La nuova ciclovia sull’Albenza e la “vecchia” (ma attualissima) previsione di Buzzati

[Immagine tratta da www.lavocedellevalli.it.]
Ricordate la ciclovia che stanno realizzando a colpi di ruspe in Valle Imagna, sul versante est del Monte Albenza tra Roncola e Costa, sulla quale ho scritto qualche giorno fa? Ecco, ho inviato alcune mie considerazioni (durissime? Nemmeno tanto, in verità) sulla questione al quotidiano “La Voce delle Valli” che ne aveva dato notizia: sono state pubblicate qui – ringrazio di cuore la redazione per l’attenzione e lo spazio concessomi – e le potete leggere per intero lì sotto. Mi auguro servano innanzi tutto a mantenere viva l’attenzione e il dibattito civile (e civico) sulle nostre montagne e sulle comunità che le abitano, alle quali spesso viene negata tanto l’interlocuzione istituzionale, in circostanze del genere, quanto l’adeguata rappresentatività politica ma che in effetti siamo noi, abitanti delle montagne, a dover elaborare per primi. Ad alimentare il fondamentale e imprescindibile senso di comunità, insomma.

Ovviamente siate liberi di farmi avere le vostre opinioni e considerazioni al riguardo, che sarò ben felice di leggere.

Dopo aver realizzato uno dei sogni più belli, un’ascensione prestigiosa come lo spigolo del Velo alla Cima della Madonna, Buzzati è felice solo a metà e apostrofa l’amico Franceschini: «E piantala con questa storia degli uccellini! Lo sai meglio di me, no? Li hanno ammazzati tutti, li hanno ammazzati. Li hanno cotti in pentola, quei malnati. E adesso, vedrai, ammazzeranno anche le piante. E non ci saranno più nemmeno i boschi. Credi che non sappia? Qui regneranno soltanto il cemento, l’asfalto, le macchine e la morte. E allora saranno soddisfatti, finalmente.»

Il grande Dino Buzzati scrisse queste parole (che ho tratto dall’ultimo libro di Enrico Camanni “Le Alpi in 30 montagne”, Laterza, 2025; Gabriele Franceschini fu una celebre guida alpina delle Pale di San Martino scomparsa nel 2009 alla quale Buzzati si affidò spesso) più di mezzo secolo fa. Il boom economico spargeva ancora le sue prebende sul paese, il turismo si faceva sempre più di massa anche sui monti e, sull’onda di ciò, si poteva pensare che qualche sindaco di montagna si facesse convincere che a cementificare e asfaltare i propri territori (sui quali si pativa la fame o quasi fino a pochi lustri prima) per agevolare la presenza dei turisti avrebbe reso tutti più felici e contenti nella sua comunità. Buzzati, persona e intellettuale di grande sensibilità e sagacia (non serve rimarcarlo), profondamente innamorato delle montagne e delle sue Dolomiti in particolare, aveva perfettamente compreso il rischio che i monti stavano correndo e lo denunciò con fermezza numerose volte.

Oggi no: che succedano queste cose, come ad esempio sta accadendo con la nuova strada “ciclopedonale” tra Roncola e Costa Valle Imagna (sulla quale “La Voce delle Valli” ha scritto di recente), non è più ammissibile e tanto meno tollerabile. I sindaci e gli amministratori pubblici che ancora pretendono di “valorizzare” le proprie montagne ovvero metterle a valore per farne un bene di consumo da (s)vendere sul mercato del turismo (quale mercato poi, e quale “turismo”?) non possono essere creduti dei meri ingenui o degli sprovveduti in buona fede. No, sono amministratori di un patrimonio collettivo che decidono arbitrariamente di cementificare, asfaltare, infrastrutturare, lunaparkizzare per pura e semplice insensibilità, noncuranza, indifferenza (non vado oltre) verso quelle loro montagne, verso le loro peculiarità paesaggistiche e naturalistiche, verso la loro integrità ambientale, la loro identità, la loro anima. Montagne che in questo modo essi inevitabilmente condannano alla banalizzazione, all’imbruttimento, al degrado, a luoghi che il turismo realmente sostenibile e consapevole eviterà accuratamente. Fino a che ne saranno soddisfatti, evidentemente, proprio come affermò e predisse Dino Buzzati più di mezzo secolo fa.

«CHE SCHIFO I SENTIERI DI MONTAGNA!»

[Il percorso “ciclopedonale” in corso di realizzazione in Valle Imagna. Immagine tratta da www.lavocedellevalli.it.]
E «che schifo frequentare l’ambiente naturale quando sia veramente tale!», «che brutta cosa il silenzio dei boschi!», «poveri stupidi quelli che semplicemente camminano nel paesaggio alpestre!» e via di questo tono… Viene da credere che molte amministrazioni locali pensino questo delle loro montagne, a giudicare dalla proliferazione crescente da esse patrocinata di piste agrosilvopastorali, spacciate per viabilità al servizio di aree agricole e forestali ma in verità parte di una ormai chiara strategia politica di infrastrutturazione a favore del turismo di massa, definita con il termine di “valorizzazione” che però per tale strategia significa messa a valore, cioè (s)vendita dei territori coinvolti sul mercato turistico senza nessun reale vantaggio per le comunità residenti in loco.

Vi cito due casi recenti, ultimi di una ormai troppo lunga e inaccettabile serie.

Nel Parco delle Orobie Valtellinesi – dunque in un’area protetta, se questo vocabolo ha ancora un senso in questo paese – si vorrebbero realizzare 47 chilometri di nuovi tracciati VASP (Viabilità Agro-Silvo-Pastorale) presentati al servizio di «attività del settore primario, quindi agricoltura e silvicoltura» ma che risulta evidente abbiano un “secondo” fine turistico, come la cronaca recente dimostra, per il fatto che spesso raggiungono alpeggi e boschi abbandonati da tempo e per come gli stessi enti pubblici che li presentano in quel modo dimostrino di (non) sostenere l’agricoltura e la silvicoltura di montagna: cioè con risorse risibili che non aiuteranno mai chi vorrà lavorare in quei settori e dunque che potrebbe avere bisogno della nuova VASP. Che nel solo Parco delle Orobie Valtellinesi – in un’area di tutela naturale, ribadisco – assomma a quasi 450 chilometri di strade (!).

[Un tratto di ciclovia di recente realizzazione in Val Gerola, nel Parco delle Orobie valtellinesi. Per saperne di più cliccate qui.]
Tutto ciò viene denunciato da varie associazioni di protezione ambientale e realtà territoriali valtellinesi, che chiedono di fermare immediatamente la Variante presentata nel corso della Conferenza pubblica del procedimento di Valutazione Ambientale Strategica (VAS), indetto dal Parco il 4 febbraio 2026, per le molte criticità e per i danni pressoché inevitabili che le nuove strade provocherebbero, non solo all’ambiente naturale di aree classificate come “molto vulnerabili” ma pure alla viabilità escursionistica storica come la Gran Via delle Orobie o quella che raggiunge i manufatti della Linea Cadorna. La Variante infatti ammetterebbe la distruzione dei percorsi originali qualora la conservazione in situ non fosse ritenuta “fattibile”: una cosa che personalmente reputo vergognosa e che di sicuro comporta violazioni del Codice dei Beni Culturali – salvo che non si trovi il modo “all’italiana” di svicolare da tale certezza.

Sul caso valtellinese trovate maggiori dettagli in questo articolo di “Sondrio Today”.

Ancora più sfacciato, per certi versi, è l’intervento previsto in Valle Imagna: qui si sta realizzando un nuovo tracciato di 12 chilometri da Roncola a Costa Imagna lungo il versante orientale dei Monti Linzone e Tesoro che sarà sfregiato da una strada – chiamiamola con il suo vero nome – «con una larghezza media della pista pari a 3 metri che permetterà di far passare due biciclette nei due sensi di marcia». Tre metri, avete letto bene. Il tutto senza nemmeno nascondersi dietro pretese di supporto ad attività primarie di montagna ma dichiarando fin da subito che «la finalità del percorso è principalmente di tipo turistico-escursionistico» e spendendo la bellezza di 4,5 milioni di Euro di soldi pubblici (da Regione Lombardia tramite Bando Itinerari e Piano Lombardia per un totale di 3,6 milioni, dalla Comunità Montana Valle Imagna per 240mila euro, dal Ministero del Turismo per 140mila euro, mentre la restante parte è stata coperta dai Comuni di Roncola e Costa Valle Imagna per 260 mila euro ciascuno). Per di più intaccando l’integrità paesaggistica peculiare della Valle Imagna, una delle poche zone montane della provincia di Bergamo priva di turistificazioni eccessivamente impattanti, per le cui montagne viene così avviata la più deprecabile banalizzazione culturale.

[Un’altra veduta del percorso “ciclopedonale” della Valle Imagna. Immagine tratta da www.lavocedellevalli.it.]
Anche qui si tratta di una cosa vergognosa, lo ribadisco, messa in atto da amministratori locali (spalleggiati con insuperabile impegno da Regione Lombardia, sempre capace a essere “sovranista” con le montagne degli altri (semi-cit.) e raramente attenta a difendere le proprie) che, evidentemente, hanno ormai dimenticato il rispetto, la sensibilità e la tutela verso i propri territori montani e hanno come unico pensiero quello di svenderli sul mercato turistico per mere ragioni di propaganda elettorale, suppongo. Perché non c’è nulla, in queste iniziative, che comporti un’autentica «valorizzazione» dei territori coinvolti. E infatti il termine è ormai talmente abusato e travisato – dacché inteso come messa a valore, esattamente come si fa con un bene di consumo da vendere, ripeto – da aver perso ogni buon senso, lessicale e non solo.

[Altra veduta del percorso “ciclopedonale” della Valle Imagna. Immagine tratta da www.lavocedellevalli.it.]
La strategia è palese, come detto, ben aderente ai principi della lunaparkizzazione delle montagne, della riproposizione dei modelli turistici massificati tipici dell’industria dello sci (ormai prossima alla fine) che puntano a trasformare i territori montani in “divertimentifici” al servizio del turismo mordi-e-fuggi, senza alcuna attenzione alla loro cultura, alla tutela ambientale e del paesaggio, senza alcuna visione e progettualità organica di medio-lungo termine, palesando l’incapacità di costruire una proposta turistica realmente consona ai territori, specifica, attrattiva e non così banale e scopiazzata come questa, con sconcertante disinteresse verso i reali bisogni delle comunità residenti. Una strategia che butta sul territorio innumerevoli opere ad mentula canis, sovente malfatte tant’è che in breve tempo imporranno ulteriori esborsi di denaro pubblico per la loro manutenzione, che diventeranno nuove piste per i soliti motociclisti fuorilegge (e regolarmente impuniti) i quali con i loro transiti a tutto gas ne accelereranno il dissesto e acuiranno l’impatto ambientale generale, e per le quali le promesse su che «Non è previsto il passaggio di mezzi a motore» suonano da subito come ulteriori beffe oltre ai danni, perché lo sanno anche i sassi che questa cosa non potrà mai essere realmente garantita. Intanto le strade vengono fatte, il precedente è messo in atto e, in questi casi, vale sempre (ovvero con rarissime eccezioni) la teoria delle finestre rotte: se un edificio presenta i vetri tutte le finestre intatte, a nessuno verrà in mente di romperle; appena ne verrà rotta una, presto verranno rotte tutte le altre. Ecco, tutte queste nuove strade sulle montagne sono vetri rotti, esattamente questo. Se pur qualche tracciato potrebbe essere ammissibile e realmente utile per i rispettivi territori, si tratterebbe di una minimissima parte di quelli previsti. Tutto il resto dà forma a un potenziale gran disastro per le nostre montagne. Della cui effettiva concretizzazione tuttavia, sia ben chiaro, chi ne è stato artefice dovrà pagarne le conseguenze giuridiche.

[Un’altra ciclovia di recente e famigerata realizzazione, quella che sale al Passo del Muretto in Valmalenco: a sinistra in fase di realizzazione nell’estate 2023, a destra come si era ridotta soltanto un anno dopo, tra piogge intense e transiti eccessivi. Per saperne di più cliccate qui.]
In ogni caso la situazione è chiara: camminare su sentieri di montagna ordinari, o anche andarci con una mountain bike se si è in grado di farlo e non si arreca pericolo ad altri non va più bene, è qualcosa da disincentivare, è da sfigati. Servono strade, le più larghe e comode possibili che arrivino ovunque perché tutti hanno diritto (sic!) di andare ovunque in montagna e di andarci comodamente come in città o quasi. Con buona pace della frequentazione responsabile, del rispetto, della consapevolezza di cosa è realmente la montagna. E delle popolazioni locali, che dove non siano così stolte da essere concordi con tale scellerata strategia (e se lo sono è soltanto perché sperano di ricavarci qualche tornaconto personale) sono costrette ad assistere alla svendita, alla banalizzazione e alla devastazione delle proprie montagne.

Ma sia chiaro anche questo che di nuovo ripeto: chi è stato e sarà artefice di tutto ciò dovrà pagarne le conseguenze giuridiche. Punto.

P.S.: invierò queste mie considerazioni ai giornali locali. Secondo voi qualcuno oserà pubblicarle, anche in forma di sunto? “Sondrio Today” lo ha fatto riprendendo la protesta delle associazioni di tutela ambientale intervenute sulle VASP valtellinesi e bisogna dargliene atto. Gli altri mi auguro che manifestino la stessa sensibilità: non tanto per le mie considerazioni quanto verso le nostre montagne.

“Difendiamo la Montagna”: un coordinamento per la tutela e lo sviluppo equilibrato dei monti lecchesi (e non solo)

Martedì 2 dicembre scorso è stato presentato a Lecco con una conferenza stampa il Coordinamento “DIFENDIAMO LA MONTAGNA”, un nuovo soggetto che intende operare a favore dei territori montani della provincia di Lecco e delle loro comunità residenti mettendo in dialogo costante le istituzioni, l’associazionismo di montagna e ambientale, esperti e studiosi dei temi legati alle terre alte e la società civile.

Il Coordinamento è nato su iniziativa di alcune persone che si occupano a vario titolo di cose di montagna, oltre a esserne tutti quanto degli assidui frequentatori – Emilio Aldeghi, Arianna Cecchini, Paolo Galli, Ruggero Meles, Giovanni Ponziani, Silvia Tenderini e lo scrivente – e si è strutturato attraverso frequenti interlocuzioni con l’associazionismo di montagne e di tutela ambientale lecchese durate due anni, nel corso delle quali sono emersi vari temi e motivi che hanno supportato la decisione di costituire il Coordinamento – a cui hanno già aderito alcune associazioni mentre se ne attendono altre.

[Il servizio sulla conferenza stampa andato in onda nel TG di “UnicaTV” il 3 dicembre. Cliccate sull’immagine per vederlo, il servizio parte a 19’05”.]
Innanzi tutto la realtà del territorio montano lecchese, dotato di grandi valenze paesaggistiche, turistiche, culturali, identitarie oltre a rappresentare una cerniera prealpina fondamentale, non solo dal punto di vista geografico, tra la parte più antropizzata della Lombardia, quella a nord di Milano, e l’area prettamente alpina, quella retica e valtellinese. Valenze numerose e importanti delle quali però a volte la popolazione locale non ha piena consapevolezza, come si evince quando vengano proposte particolari iniziative di sviluppo turistico verso le quali il territorio, poste le suddette specificità, si presta molto.

Di contro, tanto in queste circostanze quanto in generale, è spesso carente se non del tutto assente il dialogo tra i decisori politici e istituzionali e la società civile, il che rende indispensabile la tessitura di una interlocuzione costante e consapevole tra istituzioni e comunità locale riguardo i processi decisionali e gli interventi proposti nei territori. Per questo il Coordinamento non nasce contro qualcuno o qualcosa ma proprio per diventare un media tra istituzioni, territorio montano, comunità e ulteriori soggetti funzionali al miglior sviluppo possibile della montagna lecchese.

[Il centro di Lecco con sullo sfondo il Resegone, insieme alle Grigne le montagne lecchesi per eccellenza. Immagine tratta da https://leccotourism.it.]
Dunque gli obiettivi di “DIFENDIAMO LA MONTAGNA”, oltre a quanto già ben intuibile nel nome e nel “sottotitolo” del Coordinamento sono quelli di (far) conoscere, analizzare, riflettere, informare, dialogare, se è il caso di contrastare ma innanzi tutto contribuire a mantenere sempre al centro territorio, paesaggio e comunità ovvero salvaguardia del territorio, sviluppo economico, sociale e turistico, bisogni e istanze della comunità nell’ottica già rimarcata del miglior sviluppo possibile per le montagne lecchesi.

“DIFENDIAMO LA MONTAGNA” è un Coordinamento assolutamente aperto, nel senso al netto di chi vi aderisce che chiunque – associazione, ente, gruppo sociale, soggetto privato – vi si può appoggiare stabilmente oppure in occasione di determinate circostanze e azioni, nella più totale libertà reciproca di movimento e opinione; anche per questo è stato definito in quel modo e non come “Comitato” o altro titolo del genere. Parimenti, il Coordinamento intende creare una rete di azione civica a favore delle montagne con le altre realtà simili che operano sulle Alpi italiane, nella certezza che «l’unione fa la forza» e fa anche massa critica a sostegno della tutela dei territori montani e in sostegno delle loro comunità.

[La home page del sito web del Coordimamento. Cliccateci sopra per visitarlo.]
Tutto quanto rimarcato finora è stato compendiato in un “Manifesto”, che indica le linee guida sulle quali si muoverà l’azione del Coordinamento. Inoltre è già attivo il sito web https://difendiamolamontagna.it/ nel quale si potrà trovare ogni cosa elaborata e messa in atto dal Coordinamento, la documentazione utile a conoscere i fatti di montagna lecchesi, la rassegna stampa, le iniziative organizzate oltre ovviamente allo stesso Manifesto e ai contatti, che si possono utilizzare da subito per qualsiasi comunicazione relativa all’attività del Coordinamento o segnalazione, richiesta, istanza, necessità e per ogni altra cosa che chiunque possa cogliere nel vivere, abitare e frequentare le montagne della provincia di Lecco.

Tocca restare impotenti di fronte alle moto che scorrazzano sui sentieri?

«Questa mattina andando verso il Cimone di Margno insieme a mio figlio siamo stati raggiunti e passati da due moto da trial puzzolenti e rumorose.
In queste situazioni chi e come si può allertare? Mi sono sentito totalmente impotente.
Un cordiale saluto.»

Ciò è quanto mi ha scritto, con un messaggio privato, un conoscente che si è recato sulla montagna citata, una delle più frequentate della Valsassina in provincia di Lecco.

Questo messaggio, e le risposte alla domanda posta, mi danno l’occasione di rimarcare alcuni aspetti importanti del tema spinoso dei transiti motoristici impropri e/o non autorizzati lungo le vie rurali, verso i quali ci si sente pressoché impotenti, appunto. Me ne sono occupato di frequente in passato ma repetita iuvant, assolutamente.

Dunque, come è ormai evidente e risaputo, i motociclisti (salvo rari casi) sui sentieri fanno quello che vogliono perché sanno benissimo di essere difficilmente perseguibili. Purtroppo in questi casi ciò che in buona sostanza vale è la flagranza di reato: ma quando mai si vedono sulle nostre montagne pattuglie di Carabinieri Forestali o di altre Forze dell’Ordine a fare i controlli che dovrebbero fare? D’altro canto sono troppo pochi, privi di risorse e, appunto, spesso depotenziati da assurde normative vigenti come quelle presenti in Lombardia, che a parole vietano il transito sulle vie rurali ma di fatto lasciano ai comuni la facoltà di regolamentare e autorizzare il passaggio attraverso i propri regolamenti locali. Così, nel caso di sindaci consenzienti, poco sensibili oppure distratti, la libertà di transito è (palesemente o tacitamente) garantita e parimenti lo è ancora di più la percezione da parte dei motociclisti di poter passare ovunque, a prescindere dall’esistenza o meno di regolamenti comunali e dai confini amministrativi.

D’altro canto sulla rete viabilistica rurale i divieti di transito spesso ci sono e ben validi, basta constatare la presenza dei relativi cartelli all’inizio dei percorsi di montagna: se ne vedono ovunque, magari vecchiotti e arrugginiti ma ci sono. Tuttavia, come detto, in presenza di normative ambigue come quelle lombarde (similmente presenti in altre regioni) e in assenza di chi è deputato a vigilare e formulare contravvenzioni al riguardo, i motociclisti si sentono intoccabili e liberi di fare ciò che vogliono praticamente su qualsiasi sentiero, anche in orari di ordinario transito pedestre.

[Immagine tratta da https://valdarno24.it.]
Tuttavia, posta tale (deprecabile) situazione, almeno una cosa importante si può (e si deve) fare, che forse non ha effetti giuridici immediati ma nel tempo li può certamente far maturare anche per come rappresenti un’azione pienamente civica, di cittadinanza attiva e, dunque, detenga pure un valore politico: scattare una o più foto dei motociclisti che si trovano a scorrazzare sui sentieri a loro vietati e inviarla ai comandi locali dei Carabinieri Forestali (e, magari, anche ai comuni nei cui territori ci si trova) chiedendo espressamente di attivare specifici controlli nelle zone indicate e, in generale, sulla rete di percorsi rurali locale. Ciò perché se ci si lascia vincere dallo scoramento e nemmeno si segnalano le violazioni motoristiche a cui si assiste, la situazione resterà immutata e, anzi, peggiorerà inevitabilmente perché nulla potrà impedire una sua evoluzione ulteriore a favore dei motociclisti in assenza di testimonianze concerete delle loro violazioni. Se invece ai comandi locali delle Forze dell’Ordine preposte al controllo territoriale cominciano a pervenire le segnalazioni, e sperabilmente le più numerose possibili, si alimenta un obbligo sostanziale a loro carico di intervenire – e si alimenta pure la più consona sensibilità culturale diffusa al riguardo e in generale sulla salvaguardia dei territori naturali. In fondo per arginare fenomeni del genere la repressione non basta, serve anche e soprattutto la sensibilizzazione: se la prima ha qualche effetto immediato ma senza alcuna garanzia di efficacia concreta e duratura (altrimenti sulle strade non vi sarebbe più infrazioni al Codice della Strada!), è la sensibilizzazione delle persone che frequentano i sentieri di montagna ad alimentare la consapevolezza, il rispetto verso di essa e la cultura che serve per viverla nei modi più armonici possibile.

Ad esempio, per la zona citata nel messaggio dell’amico, indico di seguito i recapiti dei Carabinieri Forestali che hanno giurisdizione sulla Valsassina e sulle montagne lecchesi – che sono anche quelle a me più vicine, per giunta:

  • Nucleo Carabinieri Forestale Lecco: 0341/494668, casella mail Pec: flc43204@pec.carabinieri.it
  • Comando Stazione Carabinieri Nucleo Forestale Barzio: 0341/996393
  • Comando Nucleo Carabinieri Forestale Margno: 0341/840059

Unità superiori:

Alle caselle mail indicate, che sono delle Pec e dunque le cui comunicazioni hanno valore legale, vanno inviate le segnalazioni scritte e le immagini raccolte delle violazioni constatate. Meglio inviare le segnalazioni a tutte le Pec indicate, così da dare loro maggior forza e mettendo in conoscenza anche il comune locale, come detto, in quanto primo ente amministrativo di riferimento che per tale motivo non può ritenersi disinteressato o mostrarsi inerte a tali segnalazioni.

[Immagine tratta da www.voceapuana.com.]
Riguardo qualsiasi altro territorio italiano, per trovare i comandi locali dei Carabinieri Forestali ai quali inviare le segnalazioni e le denunce basta una semplice ricerca sul web e si può anche consultare il sito web dell’Arma; oppure ci si può rivolgere ai comandi delle Polizie Locali nonché ai comuni competenti – insistendo nel caso si mostrino poco sensibili o sfuggenti, cosa che a volte accade.

Ecco, questo è quanto si può fare, in attesa che la crescita dell’attenzione e della sensibilità diffuse su questo tema, effettivamente tra i più inquietanti e irritanti che concernono le nostre montagne, convinca i legislatori locali e nazionali a diventare a loro volta più attenti e attivi alla tutela dei territori montani e naturali. «La speranza è l’ultima a morire» si dice, no?

Il bivio sulla strada per il futuro dei Piani d’Erna. Considerazioni attorno a un caso emblematico di sviluppo (o di rovina) di un luogo montano peculiare

[Uno scorcio dei Piani d’Erna, con dietro i monti del Triangolo Lariano e le Alpi occidentali sullo sfondo. Immagine tratta da “La Provincia-UnicaTV“.]
L’inizio dei lavori per le riqualificazioni delle stazioni a valle e a monte della funivia per i Piani d’Erna, meravigliosa la località sopra Lecco alle falde del Resegone che rappresenta uno dei luoghi principali per lo sviluppo turistico del territorio locale previsti dalla giunta comunale lecchese in carica è stato l’occasione per rimarcare, da parte della stessa giunta, quale siano gli obiettivi pensati.

«Abbiamo già realizzato in quota interventi per l’organizzazione di eventi e manifestazioni – ha dichiarato il sindaco di Lecco Mauro Gattinonima anche per consentire le necessarie opere di manutenzione del territorio, lo sviluppo delle microeconomie che siano commerciali o agricole, secondo anche uno studio predisposto da Legambiente. A monte sarà creato uno spazio di accoglienza per il pubblico, locali di ricovero, ma anche sale per eventi e conferenze». L’assessore comunale agli eventi Giovanni Cattaneo ha aggiunto che «L’aspettativa, inoltre, è quella di avviare una collaborazione con le varie associazioni, quale premessa per lo sviluppo. Quello che presentiamo oggi è un cantiere fisico ma ce n’è anche uno di idee.»

[L’attuale funivia che sale ai Piani d’Erna.]
Uno dei punti nodali del progetto di sviluppo turistico dei Piani d’Erna è la nuova strada agrosilvopastorale, parecchio discussa e contestata da vari soggetti dell’associazionismo di montagna e ambientale ma per la quale il Comune ha già previsto uno stanziamento di un milione e 300 mila euro. Il sindaco Gattinoni, riferisce la stampa locale, ha nuovamente assicurato che si tratterà solo di una strada di “servizio”. Non sarà percorribile nemmeno da residenti ed esercenti ma avrà solo scopi di sicurezza, utilizzabile in casi di emergenza e per facilitare gli interventi di manutenzione in quota.

Di questa strada, come detto già ampiamente contestata e da molti ritenuta un rischio per la salvaguardia della bellezza e dell’integrità ambientale dei Piani d’Erna, ho già ricostruito la vicenda in questo articolo dello scorso marzo. La situazione di fatto è la stessa di allora, dunque anche le riflessioni che ne possono scaturire. Che la nuova strada possa generare vantaggi e utilità per lo sviluppo sostenibile non turistico (per questo c’è già la funivia) dei Piani è vero; che tali potenziali vantaggi debbano essere messi a confronto con gli altrettanto potenziali rischi derivanti è inevitabile. Che in base a tali aspetti si possa elaborare un punto di equilibrio è tutto da vedere, e comunque ciò dovrà essere un elemento imprescindibile nel caso che veramente la strada venga realizzata.

[Una cartolina degli anni Settanta, quando ai Piani d’Erna si sciava.]
Dal mio punto di vista, dalla questione e dal suo stato di fatto possono scaturire due evoluzioni sostanziali.

La prima: la nuova strada agrosilvopastorale non viene realizzata. Si perde la possibilità di sviluppare ai Piani quelle forme di economia locale legate alla silvicoltura, alla pastorizia e alla conseguente attività casearia (sempre che le potenzialità in tal senso siano effettivamente confermate) già indicate nel progetto “BeyondSnow” curato da Legambiente, il quale ha avuto nei Piani d’Erna una delle aree-pilota in forza del suo passato sciistico, nonché si limita fortemente la possibilità di organizzare eventi artistici di una certa portata (per la cui sicurezza una via di accesso alternativa ai Piani è resa necessaria dalle leggi vigenti) oltre che la mobilità dei residenti, stanziali o periodici – seppur, come visto, il sindaco di Lecco abbia assicurato che la transitabilità sulla nuova strada non sarebbe concessa nemmeno a residenti e esercenti. Di contro, si salvaguarda la peculiarità più unica che rara (almeno in questa parte delle Prealpi lombarde) del “balcone di Lecco” quale località priva di accesi motorizzati, attorno alla quale può essere rielaborata e rilanciata una conseguente strategia turistica legata alla frequentazione del tutto ecosostenibile del luogo e facendone un laboratorio di buone pratiche al riguardo, il tutto a due passi dalla iperurbanizzata area metropolitana lecchese. Inoltre, si eviterebbe il rischio che la nuova strada diventi una pista per transiti motoristici illegali (ma ovunque pressoché impuniti) e si risparmierebbe sulle inevitabili spese di manutenzione di un tracciato comunque ostico e potenzialmente soggetti a dissesti, visto il territorio nel quale si sviluppa e i danni sempre più frequenti legati al divenire della crisi climatica.

La seconda: la nuova strada agrosilvopastorale viene realizzata. Si consente lo sviluppo di tutte le attività sopra elencate e di contro ci si espone ai rischi indicati, soprattutto riguardo transiti motorizzati non consentiti (posto che i controlli della forza pubblica in loco non sarebbero così semplici) e a dissesti lungo il tracciato, che necessiterebbe di una manutenzione pressoché costante al fine di mantenere la transitabilità decente e priva di pericoli oggettivi, con relativi ingenti costi da mettere obbligatoriamente a bilancio. Di contro, si perde quella sostanziale, rara e peculiare caratteristica dei Piani d’Erna di località priva di mezzi a motore, raggiungibile solo con la funivia (nonché, usufruendo di treno e bus, senza nemmeno utilizzare l’auto), il che le dona il privilegio di una dimensione già prettamente alpestre e ambientalmente di pregio a pochi minuti dal centro di Lecco e del suo territorio iperantropizzato. Con il rischio oggettivo che, in mancanza di una precisa regolamentazione giuridica sulla fruizione della strada, che sia permanente nel tempo senza possibilità di deroghe, il transito motorizzato da e per i Piani d’Erna diventi in breve ingente e incontrollato, deteriorando completamente la dimensione alpestre prima citata.

[Un’altra veduta dei Piani d’Erna, con la città di Lecco ai suoi piedi e in lontananza la Brianza lecchese e comasca.]
Ora: tra queste due possibilità e ciò che sostanzialmente comportano, considerandone gli aspetti contrapposti in modo sovente incompatibile, si può trovare un compromesso? Ad esempio: si realizza la strada ma la si regolamenta in maniera giuridica e chiara tramite clausole invariabili nel tempo, si trova il modo di impedire efficacemente qualsiasi transito non autorizzato e si garantisce in maniera altrettanto giuridica la presenza nel bilancio del Comune di Lecco di un fondo permanente mirato alla manutenzione ordinaria e straordinaria del tracciato. Oppure: non si realizza la strada e si potenziano, nel prossimo futuro, le infrastrutture esistenti ovvero la funivia e soprattutto la teleferica per il trasporto di materiali, ferma da tempo, così da garantire a chi risiede e lavora ai Piani una plausibile accessibilità di persone e cose. Sono solo ipotesi che propongo così su due piedi, sia chiaro, tra tante altre che potrebbero essere formulate.

D’altro canto, qualcuno potrebbe pure ritenere inammissibile la necessità di un compromesso, schierandosi senza possibilità di mediazione a favore dell’una o dell’altra possibilità prima rimarcate. Di sicuro, qualsiasi scelta si compia intorno al destino dei Piani d’Erna, è indispensabile e inderogabile che al centro di tutto vi sia il luogo, la sua anima peculiare, la valenza che possiede, la bellezza del suo ambiente e del paesaggio, la consapevolezza del patrimonio che rappresenta per Lecco e per la sua comunità nondimeno che per i forestieri che amano frequentarla e lo fanno con pari atteggiamento consapevole. Molte volte, in circostanze similari, sembra che tali evidenze più che ovvie sfuggano ai decisori ovvero vengano ignorate e dimenticate a favore di mere utilità, vantaggi e tornaconti particolari: c’è da augurarsi che ciò non accada ai Piani d’Erna, ne oggi ne mai.