

Conoscere lo spazio in cui si vive è l’unico potente antidoto contro chi vuol manipolare il paesaggio. Attraversiamo estese “gande” glaciali millenarie e attacchiamo il versante meridionale del Monte dell’Amianto, non lontano dal più noto Pizzo Cassandra. Il canale d’accesso è ripido, ricoperto di rocce rotte. Sembra impossibile, ma i cavatori e tornitori di pietra ollare (cloritoscisto) secoli fa salivano sino ai luoghi più inaccessibili, tra pareti a strapiombo, per ricercare la pietra migliore. A 2500m metri raggiungiamo il grande macigno in equilibrio detto “l’aquilone”. Attorno, seminascoste da piccole frane, si aprono le cavità scavate dal sudore di uomini tenaci, con diverse scritte ed epigrafi, la più antica riporta la data 1560 […]
A parte che alle uscite curate e guidate da Michele Comi ci sarebbe da andare anche solo per quanto siano belle e originali le “locandine” che crea per presentarle… ma, motivi grafico-estetici pur importanti a parte, Michele di stimoli a dir poco affascinanti e intriganti per le sue uscite ne sa sempre trovare innumerevoli, prova di come il suo essere “guida alpina” sia da intendersi nel senso più compiuto del termine e, parimenti, le sue uscite un’esperienza pienamente e autenticamente alpina.
Cliccate sull’immagine per saperne di più sull’uscita in questione oppure qui per approfondirne i suddetti affascinanti stimoli (la citazione sopra riportata viene da lì).

Mi ha subito ricordato un altro progetto montano che, pur con forme e soluzioni differenti rispetto a quello svedese, rimanda sostanzialmente agli identici concetti di base: il prototipo residenziale che Enrico Scaramellini – valentissimo “architetto alpino” del quale ho già parlato in altri post – ha ideato per essere inserito nel paesaggio di Valtournenche, in Valle d’Aosta. Una dimora minimale ma niente affatto “minima”, se non nelle dimensioni, nel cui interno l’avvolgente spazio aperto definisce un luogo di vita essenziale articolato in una zona giorno e in un mezzanino interamente rivestiti in legno, mentre il design esterno rimanda alla tradizione architettonica locale e alpina in generale e al contempo ricerca espressamente una rimarchevole contestualità con il paesaggio del luogo, consentendo da subito di pensare al progetto come a un modulo facilmente moltiplicabile mantenendo le doti di compatibilità ambientale, proprio come il progetto svedese. Cliccate sull’immagine qui sotto per saperne di più.

Be’, come non è più il caso di perpetrare certe strategie turistiche ormai fallimentari, certe gestioni politico-amministrative altrettanto nocive, certe visioni di sfruttamento delle montagne che mirano soltanto a patrimonializzare le sue risorse, ovvero a depredarle, nonché altri simili paradigmi concepiti in un mondo e in un tempo ormai del tutto superati, è ugualmente ora di tornare a costruire sui monti in relazione armonica con gli stessi, con la dovuta e ineluttabile consapevolezza delle culture storiche locali e delle potenzialità future coerenti con i luoghi, le geografie fisiche e umane, le risorse ambientali, l’ecologia e l’economia del luogo (termini ben più affini di quanto si creda, come palesa il prefisso) e con un rinnovato e rivitalizzato concetto di Heimat – se posso usare tale idea – in quanto “luogo dove stare bene”, da residenti tanto quanto da visitatori. Sono cose che già si fanno, in diverse località montane e con risultati sovente notevolissimi (già le sole immagini qui pubblicate lo dimostrano), ma non ancora a sufficienza. O, se preferite vedere la cosa dal punto di vista opposto, ancora troppo spesso si vedono nuove realizzazioni assolutamente discutibili e francamente illogiche, oggi. Un paradigma superato e non più sostenibile, né materialmente e né concettualmente, oltrepassato il quale facilmente possiamo/potremo tornare a godere sensazioni ben più armoniose nella visione e nell’elaborazione del paesaggio montano: sensazioni che d’altro canto sono e saranno a loro modo la manifestazione individuale di un futuro condiviso altrettanto armonioso per i territori di montagna.
Al solito, non è una mera questione di forme e volumi, di usare più o meno legno ovvero più o meno cemento oppure altri di simile, ma di buon senso, cioè non di cosa si fa ma di come lo si fa. Un “principio del fare” semplicissimo e naturale, in montagna ancor più, che è stato trascurato e ignorato per troppo tempo e che è finalmente l’ora di ripristinare in modo ineludibile.

Una di tali zone prodigiose, che ammetto di conoscere poco e che vorrei esplorare meglio, appena possibile, è il Gantrisch, in Svizzera, un territorio montano di carattere prealpino (che prende il nome dalla sua vetta più elevata) designato nel 2012 “Parco Naturale Regionale”, posto tra le città di Friburgo, Thun e Berna la cui periferia meridionale è già posta sul limite del parco. È un luogo veramente sorprendente per come, mantenendo in vista i tetti delle grandi città citate e del loro hinterland urbanizzato, sappia donare una sensazione di naturalità profonda e viva nonché di distacco intenso dal mondo antropizzato, al contempo mostrando chiaramente l’impronta storicizzata della presenza umana sul territorio che tuttavia rivela una relazione con il luogo di rara armonia. E il Gantrisch sorprendente lo è, anche, perché in base ai modelli turistici classici e alquanto opinabili così diffusi sulle Alpi che renderebbero le sue montagne assai sfruttabili in tal senso, lo sono invece quasi per nulla (ci sono solo due piccoli impianti di risalita per sciare d’inverno, per dire), conservando dunque un aspetto che, nel suo equilibrio tra Natura e presenza umana, risulta oltre modo affascinante, quasi poetico oltre che paesaggisticamente (ovvero esteticamente, anche) spettacolare.
Se cliccate sull’immagine in testa al post ne potrete sapere di più, sul “prodigio” del Gantrisch e sul suo Parco Naturale; io poi, ribadisco, prima o poi ci andrò e, nel caso, vi racconterò, ecco.
N.B.: le immagini sono tratte da www.myswitzerland.com.
Ormai sono due anni e mezzo che Loki, il mio segretario personale a forma di cane, collabora con lo scrivente e ne condivide il domicilio (ad eccezione del divano del soggiorno il quale, probabilmente in base a un diritto di usucapione inopinatamente assai rapido, è diventato di suo utilizzo esclusivo) e qualche tempo fa, qui sul blog, raccontavo del personale e vividissimo sospetto che gli “animali” come lui capiscano molto di più di quanto noi umani crediamo, pensiamo ovvero supponiamo che essi capiscano – in generale e proprio sugli umani in particolar modo. Ecco, passa il tempo e quel sospetto non solo si tramuta sempre più in una persuasione che viaggia rapida verso lo status di “certezza”, ma pure che tale evidenza sia ben più ampia di quanto ci venga da ipotizzare.
Mi spiego meglio: a stare con Loki, mi rendo sempre più conto che pensare agli “animali” come lui (domestici o meno, non è questa una distinzione valida, qui) come a “creature intelligenti” ma rapportando la loro intelligenza alla nostra, nel modo in cui viene spontaneo fare ma forse anche troppo, è sbagliato, anzi, per meglio dire, è fuorviante. L’intelligenza degli animali è diversa dalla nostra e, in questo senso, potrebbe anche essere maggiore di quella umana (e a volte è assimilabile, ovviamente), solo che forse lavora su meccanismi intellettivi differenti ed è correlata a capacità fisiche altrettanto differenti. Noi umani abbiamo sviluppato nei millenni gli arti prensili e questi, con l’intelligenza a nostra disposizione, ci hanno portato ad esempio a costruire razzi capaci di viaggiare nello spazio, tuttavia siamo noi stessi a stabilire che ciò sia qualcosa che dimostra quanto siamo intelligenti (che invece ci arroghi il diritto di autoproclamarci “razza dominante” sul pianeta è cosa molto meno giustificabile di quanto crediamo, per come la penso io). Ok, è ammissibile e comprensibile ma lo è in base al nostro punto di vista; generalmente non ci viene di considerare che un’intelligenza non umana possa essersi sviluppata in modi diversi, appunto, che poi si manifestano in opere materialmente differenti o magari del tutto immateriali. E se invece fosse veramente così? Se altre creature viventi fossero diversamente (più) intelligenti di noi? Come potremmo capirlo? O, meglio: saremmo in grado di capirlo?
Tutto ciò per dire che a stare con Loki, dicevo, col tempo mi rendo conto di come la sua intelligenza sia qualcosa a sé, cioè qualcosa le cui manifestazioni io possa a volte considerare “intelligenti” e altre volte lo stesso ma in modo meno percepibile e comprensibile se non proprio imperscrutabile, dunque che il “valore” – per così dire – della sua intelligenza sia anche maggiore di quanto io possa credere e sperare e immaginare. Così come mi rendo conto che Loki possiede delle doti che noi umani forse un tempo avevamo ma ora abbiamo sicuramente smarrito – il senso dell’orientamento, ad esempio – oppure una memoria che a volte ha dell’incredibile, senza contare la sensibilità che gli animali hanno nel percepire gli stati d’animo umani, che a volte – altra cosa constatata con Loki – diventa qualcosa che mi viene da definire “preveggenza”, ben sapendo che potrebbe soltanto essere il frutto di una casualità la quale tuttavia, quando i casi diventano numerosi, si fa statisticamente sempre meno probabile. Infine, last but not least, altrettanto percepibile in tutta la sua diversità rispetto agli uomini diventa l’essenza della presenza vicino a sé di un animale come Loki, la differente relazione che si viene a instaurare con esso e che, pure qui, tendiamo a paragonare a quella tra umani commettendo di nuovo un errore – sarebbe forse più assimilabile a quella che si potrebbe ipotizzare tra umani e alieni, se posso fantasticare.
Di sicuro, più passa il tempo e più mi convinco che Loki – ma, nuovamente, cito lui per riferirmi a tutti gli animali con cui possiamo intrattenere rapporti più o meno domestici – sia una creatura ben più intelligente di quanto possa credere e ciò anche, ribadisco, dal momento che non penso di essere in grado di cogliere e comprendere tutta la sua intelligenza e le relative manifestazioni. Ugualmente, sono convinto che, a raccontarvi ciò, ho scoperto l’acqua calda e riferito cose risapute da tanto e da tanti. Tuttavia, la cosa singolare di queste esperienze così apparentemente note e banali è che bisogna necessariamente viverle per poterle realmente comprendere ovvero, come ho detto, per capire che è praticamente impossibile comprenderle del tutto, anzi, che la constatazione di quanto siano in buona parte inconcepibili e sfuggenti è ciò che le rende tanto importanti e necessarie.
Ad eccezione del divano del soggiorno di casa, ribadisco: in tal caso, ciò che pensa Loki al riguardo l’ho appurato e capito pienamente già da un po’.