Se siete di Torino, o ci passate, e vi viene voglia di andare a Tallinn – sì, la capitale dell’Estonia – avete tre opzioni: o un viaggio aereo di qualche ora con uno o due scali, o più di 2.500 km di guida automobilistica attraverso l’intera Europa, oppure potete “portarvi avanti” e, da oggi giovedì 14 ottobre e fino a lunedì 18, visitare lo stand di Historica Edizioni al Salone del Libro di Torino che ospita il mio Tellin’ Tallinn. Storia di un colpo di fulmine urbano e magari acquistarlo. Perché è un libro che vi farà “viaggiare” fino a Tallinn e poi molto oltre, fino a dove, forse, comincia ogni vero viaggio. Ecco.
Cliccate sull’immagine qui sotto per saperne di più, sul libro.
Conoscere lo spazio in cui si vive è l’unico potente antidoto contro chi vuol manipolare il paesaggio. Attraversiamo estese “gande” glaciali millenarie e attacchiamo il versante meridionale del Monte dell’Amianto, non lontano dal più noto Pizzo Cassandra. Il canale d’accesso è ripido, ricoperto di rocce rotte. Sembra impossibile, ma i cavatori e tornitori di pietra ollare (cloritoscisto) secoli fa salivano sino ai luoghi più inaccessibili, tra pareti a strapiombo, per ricercare la pietra migliore. A 2500m metri raggiungiamo il grande macigno in equilibrio detto “l’aquilone”. Attorno, seminascoste da piccole frane, si aprono le cavità scavate dal sudore di uomini tenaci, con diverse scritte ed epigrafi, la più antica riporta la data 1560 […]
A parte che alle uscite curate e guidate da Michele Comi ci sarebbe da andare anche solo per quanto siano belle e originali le “locandine” che crea per presentarle… ma, motivi grafico-estetici pur importanti a parte, Michele di stimoli a dir poco affascinanti e intriganti per le sue uscite ne sa sempre trovare innumerevoli, prova di come il suo essere “guida alpina” sia da intendersi nel senso più compiuto del termine e, parimenti, le sue uscite un’esperienza pienamente e autenticamente alpina.
Cliccate sull’immagine per saperne di più sull’uscita in questione oppure qui per approfondirne i suddetti affascinanti stimoli (la citazione sopra riportata viene da lì).
[Il borgo semiabbandonato di Savogno, nella Val Bregaglia italiana, provincia di Sondrio.]
Borghi, così li chiama il Governo italiano nel suo Piano Nazionale Ripresa e Resilienza, per brevità chiamato PNRR. Borghi che sono numeri anziché progetti, che sono fondi da spendere anziché comunità, che sono bandi da vincere invece di competenze da attivare, che sono mete turistiche in divenire e non luoghi dell’abitare. […]
Siamo al limite tra due orientamenti definitivi, da un lato una chiamata generale all’azione e dall’altro una gara tra paesi – isolati, spopolati, depressi e privi di servizi essenziali – che si contendono le risorse (50mila euro ognuno) come le vesti di Cristo, mentre si continua a parlare di imprese culturali e si applica alle aree interne un linguaggio aziendalista che poco o nulla ha a che fare con la rigenerazione degli spazi e la riattivazione delle comunità, con processi – lunghi e complessi – che hanno una finalità legata alla stessa esistenza dei cosiddetti luoghi marginali.
Li vedremo trasformati si, magari in resort per curiosi altospendenti e co-working per nomadi digitali che non vedono l’ora di tornare nella metropoli in cui sono andati a vivere dopo aver lasciato il borgo natio. Questa non è una strategia, è una risposta all’emergenza e basta.
Dal Piano Nazionale Borghi scompare la rete – l’associazione tra Comuni – e scompaiono anche gli abitanti in favore dei turisti, scompare la realtà e trionfa la rappresentazione. Mentre si cerca di mettere insieme quel sapere migliore – rappresentato da professionisti – che, a quanto pare, è valido da proporre soltanto per convegni in pixel. Un modello culturale a dir poco semplificato che si impone in barba a qualsiasi processo partecipativo, persino a quello su cui si fonda la Strategia Nazionale Aree Interne.
Sono alcuni passaggi di un articolo di Marta Fioretti intitolato Rilanciare i borghi italiani? Un miliardo e nessun Piano, secondo il Ministero della Cultura basta valorizzarne 20 per risolvere la crisi delle aree interne e pubblicato su ortìcalab.it, nel quale è ben riassunta la situazione di tali interventi di “rilancio” delle aree interne italiane, quelle dei borghi storici, gioielli di cultura ma troppo spesso trascurati. E la trascuratezza nasce in primis dalla politica e dalla forma mentis obsoleta e distorta con la quale si mettono in campo presunti piani di rinascita che, come scrive bene Fioretti nell’articolo, del “piano” – cioè del progetto, della strategia, della visione a lungo termine, dell’«insieme di regole prestabilite per condurre a termine un compito» (clic) – non hanno nulla, ma rappresentano solo un’accozzaglia di indicazioni – spesso confuse e contradditorie – per spendere qualche finanziamento pubblico le quali peraltro, a volte, sembrano scritte apposta per favorire certi e sfavorire cert’altri – lo asserisco per diretta esperienza personale, la stessa che mi ha fatto decidere di non partecipare più a tali sconclusionati piani pubblici e ai relativi bandi.
La chiusura dell’articolo di ortìcalab.it è altrettanto perfetto, descrivendo una situazione che in concreto:
È il totale scollamento delle strutture ministeriali rispetto ai territori e alle amministrazioni pubbliche che si ritroveranno a gestire i fondi europei del PNRR e – probabilmente – anche a difendere le conquiste raggiunte insieme alle associazioni, ai giovani abitanti, agli agricoltori, agli allevatori, ai produttori che hanno consentito fino a qui la salvaguardia di un paesaggio, la tutela di un patrimonio e la sopravvivenza delle energie di una comunità.
L’esperimento che dovrebbe trainare la rinascita di centinaia di borghi si riduce ad un approccio vecchio e superato dalle pratiche della contemporaneità.
No, questa al momento non è la strada da percorrere: molto meglio quella dell’iniziativa privata, che avrà pure i suoi rischi e le sue ipocrisie ma, se ben progettata, strutturata e condotta, è l’unica che in Italia può conseguire risultati benefici e virtuosi per i territori di competenza e, soprattutto, per le comunità che le abitano. Per quanto riguarda la politica, invece, e rispetto a tali situazioni, mi vengono in mente quelle celebri parole di Thoreau dalla Disobbedienza Civile:
Il governo migliore è quello che non governa affatto.
[Immagine tratta da www.utopia.se.]Di recente ho letto (qui) di un progetto “montano” molto interessante: si chiama Skýli (“rifugio” in islandese), è stato concepito dallo studio “Utopia Arkitekter” di Stoccolma e si tratta di un rifugio di nuova concezione che coniuga in maniera tanto suggestiva quanto efficace design, praticità costruttiva, fruibilità, comfort, compatibilità ambientale e ecosostenibilità – cliccate sull’immagine qui sopra per saperne di più.
Mi ha subito ricordato un altro progetto montano che, pur con forme e soluzioni differenti rispetto a quello svedese, rimanda sostanzialmente agli identici concetti di base: il prototipo residenziale che Enrico Scaramellini – valentissimo “architetto alpino” del quale ho già parlato in altri post – ha ideato per essere inserito nel paesaggio di Valtournenche, in Valle d’Aosta. Una dimora minimale ma niente affatto “minima”, se non nelle dimensioni, nel cui interno l’avvolgente spazio aperto definisce un luogo di vita essenziale articolato in una zona giorno e in un mezzanino interamente rivestiti in legno, mentre il design esterno rimanda alla tradizione architettonica locale e alpina in generale e al contempo ricerca espressamente una rimarchevole contestualità con il paesaggio del luogo, consentendo da subito di pensare al progetto come a un modulo facilmente moltiplicabile mantenendo le doti di compatibilità ambientale, proprio come il progetto svedese. Cliccate sull’immagine qui sotto per saperne di più.
[Immagine tratta da domusweb.it, cliccateci sopra per leggere l’articolo originario.]Tale correlazione concettuale ma pure visiva che mi è venuto di intessere tra i due progetti mi permette d’altro canto di osservare come, tra i paradigmi che formano l’immaginario alpino e che necessitano di essere rinnovati, se non proprio stravolti, c’è anche quello legato alla storia dell’architettura “ordinaria” sui monti e del suo sviluppo dal boom economico del secondo Novecento fino a oggi, che ha troppe volte comportato (ma potrei dire anche imposto) la costruzione di edifici non soltanto brutti e di ben scarso pregio tecnologico ma pure totalmente slegati, decontestualizzati, contraddittori rispetto al paesaggio nel quale sono stati realizzati al punto da risultare sovente dei veri e propri gangli di acciaio e cemento deturpanti la visione e la fruizione del loro territorio.
Be’, come non è più il caso di perpetrare certe strategie turistiche ormai fallimentari, certe gestioni politico-amministrative altrettanto nocive, certe visioni di sfruttamento delle montagne che mirano soltanto a patrimonializzare le sue risorse, ovvero a depredarle, nonché altri simili paradigmi concepiti in un mondo e in un tempo ormai del tutto superati, è ugualmente ora di tornare a costruire sui monti in relazione armonica con gli stessi, con la dovuta e ineluttabile consapevolezza delle culture storiche locali e delle potenzialità future coerenti con i luoghi, le geografie fisiche e umane, le risorse ambientali, l’ecologia e l’economia del luogo (termini ben più affini di quanto si creda, come palesa il prefisso) e con un rinnovato e rivitalizzato concetto di Heimat – se posso usare tale idea – in quanto “luogo dove stare bene”, da residenti tanto quanto da visitatori. Sono cose che già si fanno, in diverse località montane e con risultati sovente notevolissimi (già le sole immagini qui pubblicate lo dimostrano), ma non ancora a sufficienza. O, se preferite vedere la cosa dal punto di vista opposto, ancora troppo spesso si vedono nuove realizzazioni assolutamente discutibili e francamente illogiche, oggi. Un paradigma superato e non più sostenibile, né materialmente e né concettualmente, oltrepassato il quale facilmente possiamo/potremo tornare a godere sensazioni ben più armoniose nella visione e nell’elaborazione del paesaggio montano: sensazioni che d’altro canto sono e saranno a loro modo la manifestazione individuale di un futuro condiviso altrettanto armonioso per i territori di montagna.
Al solito, non è una mera questione di forme e volumi, di usare più o meno legno ovvero più o meno cemento oppure altri di simile, ma di buon senso, cioè non di cosa si fa ma di come lo si fa. Un “principio del fare” semplicissimo e naturale, in montagna ancor più, che è stato trascurato e ignorato per troppo tempo e che è finalmente l’ora di ripristinare in modo ineludibile.
[Crediti dell’immagine: Wellcome Library, London. Wellcome Images, images@wellcome.ac.uk, http://wellcomeimages.org, CC BY 4.0; fonte dell’immagine: commons.wikimedia.org.]Se dovessi citare una cosa – una mania, una devianza, un disturbo… si può definire in modi diversi ma tutti di simile accezione clinica e “filosofica” – della quale pare proprio che sia afflitta la nostra società contemporanea, tra le prime mi verrebbe da dire il gigantismo.
Già. Fateci caso. Succede un po’ ovunque, ormai.
Gli smartphone, sempre più grandi. Gli schermi televisivi, idem. I centri commerciali, le utilitarie tanto quanto i SUV, i followers sui social, le navi da crociera, le funivie per portare sempre più persone sulle vette dei monti – a suo modo è un’altra forma di “gigantismo”, il turismo di massa. E al proposito di montagne, guarda caso: le mega-panchine di cui ho scritto qualche giorno fa oppure i ponti tibetani, nuova giostra turistica alpina “alla moda”, sempre più alti, più lunghi, più sospesi e via di questo passo. D’altro canto siamo nell’era delle fake news e in fondo anche la pratica tanto diffusa di «spararle sempre più grosse», come si usa dire vernacolarmente, la si può considerare a sua volta un gigantismo – dell’ignoranza e della falsità. In effetti, poi, una tale devianza la si può comunicare in molti differenti modi, io lì sopra ho citato solo i primi che mi sono venuti in mente: basta guardarsi intorno e se ne trovano ovunque numerosi altri.
Ma fate caso pure a un’altra evidenza: dove si manifesta tutto questo gigantismo? Nelle cose sostanzialmente superflue, quasi che la grandezza della taglia sia inversamente proporzionale all’utilità effettiva dell’oggetto in questione. Per dire: non che se ora non abbiamo un televisore da 70 pollici non possiamo vedere la partita della nostra squadra del cuore, no? E ve li ricordate i cellulari degli anni Novanta, che misure avevano? Certo, non erano smart, ma per telefonare servivano comunque. Di contro è vero che se il SUV non è abbastanza grande, lussuoso e potente, non consente al suo proprietario di mettersi in mostra come probabilmente egli desidera. Il gigantismo della vanagloria, in pratica.
Ecco, forse sta proprio qui il nocciolo della questione: il gigantismo consumistico odierno è diretta conseguenza del nanismo culturale della società che lo manifesta. Dove questa viene a mancare di spessore morale, di identità, di coscienza critica, di sostanza nonché, last but non least, di buon senso, ecco che sopperisce con la forma, inevitabilmente sempre più maxi ovvero no limits (stesso principio), appunto. E sono forme che hanno rotto qualsiasi relazione con la loro funzione: una relazione basilare nella logica del fare umano che, ogni qual volta è venuta a decadere e mancare, ha lasciato spazio a danni e rovine. Oggi l’importante è apparire, non l’essere, la funzione (buona e utile) è cosa trascurabile e dunque, ovviamente, più si è giganti meglio si appare e ci si rende visibili. Finché si supera il punto di rottura e, come detto, tutto implode e crolla miseramente nonché inevitabilmente, così che avremo sempre più a che fare pure con un gigantismo delle macerie. Già.