Dalle placche rocciose fra i massi, su cui stesi nei sacchi piuma attendevamo la notte, contemplavamo il Mont Velan, ricoperto dalla caratteristica e favolosa calotta bianca. A ovest, da dove venivamo, si profilava oltre le creste l’intero gruppo del Bianco, dove erano riconoscibili le singole cime a cui eravamo stati così vicini pochi giorni prima. Rivedere i monti lasciati da poche o molte tappe e scorgere in direzione opposta quelli che desideravo raggiungere faceva nascere in me un sentimento molto incoraggiante, che dipendeva dalla familiarità; era come se il viaggio mi permettesse di stringere o arricchire relazioni con personaggi non umani delle Alpi, dove ciascuno di essi testimoniava qualcosa di universale presente nella natura. Il permanere negli spazi aperti risvegliava un’arcaica propensione a percorrere la Terra per stringere alleanze; uno stimolo addormentato, e irriconoscibile, in chi vive protetto da muri e tetti. Le prime alleanze dell’uomo preistorico non potevano che essere con lo spirito presente negli elementi naturali e io sentivo rinascere in me quella propensione.
Tra le altre cose significative dice una verità ancestrale, Franco Michieli in questo brano: «Il permanere negli spazi aperti risvegliava un’arcaica propensione a percorrere la Terra per stringere alleanze; uno stimolo addormentato, e irriconoscibile, in chi vive protetto da muri e tetti». La stanzialità della razza umana è un “errore” che per ragioni funzionali abbiamo reso “ortodossia”: in realtà restiamo inconsapevoli animali nomadi e, in quanto tali, non possiamo non ricercare continuamente “alleanze” e relazioni con il mondo naturale che abbiamo intorno – anche quando in esso di “naturale” vi sia ormai ben poco. Non fare ciò significa annullare una parte fondamentale di ciò che siamo: qui sta l’errore, quantunque ignorato e incompreso eppure importante per le conseguenze che comporta. Anche se crediamo di essere semidei, assisi sulle nostre solide e inamovibili fondamenta, nel trascurare quella verità e quella pratica ancestrali, così ben evidenziate da Michieli, in effetti ci palesiamo come tra gli animali più ottusi che ci siano, ahinoi.
Dal 27 luglio all’1 agosto 2021 la città di Lecco diventa una delle protagoniste italiane ed europee della riflessione teorico/pratica sulle città del futuro, le 100 Smart Cities, un programma lanciato dalla Commissione Europea a dicembre 2020. 100 Smart Cities prevede un percorso sperimentale che attualmente coinvolge quattro aree di altrettante macroregioni europee: i QTP (Quartieri Terzo Paradiso) di Lecco, appunto, il dipartimento della Seine-Saint-Denis a Parigi, il Mendrisiotto in Canton Ticino e lo Smart Dublin, quartiere sperimentale di Dublino.
Nell’ambito dell’area di Lecco, punti nodali (materiali e immateriali) sono le “Baite Filosofiche” un progetto di “rigenerazione urbana” attraverso il pensiero – o, per meglio dire, il ripensamento – di un’area interna alla città di Lecco, che si articola lungo un orizzonte temporale decennale (2021-2030) nel corso del quale il pensiero filosofico contemporaneo innerverà lo specifico obiettivo di sperimentare modelli di coesione sociale e sviluppo economico sostenibile attraverso la cultura, l’arte e il cibo come fattore di aggregazione e di attrattività. Le “Baite Filosofiche” rappresentano un momento per la messa a terra delle riflessioni sul futuro delle città e dei territori, per la loro connessione su tematiche come quelle delle reti del cibo, delle sperimentazioni sul benessere e la cura, sullo sviluppo economico, del lavoro, dell’educazione che porta le comunità a riconoscere e definire nuovi percorsi di sviluppo.
Inoltre, aggiunto io, mi piace molto che un tale progetto di ripensamento urbano possa avvenire in una città “alpina” come Lecco, legata a multiplo filo con le montagne che la circondano e non solo in forza della lunga e celeberrima storia alpinistica locale. Anzi, a fronte di questa, la relazione della città con i propri monti è sempre stata e continua a essere problematica, sfilacciata, a volte (?!) poco consapevole dell’enorme potenziale culturale, sociale e non di meno economico che offre (offrirebbe) all’intero comprensorio cittadino. Chissà che il festival delle Baite Filosofiche, che peraltro si terrà proprio in alcuni luoghi sopra la città e a ridosso dei monti d’intorno, dunque in ambiente, come si dice, non possa rappresentare l’input per un risveglio e una rivitalizzazione di quella relazione urbano-montana così fondamentale e altrettanto necessaria proprio per lo sviluppo futuro di Lecco e del suo territorio.
Cliccate sull’immagine della locandina del festival, lì sopra, per scaricarla in un formato più grande e per ritrovarvi ogni informazione utile, oppure cliccate qui.
Peccato che quello lì sopra non è il Ponte Vecchio e la città intorno non è Firenze, ecco.
Eh, bisogna proprio ammettere che gli americani sono imbattibili nel creare “non luoghi” assoluti. In fondo li hanno inventati, e gli USA sono il paese al mondo più superficialmente identitario ma sostanzialmente quello meno consapevole in assoluto della propria identità: vuoi perché hanno solo poco più di due secoli di storia nazionale condivisa ma, soprattutto, perché la società americana è stata dotata, più o meno funzionalmente, di una non identità totalmente basata su forme simboliche e (auto)referenziali che dentro non hanno praticamente alcuna sostanza culturale – intendendo la “cultura” nel senso più pieno del termine, antropologicamente e umanisticamente.
Comunque, al di là di tali questioni la cui trattazione mi porterebbe altrove, quel finto Ponte Vecchio si trova in realtà nel mezzo del Deserto del Nevada, a 20 miglia da Las Vegas, in un “non luogo” che più rappresentativo della definizione non potrebbe essere (e che, confesso, non conoscevo): Lake Las Vegas, in pratica un mega resort per benestanti costruito attorno a un lago artificiale, con le cui acque si è creata una vera e propria oasi nel deserto ricolma di ville e hotel di lusso, attrazioni d’ogni sorta, ovviamente casinò, il tutto ad imitazione di una città italiana.
Già, nel bel mezzo del Deserto del Nevada.
[Immagine tratta dalla pagina Facebook di Lake Las Vegas. Cliccateci sopra per visitarla.]Ecco dunque il finto “Ponte Vecchio” ma non solo: le vie hanno nomi italiani, spesso strampalati (date un occhio a Google Maps) e idem i nomi di molti degli hotel e dei complessi residenziali; di contro, di fronte all’imbocco del suddetto “non ponte”, su una altrettanto finta piazza italiana con tanto di ulivi fa bella mostra di sé un ristorante messicano, anche se la chicca del luogo (o forse una delle tante, temo) è questa:
[Immagine tratta da localadventurer.com.]Ma vi immaginate ora quanti “americani medi” verranno in Italia, a Firenze, e pretenderanno di voler fare un’escursione lungo l’Arno a bordo di una gondola? O che andranno a Venezia e penseranno che i veneziani hanno copiato il modello di barca tipica ai fiorentini? O addirittura che resteranno sconvolti nello scoprire che Firenze e Venezia sono la stessa città? 😲
Fantastico, vero?
Be’, questo per (riba)dire quanto sia distorcente e alienante destruttura la relazione naturale tra territorio e paesaggio in forza di una antropizzazione del tutto decontestuale ai luoghi, che poi inevitabilmente genera immaginari falsati dai quali scaturisce un rapporto delle persone con essi privo di cultura, di consapevolezza e, ovviamente, di identità. Il tipico circolo vizioso dei non luoghi, insomma, tanto più banali e alienanti quanto più disgiunti da ciò che hanno intorno: non a caso si inventano per essi quante più identità fittizie possibili le quali tuttavia, non avendo alcuna base culturale a sorreggerle, svaniscono all’occhio di chiunque possieda un minimo di sensibilità e acume, rivelando quello che alla fine lì – a Lake Las Vegas o altrove ma lì fisicamente – c’è e lì resta sempre: il deserto, geografico e culturale. Il quale peraltro una propria identità, un Genius Loci peculiare ce l’ha: a sua volta soffocato e zittito da tutte le banalizzanti artificiosità costruite sopra.
Tuttavia, come denoto spesso nei miei articoli, molti casi simili, magari meno evidenti ma spesso ugualmente alienanti, li ritroviamo un po’ ovunque e, purtroppo, tra i territori più emblematici al riguardo, ci sono le nostre Alpi, sulle quali, ad esempio, buona parte del costruito a uso turistico è decontestuale, fittizio, di ispirazione meramente cittadina e quasi mai relazionale ai luoghi, alla loro storia, alle culture e alle tradizioni lì presenti e per il luogo identificanti. Quantificare i danni sociali, culturali e antropologici che tali antropizzazioni poco o nulla mediate (e meditate) hanno creato alle montagne e alle rispettive comunità residenti è impossibile e, io credo, solo in minimissima parte compensato da ricadute economiche benefiche per le comunità stesse, peraltro ormai parte di un passato completamente svanito che anzi ora torna a rivalersi sotto forma di debiti, crack finanziari e bancarotte – e di un paesaggio antropico a volte inesorabilmente guastato.
Siamo dunque pronti, per dire, a un lussuoso resort olimpico a forma di Duomo di Milano a Cortina, sotto le Tofane, atto a ospitare turisti dell’altra parte del mondo che così si convinceranno che a Milano si scia? Secondo me qualche immobiliarista particolarmente scaltro, in presenza di “condizioni favorevoli” (è sufficiente qualche mazzetta, nel caso), un’occasione così non se la farebbe sfuggire, già.
[La Cima Sosto domina il villaggio di Olivone in Valle di Blenio, Canton Ticino, Svizzera. Foto di Markus Bernet, opera propria, CC BY-SA 2.5, fonte: commons.wikimedia.org.]Di toponomastica me ne occupo spesso e ne ho scritto più volte – qui potete trovare una “rassegna stampa” degli articoli al riguardo – perché la ritengo un elemento di imprescindibile importanza nella relazione tra noi tutti e il mondo che viviamo. Anzi, per meglio dire: se i segni antropici sul terreno (dal labile sentiero fino ai più grandi manufatti) sono la referenza materiale fondamentale che segnala la nostra presenza nello spazio vissuto, i nomi che diamo ai luoghi, ovvero a quei punti del territorio che, attraverso l’antropizzazione, identifichiamo identificandoci in essi, sono la referenza immateriale e, per molti versi, anche più importante della prima. Perché, come ha ben scritto Paolo Rumiz ne La leggenda dei monti naviganti, «Finché ci saranno i nomi ci saranno i luoghi»: è il toponimo, infatti, che innanzi tutto identifica e rende vivo (cioè vissuto) uno spazio, consentendo di relazionarci ad esso; senza il toponimo, e pur in presenza di segni antropici anche importanti che peraltro col tempo tenderanno inesorabilmente a scomparire, il luogo non è più compiutamente tale: diventa un mero documento geografico, reminiscenza di una geografia umana che, senza più referenza toponomastica, smarrisce la propria identità e svanisce nel tempo.
Grazie al sempre interessante e ricco di spunti “GognaBlog”, ho trovato un significativo articolo di Ruggero Crivelli, geografo e docente presso il Dipartimento di Geografia e Ambiente dell’Università di Ginevra, sul tema del retaggio toponomastico e della relativa memoria, pubblicato nel 2013 sulla versione on line del “Journal of Alpine Research | Revue de géographie alpine”, che si focalizza sul caso emblematico della Cima Sosto, in Canton Ticino (Svizzera), una montagna letteralmente tappezzata di toponimi d’uso prettamente locale ma profondamente significativi circa il rapporto storico con essa degli abitanti del luogo.
Vi propongo l’articolo di seguito. Buona lettura!
Nel 2008, Mauro Corona pubblica un libro il cui titolo è I fantasmi di pietra. In questo suo libro, l’autore racconta storie di vita del suo villaggio, Erto, nella regione del Vajont, distrutto dall’alluvione del 1963 e praticamente abbandonato da allora. Con il pretesto di una visita sui luoghi della sua infanzia, di cui non restano che le rovine delle case e delle piazze, lo scrittore si sofferma in questo o in quel luogo e racconta: racconta spezzoni di una vita passata i cui protagonisti sono gente ordinaria della montagna. Incrocia i resti di pietra, dove la traccia delle intemperie si mescola con la vegetazione spontanea che a volte racchiude queste case e a volte le penetra dall’interno. Queste pietre sono i fantasmi di un passato che vive nella sua memoria: quello della sua adolescenza e della sua gioventù. A ogni angolo di strada, i fantasmi prendono la forma di un ricordo preciso: avventure dell’adolescente che scopre i primi stimoli del testosterone, avventure del giovane bracconiere e della sua banda di compagni, ecc. Queste pietre sono ciò che resta di uno spazio umanizzato! Sulla fotografia riprodotta, non vi sono pietre di fantasmi da estrarre dal passato ma nomi che assumono una funzione equivalente.
Nominare è, senza dubbio, uno dei primi atti che un gruppo umano realizza identificando gli oggetti e i luoghi di cui si serve. La strutturazione delle pratiche spaziali si appoggia sulla coerenza esistente – e fin che esiste – tra il nome e gli oggetti. I toponimi, qui, sono i resti di ciò che costituiva una territorialità. Tuttavia, si tratta di resti fragili, perché il loro supporto non è la pietra, ma la memoria collettiva o individuale. Nel nostro esempio, questa fragilità della memoria territoriale è particolarmente visibile quando si confronta il luogo fotografato con la carta topografica. Questa, anche considerando una superficie più larga di quella che si potrebbe delimitare dall’immagine, indica solo due misure d’altitudine e il nome della montagna (Sosto), al quale si può ancora aggiungere due o tre altri nomi – in lingua veicolare, l’italiano – che suggeriscono una caratteristica generica del terreno (Boschetto; Parete di Pino, ecc.). Nel cartello fotografato, la medesima montagna è invece ricoperta da una trentina di nomi sulla parete propriamente detta e da più di una cinquantina in tutto: è l’espressione della pratica spaziale di una comunità per la quale anche il più piccolo filo d’erba era vitale, soprattutto per la sua componente sociale più povera. In queste comunità montane non si esitava a salire sui luoghi più impervi e pericolosi per tagliare e raccogliere il fieno, non raramente a rischio della propria vita, come testimoniano i numerosi ex-voto che possiamo ancora vedere in chiese locali. Questa fotografia è dunque interessante nella misura in cui ci informa sull’uso dello spazio da parte di una società (agraria, montana e tradizionale, nel nostro caso): un vero e proprio uso capillare di uno spazio vitale. È pure interessante nella misura in cui ci informa sull’atto di denominazione: un atto essenzialmente funzionale e pratico (non vi è nessuna misura astratta, come quella metrica alla quale siamo oggi abituati). Non conosco il significato di tutte le parole, perché qui abbiamo a che fare con una toponimia vernacolare, ma riconosco alcuni termini dialettali che sono anche i miei: il nome del luogo riflette la propria natura, come Ra Buza, che rimanda ad uno scoscendimento; dul castellche rimanda ad un castello (e in quel posto vi era, nel Medio Evo, una torre appartenente ad un signore di un’altra valle), o ancora, termini come Pareit e Sott Pareit, dove il termine Sott indica la posizione (sotto), ecc. In altre parole, il nome informa su una società nella quale la conoscenza è strettamente legata alla pratica. Si sa perché si fa: chi non è del luogo (del gruppo!) non ne conosce il nome perché non lo frequenta.
Tutta questa toponimia non esiste più oggi perché i gesti che la sottendevano non esistono più. Questi nomi sono fantasmi che informano sull’uso del territorio e questo cartello ha tanto più valore in quanto qualcuno ha voluto ricordarsi della ricchezza umana di questo frammento di spazio. Far parlare la toponimia vernacolare, oggi, significa resistere alla morale dominante che, «ridando» alla natura certi spazi montani, cancella la storia delle loro popolazioni. È cancellandola, essa maschera che ogni spazio naturale è uno spazio umanizzato. L’importanza dei resti (materiali o immateriali) della memoria territoriale risiede nel fatto che potrebbe essere un terreno d’incontro tra il geografo, il turista e l’abitante in un processo di rispetto delle culture.
Bibliografia
Corona, Mauro, I fantasmi di pietra, Milano, Mondadori, 2008.
Lowehthal, David, Passage du temps sur le paysage, Gollion (CH), Infolio, 2008.
Roubault, Marcel, Peut-on prévoir les catastrophes naturelles?, Presses Universitaires de France, 1970.
Turco, Angelo, Verso una teoria geografica della complessità, Milano, Unicopli, 1988.
[Referenza originale dell’articolo: “Ruggero Crivelli, «Toponimia: una preziosa eredità», Journal of Alpine Research | Revue de géographie alpine (En ligne), Lieux-dits, mis en ligne le 04 février 2013, consulté le 22 juin 2021. URL: http://journals.openedition.org/rga/1876“].
[Innsbruck, Austria. Foto di Marco Carli da Pixabay.]Il rapporto tra montagne e città è da sempre tanto importante ed emblematico quanto distorto e controverso. Le città si sono potute sviluppare grazie a ciò che le montagne offrivano loro – banalmente: l’acqua dei fiumi, il legno dei boschi e le pietre per costruire, eccetera – e ci fu un tempo nel quale le società alpine erano più avanzate di quelle cittadine. Poi sono arrivate la geopolitica cartesiana che ha trasformato i monti in confini mentre prima erano spazio di relazioni incessanti, l’industrializzazione che ha drenato risorse naturali e umane, il turismo di massa con il suo immaginario totalmente generato in città e avulso dal contesto culturale montano, sul quale poi si è spesso conformata una politica locale troppo miope e smemorata rispetto alla storia dei propri territori, e quel rapporto tra montagne e città è diventato una antinomia, la quale ha generato grandi problemi socio-economici, ecologici e psico-sociali: monoeconomie dipendenti dal turismo, perdita di attività, competenze e saperi peculiari e identitari, fenomeni di alienazione, creazione di “non luoghi” in territori che sono luoghi nel senso più pieno e virtuoso del termine, formulazione di paesaggi incoerenti e decontestuali rispetto ai territori di riferimento.
È una realtà storica che deve essere assolutamente ribaltata, per il bene di entrambi gli elementi. Montagne e città devono rigenerare una relazione vicendevole profondamente virtuosa per come può e deve essere cancellando una volta per tutte quell’antinomia citata, protratta fino ad oggi e purtroppo ancora mantenuta da certe politiche di gestione territoriale tanto obsolete e superate quanto ormai generalmente e palesemente nocive (l’industria dello sci su pista, ad esempio) e invece ritrovando l’equo rapporto di scambio culturale, sociale, economico, politico (nell’accezione nobile del termine), ecologico, antropologico che è uno dei cardini fondamentali dello sviluppo dei territori su vasta scala, dunque ben oltre il mero ambito locale urbano e di pianura o in quota.
In questi giorni esce un libro assolutamente interessante al riguardo, la cui autrice è tra le figure che da tempo e con grande concretezza si occupa di questo tema: Federica Corrado, professore associato al Politecnico di Torino, past-presidente di Cipra Italia e membro del consiglio direttivo dell’Associazione Dislivelli, e il volume è Urbano montano. Verso nuove configurazioni e progetti di territorio, pubblicato da Franco Angeli.
Così si può leggere nella presentazione del volume:
Negli ultimi anni si è assistito a un intenso dibattito sulla montagna, che ha ormai introiettato rovesciamenti di sguardi tradizionali e ha messo in crisi stereotipi obsoleti, restituendo di fondo una contro-narrazione polarizzante però intorno a temi e situazioni specifiche. Di fatto la montagna, o meglio le montagne, sono oggi, in molti casi, dentro sistemi di relazioni che richiedono una multi-lettura di questa complessità. Complessità che in molti contesti ridefinisce i luoghi della montagna come risultato della co-esistenza di un urbano e un montano che non rappresentano più mondi separati ma intreccio di modi di abitare e produrre. Questo volume intende quindi mettere un ulteriore tassello nella interpretazione contemporanea dei territori del nostro Paese, riannodando i fili tra città e montagna, mettendo a fuoco quel sistema di nodi e filamenti urbani lungo i quali si è diffusa non tanto e non solo una urbanizzazione più o meno continua ma soprattutto forme di nuova urbanità. Forme urbane inedite che non mettono in contrapposizione la cultura urbana con quella montana ma al contrario sperimentano, ibridano e producono nuove dimensioni territoriali, coagulandosi intorno alle città piccole e medie delle Alpi e degli Appennini. Il volume contiene dunque diverse riflessioni in questa direzione che forniscono anzitutto uno sguardo plurale sul tema, a partire dalle posizioni teoriche assunte sino alla geografia dei casi a cui viene fatto riferimento. Una riflessione che attraversa il nostro Paese, dalle Alpi agli Appennini, con gli scritti di molti studiosi, provando a fornire ragionamenti, suggestioni, progetti che guardano con concretezza al potenziale di questa alchimia urbano-montana.
Un testo senza dubbio di grande interesse e importanza, che credo possa risultare intrigante per un’ampia schiera di pubblico, dal ricercatore professionista che lavora sui temi del territorio e del paesaggio fino al semplice ma sensibile appassionato di montagne. E che leggerò quanto prima, sicuramente.