La “social-solitudine” dei giovani d’oggi

[Foto di Matthew Henry da Unsplash.]
In questi giorni stanno circolando sugli organi d’informazione i risultati di un’indagine curata dall’Osservatorio indifesa dell’associazione “Terre des Hommes” e del gruppo “OneDay” sui giovani (la potete leggere cliccando sull’immagine qui sopra), dai quali si evince che ben l’88% di essi ritiene di soffrire di solitudine.

Ora, pure al netto delle possibili risposte magari fornite con eccessiva superficialità e prive di un’autentica giustificazione, è parecchio inquietante constatare come, nell’era dei social network – così appunto si sono chiamati, “reti sociali” – la generazione che più è connessa e più si connette (dovrebbe connettersi) tra coetanei, in un’età nella quale la socialità è naturale e vitale, si dichiara la più sola. Ciò fa tornare a galla ormai annose disquisizioni sul ruolo, l’influenza e il valore dei social network e le relative considerazioni non esattamente positive al riguardo, ma per molti aspetti mette in discussione l’intero aspetto sociale dell’era e nell’era contemporanea, una questione troppo spesso sottovalutata, trattata in modi piuttosto superficiali quando non trascurata totalmente. Sul tema ci ho riflettuto più volte anch’io, qui sul blog, ad esempio in questo articolo di quattro anni fa nel quale cercavo di capire chi debba essere realmente considerato un “essere sociale”, oggi, e mi pare che quelle riflessioni risultino valide anche ove messe in relazione con i risultati della recente indagine prima citata.

Così, forse fin troppo retoricamente, forse no, mi viene da pensare che ci si può sentire molto meno soli a vagare in solitudine nell’ambiente naturale, lontani da tutto, che a stare nel bel mezzo della società restando continuamente connessi a un ambiente virtuale. E che forse, come ho scritto altre volte, vivere certe condizioni di temporanea solitudine rappresenta la maniera migliore per comprendere, apprezzare e vivere appieno la socialità. Una pratica che non mi sembra così esercitata, al giorno d’oggi: e chissà che quella paura di restare soli di così tanti giovani di oggi non debba essere interpretata proprio come una richiesta di apprendere da qualcuno o qualcosa come vivere meglio la solitudine, ad averne meno timore, a ritrovare una dimensione sociale e di socialità molto meno virtuale e più materiale, più reale, anche grazie alla realtà e alla materialità, ovvero alla concretezza, del mondo che si ha intorno. Qualcosa che di sicuro potrebbe essere ritrovato proprio in una maggior “connessione”, sì, ma con la Natura, ecco. E d’altro canto, potrebbe pure accadere che tale connessione naturale equilibri e riduca la connessione con il mondo virtuale dei social network e di certo web del cui abuso tante voci di denuncia e di allarme si levano, chissà.

Vedo ma non ci credo

P.S. – Pre Scriptum: ecco un altro di quegli articoli scritti tempo fa – quattro anni per la precisione, gennaio 2018 ovvero quando il Covid non esisteva  – che se riletti oggi e meditati rispetto al mondo odierno e alla sua realtà, non perdono nulla del loro valore. Il che è sempre un brutto segnale: significa che il tempo passa ben più di quanto stiano passando certe mancanze umane. Anzi: essendo il tempo un concetto relativo semmai legato al moto, e non essendoci qui moto ma al contrario immobilità se non arretramento, è come se restassimo sempre più bloccati in un passato che ci ingloba e impedisce di andare verso il futuro. Il quale intanto scappa, e chissà quando lo si riprenderà.

Fino a qualche tempo fa, quando ci si trovava di fronte a qualcosa di dubbio oppure non lo si aveva davanti e dunque c’era la necessità di una relativa constatazione diretta, valeva la celebre “regola pseudo-evangelica” del “se non vedo non ci credo”.

Oggi, a quanto pare, l’analfabetismo funzionale pandemico sta sempre più imponendo una nuova “non regola”: non vedo ma ci credo. Alla quale l’unione di un’altra “regola” questa volta di genesi biblica, “vox populi, vox dei” (che oggi potrebbe essere drammaticamente aggiornata in “vox social, vox dei”), finisce per generare danni culturali (e dunque inevitabilmente sociali) spaventosi.

Vediamo invece di rendere valido un ulteriore e ben diverso “precetto”: vedo ma non ci credo. Ovvero, giammai l’invito a un relativismo rigido e radicale ma a verificare sempre e nel modo più articolato possibile una realtà prima di poterla ritenere una “verità”. Vedo ma ci crederò, insomma – dopo aver appurato ciò che mi è stato detto e/o spacciato per cosa certa.

È questione di qualche attimo, con le infinite possibilità informative e culturali disponibili grazie al web. Sì, appunto: mica ci sono solo i social – così come non c’è solo la TV – e mica vale più come un tempo il citato “vox populi, vox dei”. Perché se il popolo per sua ampia parte non capisce ciò che dice, state pur tranquilli che non ci sarà onniscienza divina che tenga. Anzi, l’esatto opposto, purtroppo per noi tutti.

(Immagine trovata sul web con testo in inglese, semplicemente tradotta.)

Essere un po’ orsi

Ora, comunque, ditemi ciò che volete e guardatemi storto, se lo ritenete il caso, ma non potete negare che essere un po’ “orsi” – come effettivamente sono io, lo ammetto, nonostante la mia vena sociale a volte fervida e niente affatto repressa – è uno dei migliori metodi di autodifesa nel corso di una pandemia come questa. Si tornerà quanto prima possibile, mi auguro, a produrre tutti insieme socialità, assembramenti e baldorie, ma nel frattempo bersi una birra in distanziata solitudine non è ‘sta gran tragedia, alla fine.

N.B.: che poi sulla “solitudine” ci ho già disquisito in modo articolato, qui sul blog. Date un occhio a questo post, ad esempio.

L’irrefrenabile pandemia delle parole

P.S. (Pre Scriptum): scrivevo il post sottostante più di nove mesi fa, a marzo 2021, e mi pare che ancora oggi, forse anche più di allora, sia assolutamente, drammaticamente valido. E non mi sembra che siano in vista sviluppi positivi al riguardo: troppi sulla pandemia di parole inutili intorno al Covid ci stanno marciando – e magari pure guadagnando – alla grande. D’altro canto, da che mondo è mondo per le malattie prima o poi la cura la si trova, per certi cinismi e cert’altre meschinità è ben più difficile, purtroppo.

Comunque, se fin dall’inizio della pandemia la scienza si è impegnata nell’indagare la correlazione tra inquinamento atmosferico e diffusione del Covid-19, trovando significativi riscontri oggetto di un articolato dibattito scientifico (qui trovate una buona cronaca al riguardo), io credo che sarebbe finalmente il caso di indagare anche la correlazione tra propagazione del Coronavirus e sproloquiare mediatico, già. Dacché una cosa che io ritengo pressoché inconfutabile, generata dalla pandemia in corso, è stata l’aumento spropositato di parole a vanvera da parte di chiunque (o quasi) si sia ritrovato a parlare ad un media pubblico, le quali hanno generato un tale caos comunicativo e informativo da – io credo – aver influito inesorabilmente sulla situazione dei contagi rilevata in questi mesi.

Solo che io, be’, non sono virologo, epidemiologo, medico, scienziato o che altro, dunque mi verrebbe da invocare, alla comunità scientifica, la suddetta ricerca obiettiva e razionale al fine di comprendere meglio la questione. Una ricerca necessaria proprio in forza dell’irrazionalità della comunicazione che abbiamo subìto in questo ultimo anno, ecco.

Detto ciò, temo poi che anche stavolta da una tale ricerca e dalle sue potenziali evidenze non sapremo imparare nulla di buono e utile per il futuro: ma qui si tratta di un altro tipo di “pandemia”, di natura mentale, ormai congenita nell’uomo contemporaneo. Purtroppo.

Una buona giustificazione per il Natale, forse

E’ sommamente straziante nelle feste natalizie questo ridurre il tutto a dimensione di favola infantile, professata tuttavia come vera.

[Giorgio ManganelliIl presepio, Adelphi Edizioni, 1992.]

In effetti, quando si dà contro a certi contemporanei che credono a qualsiasi cosa gli venga professata come vera, sia pure la balla più colossale – ma è sufficiente che più di tre la condividano sui social o che qualche personaggio di presunta fama la sostenga in qualche talk show televisivo, spalleggiato dal giornalista ruffiano di turno, per farla diventare verità assoluta – ci sarebbe da conteggiare tra quelle pure il Natale con tutto il suo pseudo-teologico e così suggestivo favoleggiare e chiunque vi creda superficialmente. Tuttavia, rispettabilissimo che sia nella sua accezione originaria (d’altronde ognuno è libero di credere a qualsivoglia “verità” possibile o impossibile finché non pretende di imporla ad altri, e ciò soprattutto quand’essa sia a dir poco improbabile – lo scrivo con riferimento generale, non particolare riguardo il caso in questione, ma certamente pensando a quei certi contemporanei sopra citati), bisogna osservare che il Natale si palesa come un’occasione notevole di analisi psicosociale della società che lo festeggia e si adegua ai suoi riti, in modo pressoché inconsapevole (e probabilmente inevitabile, visto l’infantilismo di parole e d’atti che manifesta tanta parte di essa.)

Giorgio Manganelli quest’analisi l’ha compiuta probabilmente meglio di chiunque altro, seppur egli stesso tenne il suo mirabile testo sul Natale pressoché segreto, sapendo bene, forse, come il tema sia delicato per un’opinione pubblica fin troppo suscettibile dacché culturalmente impreparata al riguardo ovvero soggiogata a certi immaginari; di contro, nel suo libro dal quale traggo la citazione sopra pubblicata si può trovare quella che a me pare la più logica giustificazione della festa del Natale, del tutto priva dell’immaginario religioso (com’è ovvio e logico, d’altro canto) e che semmai affonda le proprie radici sociologiche nell’inguaribile necessità di sentirsi parte del mondo che ognuno di noi formula nell’intimo, soprattutto in un periodo di così apparente felicità diffusa risolta in rito festivo collettivo sostanzialmente imposto e forzatamente condiviso (nel bene e nel male) che, come tutte le felicità così palesemente e collettivamente manifestate, nascondono un’angoscia profonda, anch’essa radicata nell’intimo delle persone. Per questo, come si può leggere nel risvolto del libro, il Natale «secerne da sé uno spettacolo, ha personaggi, un paesaggio, luminarie, talora musiche» e dunque «è lecito affermare, è, diciamo, buona critica affermare che il Natale non è tanto la festa del bambino, o che altro sia, ma una rappresentazione nella quale tutti i personaggi hanno uguale necessità, dal maggiordomo all’imperatore». Necessità di esserci, ovvero bisogno di non essere escluso. Il che sarebbe poi anche una cosa bella del Natale, in fondo. Se fosse compresa dai più, certo.