “provincialismo”, cercheremo di fare in modo che appaiano evidenti agli occhi del lettore le più significative trasformazioni che la dorsale ha conseguito nel tempo e non solo: avremo addirittura la presunzione di tracciarne un virtuoso sviluppo futuro che sarà possibile solo se il lettore si lascerà coinvolgere nella riscrittura della storia del territorio. Come? Semplicemente percorrendo il cammino con attenzione e cura nei riguardi di tutto e tutti, acquisendo la consapevolezza del suo valore e di quello dei “tesori” che offre, acquistando cibo o altri prodotti nati sulla montagna o nelle vallate che dalla dorsale fluiscono verso la pianura.
Anche da lontano si possono scorgere, sparsi come manciate di perle sui crinali, contrade e borghi abbandonati negli anni Sessanta del secolo scorso, quando gli abitanti vennero incantati dagli scaltri pifferai magici del boom economico. Quasi sempre le strade tracciate per portare benefici alle montagne sono diventate vie di fuga da una vita troppo dura per reggere il confronto con quello che stava succedendo al piano e con gli agi che la vita laggiù sembrava offrire. Oggi, fortunatamente, alcuni di questi borghi stanno cominciando a rinascere sfruttando al meglio le innovazioni tecnologiche e la rivoluzione informatica che ha mostrato la capacità di sovvertire i fenomeni di degrado economico, culturale e sociale del quale le terre alte hanno sofferto per decenni, anche in forza di un turismo del tutto dissociato dal loro contesto storico. Finalmente le statistiche segnalano un lieve incremento legato in molti casi a giovani che mostrano non soltanto di voler ancora sognare, ma che stanno mostrando di saper tradurre il sogno di una vita più legata alla Natura in una realtà quotidiana sostenibile e consapevole.
È un processo di importanza fondamentale, questo, perché l’identità dei luoghi montani, e di un territorio così profondamente vissuto come quello percorso dalla DOL in particolare, vive della vita delle genti che li abitano e non solo facendone una mera residenza ma sapendo intessere una relazione intensa e armoniosa, il cui valore si riflette poi negli abitanti stessi e nel loro essere testimoni consapevoli e preziosi della bellezza dei monti su cui vivono. […]

La beffa nevosa

[Un’immagine di oggi da una delle webcam posizionate all’Alpe Motta, sopra Madesimo, con tanta neve caduta al suolo in poche ore come mai ce n’è stata per tutto l’inverno dove fino a ieri c’erano prati ormai verdi.]
Devo proprio manifestare la mia solidarietà ai gestori dei comprensori sciistici i quali, dopo un altro inverno assai avaro di neve naturale che li ha “costretti” a sparare neve artificiale a gogò, con gran consumo di acqua, energia e conseguente gran dispendio di soldi, si vedono arrivare dal cielo la più cospicua nevicata da parecchi mesi a questa parte in queste ore, a primavera inoltrata, con gli impianti e le piste chiuse e la stagione turistica ormai finita. Se mai potessero esistere divinità preposte al governo del tempo meteorologico, verrebbe da pensare che ce l’abbiano con l’industria dello sci su pista!

Se qualcuno vuole percepire dell’ironia in queste mie considerazioni, sappia che è solo incidentale: la neve naturale è sempre quanto mai benvenuta, soprattutto in questi tempi di inquietante siccità, e lo dovrebbe essere sempre, non solo per evitare il ricorso a quella bruttura assoluta – a mio modo di vedere – che è la neve artificiale. Ne gioirebbero ampiamente in primis gli impiantisti, che vedrebbero allargarsi parecchio i margini della loro attività imprenditoriale (è inutile ricordare quanto costi la produzione di neve artificiale, strategia di adattamento principale ai cambiamenti climatici, per le stazioni sciistiche, ma strumento di dissesto finanziario pressoché inesorabile per i loro bilanci) e ne gioirebbe la montagna in generale, ecologicamente, ambientalmente, culturalmente nonché, senza dubbio, economicamente, per come la neve rappresenti un “tesoro” oltre modo prezioso per la montagna, non solo paesaggisticamente.

Detto ciò, certo fa specie vedere così tanta neve ormai quasi a maggio e così poca in pieno inverno; è accaduto di frequente anche in passato ma dopo stagioni climaticamente regolari, mentre oggi rappresenta evidentemente l’ennesimo segnale di un disequilibrio ambientale in corso, giunto chissà a che punto del suo divenire. Godiamocela, questa benefica neve tardiva, e poi cerchiamo con il nostro agire collettivo di salvaguardare la speranza, ecco.

E se alle montagne servisse l’AMV, “Afflusso Massimo Vitale”?

P.S. – Pre Scriptum: l’articolo che state per leggere ho cominciato a scriverlo a fine gennaio scorso, per poi affinarlo nelle settimane successive. Ora lo pubblico ma mi fa piacere leggere di alcune iniziative che vanno esattamente nella direzione sulla quale qui ho scritto, ma non per chissà quale preveggenza, semmai per naturale buon senso. Di esse ve ne parlerò nei prossimi giorni, intanto vi invito a farmi sapere che pensate di quanto leggerete ora.

Forse già sapete o avrete sentito dire che, nella gestione dei corsi d’acqua e degli ecosistemi relativi, uno dei fattori fondamentali da considerare è il “Deflusso Minimo Vitale” (DMV), cioè «la portata istantanea da determinare in ogni tratto omogeneo del corso d’acqua, che deve garantirne la salvaguardia delle caratteristiche fisiche, di quelle chimico-fisiche delle acque nonché il mantenimento delle biocenosi tipiche delle condizioni naturali locali.»

Ecco, proprio in forza di una definizione del genere e contestualizzandola alla montagna, verso la quale – o, per meglio dire, verso alcune delle sue località più rinomate – sovente si dirigono fiumi di turisti la cui presenza genera situazioni e circostanze non esattamente contestuali ad un territorio montano pur variamente antropizzato, mi viene da pensare che come per i fiumi si considera il suddetto “Deflusso Minimo Vitale”, per certa montagna si dovrebbe considerare un AMV, “Afflusso Massimo Vitale”: «la presenza antropica istantanea da determinare in ogni zona omogenea di un certo territorio montano, che deve garantirne la salvaguardia delle caratteristiche fisiche, ambientali, paesaggistiche, culturali, nonché il mantenimento dell’ambiente identitario generato dalle condizioni naturali e antropiche locali» – per abbozzare una definizione sulla falsariga dell’altra.

Troppo spesso ho la netta e inquieta sensazione che molti progetti di sviluppo turistico (non solo tali, ma soprattutto) concepiti per la montagna basino grandemente i risultati riguardanti frequentazione prevista su fattori di quantità e non di qualità, in base alla elementare equazione «più gente va in montagna = più guadagna chi ci lavora = più successo ha il progetto». Ciò, dunque, senza minimamente considerare, apparentemente, quanta presenza di visitatori occasionali, con tutti gli annessi e connessi relativi, possa sopportare un luogo e il suo territorio senza che quella presenza diventi un danno e una forma di degrado degli stessi. Sono principi, ad esempio, parecchio utilizzati dall’industria dello sci alpino, che punta a ottimizzare i propri tornaconti e a sostenersi finanziariamente proprio sulla massa di sciatori che è in grado di accumulare in un certo comprensorio, l’efficienza dei cui impianti di risalita, guarda caso, viene misurata in primis dalla portata oraria. Col risultato che sì, da un lato per prendere la funivia non ci sono più code, ma dall’altro le piste di discesa presentano un affollamento che nemmeno Piazza Duomo a Milano la domenica pomeriggio. Ma intanto all’uopo si allargano le strade, si costruiscono enormi parcheggi e locali al servizio degli sciatori grandi come centri commerciali, si cementificano spazi naturali eccetera. Tutte cose, inutile dirlo, che non c’entrano nulla né con il paesaggio della montagna, né con il suo ambiente e nemmeno con la cultura, di contro trasformando certe località montane iperturistificate in mere riproduzioni di ambiti metropolitani privi di identità: veri e propri non luoghi montani, insomma.

Senza cadere in passatismi di sorta, peraltro ingiustificati e incoerenti con la realtà contemporanea, viene comunque da pensare a certe pratiche di gestione della montagna d’un tempo, intrise di saggezze secolari e saperi solidamente basati su esperienze condivise. Le vaccate, ad esempio, dette anche erbate, ovvero la quantità di capi monticabili in un certo alpeggio, dato che ne contraddistingueva la funzionalità e il valore nonché il cui rispetto era un elemento vincolante per l’assegnazione e la gestione della relativa malga. Se quell’alpeggio poteva ospitare cinquanta vacche, non se ne potevano monticare cinquantuno. Fine, senza se e senza ma. Una questione di salvaguardia della vitalità dell’alpeggio e al contempo degli animali ospitati, in un equilibrio funzionale e benefico per entrambi. Perché non utilizzare un tale principio ovvero la semplice ma profonda saggezza che vi sottende, ripensata e contestualizzata agli spazi antropizzati sottoposti a frequentazione turistica, dunque a una presenza superiore a quella determinata dagli abitanti stanziali? Perché la qualità (in diverse accezioni del termine) del territorio montano deve essere soggiogata alla quantità di chi dovrebbe frequentarlo, senza che tra i due elementi vi possa essere una correlazione funzionale determinata dalle peculiarità del territorio stesso e dalle possibilità pratiche di accoglienza, cioè da un dato concreto che potrebbe ben definirsi l’AMV, “Afflusso Massimo Vitale” di quel luogo?

So bene che tutto ciò possa apparire fin troppo idealista quando invece, pensateci bene, è un concetto assolutamente naturale e pragmatico; d’altronde, so altrettanto bene che la matrice materialista di certo turismo di massa contemporaneo che punta senza troppi patemi all’overtourism (si veda il caso recente delle Cinque Terre con la conseguente e inevitabile «nemesi», come ha detto bene Maurizio Maggiani) pur di conseguire i tornaconti desiderati si palesa ormai indubitabilmente come una forma di depredazione dei territori di pregio e dunque anche di quelli montani, dei loro paesaggi, della bellezza, dell’identità e della cultura che li caratterizza, dunque la fonte di un inevitabile degrado che altrettanto inesorabilmente porta alla fine dei luoghi, con tutto ciò che ne consegue per la comunità che li vive, probabilmente illusa dai promotori di quel turismo massificato che la gran massa di persone avrebbe significato una pari gran massa di denari guadagnati e di conseguente benessere – esattamente come accadde in centinaia di località montane turistificate dal dopoguerra in poi e oggi fallite sia economicamente che socialmente e ambientalmente. Oggi non può essere più accettabile una sorte del genere, per la montagna, che invece merita di riguadagnare finalmente e totalmente la propria dignità sia nel panorama politico che in quello culturale, salvaguardando la propria identità da un lato e alimentando dall’altro la vitalità socioeconomica locale, per la quale il turismo può ben essere un supporto efficace e benefico ma solo se totalmente sostenibile dal territorio, dunque tanto ambientalmente quanto antropologicamente. Questa, in fin dei conti, è la vera sostenibilità per la montagna, ciò che può garantirle un futuro equilibrato a lungo a favore di chiunque la possa e potrà frequentare, da abitante o da turista ma, in ogni caso, in compiuta armonia con il suo paesaggio.