Il Monte San Primo e la “maggioranza turistica”

Sono più di duemilacento le firme ormai raccolte dal Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo” a difesa della maggiore elevazione del Triangolo Lariano e del suo territorio dagli insensati progetti di “sviluppo turistico” presentati dalla locale Comunità Montana e dal Comune di Bellagio, nella cui giurisdizione rientra il versante settentrionale della montagna interessato dal progetto (qui potete leggere uno degli articoli che ne dà notizia). Il quale, è sempre bene rimarcare, vorrebbe riportare lo sci ovvero impianti, piste e innevamento artificiale, a circa 1100 metri di quota, il tutto finanziato da soldi pubblici: una proposta che già da sola dimostra l’insensatezza delle azioni prospettate.

Il grande successo dell’iniziativa di raccolta delle firme è evidente: sono tantissime considerando che si tratta di firme reali, raccolte personalmente su moduli cartacei dalle associazioni che compongono il Coordinamento e non tramite una petizione on line la quale avrebbe conseguito numeri sicuramente ben più alti: ma la scelta di agire in tal modo è stata elaborata proprio per dare maggiore forza “politica” alle firme nonché per radicarle al territorio, facendone una manifestazione autentica e consapevole di protesta e diniego nei confronti del progetto turistico presentato.

Su tali basi concrete, che già raccontano molto, voglio proporre una riflessione sicuramente empirica nella forma (o forse non così tanto) ma significativa nella sostanza, che nasce da certe repliche spesso formulate contro iniziative del genere al fine di sminuirne la portata: «Sono poca roba!», «Una minoranza!» eccetera – perché ovviamente i sostenitori dei suddetti progetti danno per scontato (a se stessi, in pratica) che siano ciò che la “maggioranza” vuole e chiede loro: un atteggiamento frequente soprattutto in presenza di progetti particolarmente arbitrari e ingiustificabili che per ciò abbisognano di simili sostegni, non potendone formulare altri più solidi. Bene, proprio a tal proposito: 2.100 e più firme singole, dunque duemilacento persone, rappresentano quasi un numero triplo rispetto a quanti fruitori potrebbero attrarre le infrastrutture sciistiche che si vorrebbero installare sul San Primo. Si prendano a paragone i numeri conseguiti dalle similari infrastrutture dei Piani di Artavaggio, indicati di recente dallo stesso Sindaco del comune valsassinese (e che qui prendo formalmente per validi, anche se sarebbero da verificare con maggior precisione): 5/600 persone al giorno nei weekend invernali “normali” al netto di chi salga sui Piani non per sciare, e circa 9/1.000 in quelli tra Natale e Capodanno, periodo di maggior affluenza stagionale. Posto che le ipotetiche piste del Monte San Primo farebbero risultati inevitabilmente inferiori per numerosi motivi contingenti e per maggiori variabili ivi presenti, a partire da quelle climatiche (basti rimarcare i 1100 m di quota contro i 1600 di Artavaggio), e considerando che buona parte di chi ha firmato la petizione a difesa del Monte San Primo è composta da frequentatori piuttosto abituali della zona, si può facilmente concludere che la maggioranza, sul San Primo, è quella dei frequentatori non sciistici, di chi ha consapevolmente firmato la petizione, coloro i quali chiedono che il Monte non venga degradato da opere non solo insensate e impattanti, ma pure destinate a una fetta di frequentatori minoritaria per la quale si vorrebbero invece spendere la maggior parte dei finanziamenti in gioco per il progetto che sono – ripeto – pubblici ergo di tutti.

Ecco anche perché il progetto della Comunità Montana e del Comune di Bellagio appare così insensato: perché oltre alle criticità climatiche, ambientali, ecologiche, economiche e culturali palesa l’incapacità delle istituzioni che lo sostengono di capire dove sia il vero e proficuo sviluppo turistico del San Primo, di comprendere come a tale riguardo vi sia già un pubblico potenziale, abbondante e maggioritario, di frequentatori della montagna la cui presenza va sostenuta e non avversata con iniziative che con tutta probabilità lo allontanerebbero in cerca di altre località meno turisticamente degradate e dunque vivibili con maggior godimento. Come si fa a non capire tali palesi evidenze? Come ci si può dire buoni amministratori del proprio territorio se non si vuole considerare queste circostanze, se le si vuole ignorare solo per inseguire i propri obiettivi sostanzialmente imposti al territorio senza considerare tutte le altre possibilità?

Forse è anche per tali motivi che, come segnala il Coordinamento, a fronte dei ripetuti inviti a un confronto, le istituzioni a capo del progetto contestato continuano a non dare risposte e, in pratica, a fuggire. O, forse, sono i loro stessi rappresentanti i primi a rendersi conto dell’insensatezza del progetto ma per proprie ragioni non possono e vogliono fare marcia indietro, assumendosi così la responsabilità di sprecare, probabilmente, una gran quantità di soldi pubblici e al contempo deteriorando il territorio che rappresentano e del quale, magari, si dicono “tutori”.

Be’, non resta che augurarci che alla fine l’unica maggioranza a vincere sul San Primo sia quella del buon senso: sarebbe una vittoria autentica, preziosa e di tutti.

P.S.: qui trovate una rassegna dei numerosi articoli che nel corso dell’ultimo anno ho dedicato al “caso” del Monte San Primo.

Luca Calvi, “Lost in translation”

Come tanti altri appassionati frequentatori delle montagne, anch’io da adolescente ho letto innumerevoli libri di alpinismo, che nel tempo hanno fatto da potente combustibile alla passione per le vette che mamma e papà mi avevano suscitato portandomici spesso. In realtà sono poi diventato un’alpinista che definire «della domenica» è ben più che un complimento, vuoi anche per aver sviluppato un irrefrenabile interesse per le culture di montagna più che per le pareti e i gradi alpinistici, e vuoi perché, in tutta sincerità, dopo tante letture quei libri di alpinismo, quasi sempre autobiografici, mi sono sembrati un po’ tutti uguali e quasi sempre parecchio autoreferenziali. Inevitabilmente, per certi versi, anche no per altri ovvero nei casi in cui il ben noto atteggiamento da primedonne (in un mondo quasi del tutto maschile, peraltro) così diffuso nell’alpinismo, non di rado condito da rivalità e invidie difficilmente celabili, mi ha reso quelle letture abbastanza pesanti, pur rimanendo intatta l’ammirazione per i grandi alpinisti e le loro incredibili imprese. Ho preferito leggere altro, insomma.

Anche per ciò che ho appena denotato, Lost in translation di Luca Calvi, (Edizioni del Gran Sasso, 2023, con prefazione di Alessandro Gogna e postfazione di Alessandro Filippini) è un libro che ho subito voluto leggere, appena saputo della sua pubblicazione. Perché è un libro che parla di grandi alpinisti ma non parla di alpinismo, non nel senso che tutti si potrebbero aspettare, e dunque ho pensato potesse essere la lettura che mi riconciliasse con tale aspetto del mondo della montagna verso il quale, come osservato, avevo maturato una certa insofferenza. «E come può essere che un libro che parla di alpinisti non parli di alpinismo?» vi chiederete voi. Be’, ci riesce perché la visione che offre di questo ambito è assolutamente laterale, in tutti i sensi a partire da quello letterale (che diventa qui letterario, chiudendo il cerchio): Luca Calvi è un fenomenale traduttore, vero talento linguistico, superpoliglotta nonché grande appassionato di montagna, e per tali motivi da tempo è colui che si pone a lato – appunto! – dei grandi alpinisti stranieri di passaggio in Italia per i vari eventi dedicati alle alte quote così da tradurne le rispettive testimonianze, sia dal vivo in pubblico e sia per i loro testi, articoli e libri scritti. Ma non solo, Calvi è anche una persona di grande sensibilità e irrefrenabile simpatia, doti che nel rapporto con i personaggi tradotti diventano rapidamente empatia profonda: ciò lo fa diventare non un mero e pur notevole traslatore linguistico ma un vero e proprio alter ego di quei grandi alpinisti, dei quali sa fare proprie le inflessioni lessicali tanto quanto le intonazioni emozionali così che il racconto offerto al pubblico, oltre a essere filologicamente ineccepibile, è veramente come se provenisse dagli animi dei protagonisti – al plurale, sì, perché a quello dell’alpinista di turno Luca Calvi affianca il suo, in forza delle doti sopra citate e con la propria conoscenza culturale delle montagne e della loro frequentazione materiale []

(Potete leggere la recensione completa di Lost in translation cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Un modo “Bufo bufo” per passare la serata

Ecco un altro bel modo di passare una serata alternativa proficua oltre che divertente: aiutare i simpatici Bufo bufo – i rospi comuni presenti in tutti i nostri territori – ad attraversare le strade nelle ore serali evitando cosi il pericolo mortale delle auto in transito.

Dalle mie parti, lungo le rive del ramo di Lecco del Lago di Como, lo si può fare come lo leggete nella locandina lì sopra, mentre qui trovate altre informazioni utili al riguardo. Per chi possa partecipare è garantita una gran bella serata, statene certi!

[Foto originale di Jerzystrzelecki, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]

Notte da Gufi sul Monte di Brianza

[Il Monte di Brianza di notte, un’isola di naturale oscurità nel mezzo delle luci lecchesi e brianzole. Foto di Lino Rizzetto, tratta dalla pagina Facebook dell’Associazione Monte di Brianza.]
La conoscenza del territorio con il quale si interagisce, da abitanti stanziali o da visitatori occasionali, è un principio che ritengo ineludibile del nostro stare al mondo, e indispensabile per intessere quella relazione culturale con il paesaggio che al mondo ci fa stare e sentire bene – d’un ben-essere reciproco sia per noi che per il mondo stesso.

Posto ciò non posso che applaudire lungamente all’Associazione Monte di Brianza che continua nella sua preziosa opera di scoperta, esplorazione e conoscenza dell’omonimo piccolo/grande gruppo montuoso la cui modesta altitudine, come ho già scritto altre volte, è un dato inversamente proporzionale al grande fascino che sa offrire a chi vada lungo i suoi sentieri, scoprendo innumerevoli angoli di sorprendente bellezza nonché, in tal caso, chi li abita da secoli insieme agli umani e probabilmente molto di prima di loro.

Anche quando il buio notturno sembra celare il paesaggio, come capiterà con la Notte da Gufi di domani sera, 29 aprile, per i fortunati che vi parteciperanno (mi pare che al momento le iscrizioni siano chiuse per esaurimento posti, ma potete scrivere e chiedere maggiori dettagli al riguardo all’Associazione): peraltro, un modo di passare una serata veramente diversa dal solito e, anche per questo, assolutamente intrigante. D’altro canto, esiste un “locale notturno” più affascinante e meglio frequentato di un bosco di montagna? (La domanda è retorica, ovvio!)

«Chapeau!» insomma all’Associazione Monte di Brianza, un modello di attivismo culturale assolutamente da seguire e imitare.

La bella stagione lungo la DOL è ancora più bella!

Una nuova bella stagione è ormai alle porte, come sempre la più propizia per mettersi uno zaino con quanto di necessario sulle spalle, calzare gli scarponi e andare per sentieri di montagna a godere dell’insuperabile bellezza del paesaggio naturale in quota – e anche per sfuggire all’afa estiva che, ci si augura, quest’anno non sia così opprimente.

Torna dunque la stagione propizia per percorrere la DOL dei Tre Signori, uno degli itinerari escursionistici più affascinanti delle Alpi lombarde (e non solo), tra i pochi in Europa che partono e arrivano ovvero uniscono due città emblematiche come Bergamo e Morbegno, dunque la pianura iper antropizzata già prossima all’hinterland di Milano e la più importante valle lombarda ai piedi delle alte vette alpine, percorrendo una dorsale montuosa spettacolare e oltre modo ricca di paesaggi naturali, da quelli suburbani della partenza da Bergamo agli angoli prettamente alpini prossimi alla Valtellina, nonché d’una miriade di tesori naturalistici, artistici, storici e variamente culturali. Cinque tappe (per il percorso “classico”) che ne valgono cento e più, insomma, al cui termine lo zaino sarà ormai scarico di provviste ma stracolmo di esperienze, ricordi, visioni, emozioni e di gioia genuina.

Per tutto ciò (e per il tanto altro che la DOL offre), la guida DOL dei Tre Signori è sempre pronta e a vostra disposizione per guidarvi attraverso le meraviglie della dorsale e le sue innumerevoli narrazioni, che ne fanno una montagna affascinante da leggere conoscere e poi, mi auguro, indimenticabile da esplorare e percorrere.

Dunque, eccovi di seguito un brano dell’introduzione che apre la guida: per saperne di più al riguardo cliccate qui. Un piccolo assaggio che spero ingolosisca tanti e faccia loro fremere i piedi, vogliosi di incamminarsi lungo la dorsale, ma anche che riaccenda il ricordo e il desiderio di tornarci a chi l’abbia già percorsa, parzialmente o integralmente.

[© Moma Edizioni – Riproduzione riservata.]

[…] Vista dalla pianura bergamasca o dal Parco dei Colli di Bergamo, appena oltre la celeberrima Città Alta, la DOL si innalza come una scala che sale al cielo e fugge verso le montagne con una cresta elegante da cui è possibile vedere un’ampia parte della cerchia delle Alpi, la grande scacchiera della pianura e gli Appennini perdersi in un’azzurra lontananza verso Sud. A questo vanno aggiunte la bellezza e la varietà del paesaggio, la presenza costante di fauna e flora che accompagnano i camminatori lungo gran parte del percorso, la ricchezza dei segni culturali, artistici e rurali con cui le genti che la abitano ne hanno definito lungo il tempo l’identità peculiare.
La DOL va immaginata come un fiume di pietra e prati che scorre alto sopra le nostre teste, raggiunto da sentieri i quali, come affluenti che fluiscono verso l’alto, salgono da vallate ricche di storia e tradizioni: Val San Martino, Valle Imagna, Valsassina, Val Taleggio, Val Brembana, Valvarrone, Val Gerola e Valtellina. Nella guida al cammino della DOL cercheremo di suggerirvi degli spunti anche per cogliere l’intreccio che c’è stato nel corso del tempo tra uomo e Natura. È questo intreccio secolare e profondo che ha reso questi luoghi come li vediamo oggi e ne ha forgiato il carattere culturale.
Thomas Stearns Eliot scriveva che esiste un “provincialismo del tempo” che fa credere che tutto sia sempre stato così come noi lo vediamo nell’epoca in cui viviamo. Nello scrivere la guida, per sfuggire a questo tipo di “provincialismo”, cercheremo di fare in modo che appaiano evidenti agli occhi del lettore le più significative trasformazioni che la dorsale ha conseguito nel tempo e non solo: avremo addirittura la presunzione di tracciarne un virtuoso sviluppo futuro che sarà possibile solo se il lettore si lascerà coinvolgere nella riscrittura della storia del territorio. Come? Semplicemente percorrendo il cammino con attenzione e cura nei riguardi di tutto e tutti, acquisendo la consapevolezza del suo valore e di quello dei “tesori” che offre, acquistando cibo o altri prodotti nati sulla montagna o nelle vallate che dalla dorsale fluiscono verso la pianura.
Anche da lontano si possono scorgere, sparsi come manciate di perle sui crinali, contrade e borghi abbandonati negli anni Sessanta del secolo scorso, quando gli abitanti vennero incantati dagli scaltri pifferai magici del boom economico. Quasi sempre le strade tracciate per portare benefici alle montagne sono diventate vie di fuga da una vita troppo dura per reggere il confronto con quello che stava succedendo al piano e con gli agi che la vita laggiù sembrava offrire. Oggi, fortunatamente, alcuni di questi borghi stanno cominciando a rinascere sfruttando al meglio le innovazioni tecnologiche e la rivoluzione informatica che ha mostrato la capacità di sovvertire i fenomeni di degrado economico, culturale e sociale del quale le terre alte hanno sofferto per decenni, anche in forza di un turismo del tutto dissociato dal loro contesto storico. Finalmente le statistiche segnalano un lieve incremento legato in molti casi a giovani che mostrano non soltanto di voler ancora sognare, ma che stanno mostrando di saper tradurre il sogno di una vita più legata alla Natura in una realtà quotidiana sostenibile e consapevole.
È un processo di importanza fondamentale, questo, perché l’identità dei luoghi montani, e di un territorio così profondamente vissuto come quello percorso dalla DOL in particolare, vive della vita delle genti che li abitano e non solo facendone una mera residenza ma sapendo intessere una relazione intensa e armoniosa, il cui valore si riflette poi negli abitanti stessi e nel loro essere testimoni consapevoli e preziosi della bellezza dei monti su cui vivono. […]