Camminare sulle parole #1

(Una serie di articoli dedicata al mio intervento per ALT[R]O FESTIVAL 2020: per saperne di più cliccate qui.)

[Per ingrandire l’immagine cliccateci sopra.]

Tullio Dandolo (la cui citazione ho tratto da Paolo PaciL’Orco, il Monaco e la Vergine. Eiger, Mönch, Jungfrau e dintorni, storie dal cuore ghiacciato d’Europa, Corbaccio, 2020, pagg.12-13) è stato uno dei numerosi che, nel suo viaggio attraverso le Alpi (una sorta di Grand Tour alla rovescia, dall’Italia verso Nord), ne ebbe un’impressione terribile, niente affatto “bella” (anzi, gli parvero un «ributtante spettacolo», persino!), scrivendo quelle sue impressioni nel 1829, dunque proprio all’inizio della moderna “era” turistica alpina che stava costruendo e sviluppando i suoi immaginari estetico-culturali. D’altro canto un personaggio ben più celebre e importante, Hegel, a sua volta delle Alpi scrisse: «Dubito che il teologo più credulo oserebbe qui, su questi monti in genere, attribuire alla natura stessa di proporsi lo scopo dell’utilità per l’uomo, che invece deve rubarle quel poco, quella miseria che può utilizzare, che non è mai sicuro di non essere schiacciato da pietre o da valanghe durante i suoi miseri furti, mentre sottrae una manciata d’erba, o di non avere distrutta in una notte la faticosa opera delle sue mani, la sua povera capanna e la stalla delle mucche.»

Invece oggi il paesaggio alpino e montano rappresenta per chiunque una delle quintessenze terrene del concetto di bellezza. Peccato che, come indirettamente Dandolo e Hegel riportano, prima dell’avvento del turismo, il concetto di “bellezza” in montagna non esisteva: l’hanno portato e imposto nelle Alpi i viaggiatori dei Grand Tour dall’Ottocento in poi, conformandolo su stilemi estetici pittorici (e pittoreschi), romantici, industriali, metropolitani e meramente ludico-ricreativi che con i monti non c’entravano (e non c’entrano nemmeno oggi) granché. Semmai, per i montanari era “bello” ciò che era funzionale, che serviva a sopravvivere in quota: ad esempio il bosco perché dava la legna, non perché fosse misterioso e affascinante, il prato perché consentiva il pascolo del bestiame, non per la vividezza del verde dell’erba, eccetera. Ecco, forse si dovrebbe tenere più presente questa evidenza, quando decidiamo di stabilire cosa sia bello e cosa no nel paesaggio montano. D’altronde, al riguardo: e se le nostre convinzioni circa ciò che è “bello” o “brutto” non fossero così giustificate e giustificabili come crediamo? Se dovessimo rimetterle in discussione, noi per primi che le formuliamo e le usiamo come ordinari metri estetici di paragone, per capire se siano effettivamente sostenibili?

Non che per quanto sopra si debba tornare a (non) considerare il bello come facciamo oggi ma come facevano i montanari d’un tempo (la cui vita assai grama probabilmente toglieva pure la voglia e la sensibilità verso il “bello estetico” e la conseguente emozione verso i quali noi oggi siamo così sensibili!) e additare i monti come “spettacoli ributtanti”. Ma, appunto, potrebbe essere interessante cercare di giustificare, noi con e per noi stessi, le nostre valutazioni estetiche, di supportarle con riscontri oggettivi e con considerazioni culturali, di percepire l’emozione del bello e non mantenerla in “superficie” nel nostro animo ma sprofondarla in esso ovvero approfondirla, comprenderla maggiormente, acuirne il senso e il valore. Potrebbe diventare, quella bellezza che stiamo valutando, ancora più bella, oppure svelarsi come altro, chissà!

Potremmo ad esempio scoprire che aveva ragione, al riguardo, un altro grande personaggio dell’arte e della cultura umane più contemporaneo a noi, John Cage, quando scrisse che «La prima cosa che mi chiedo quando qualcosa non sembra bello è perché credo che non sia bello. Basta poco per capire che non ce n’è motivo.» (citato in AA.VV., Il libro della musica classica, Gribaudo, 2019, pag.304.) Un’osservazione sagace e illuminante, vero?

La bellezza di ALT[R]O FESTIVAL

È stato veramente bello, per me, partecipare all’edizione 2020 di ALT[R]O FESTIVAL, andata in scena lo scorso fine settimana tra Sondrio e la Val Malenco (un po’ di rassegna stampa la trovate qui, qui e qui). Bello aver potuto dare una mano – per quanto mi è stato possibile – insieme agli altri protagonisti di questa seconda edizione, a sviluppare un evento tra i più originali e innovativi tra quelli che si realizzano sulle montagne italiane nonché, senza dubbio, uno dei pochi che facciano della montagna la protagonista attiva e l’entità fondamentale, non la mera scenografia o il “prodotto” da vendere (in base a interessi altri, però). Un’esperienza culturale collettiva che come poche altre sa offrire nuove vie, visioni, narrazioni, speranze alla montagna italiana, quanto mai bisognosa di sfuggire definitivamente da certi paradigmi turistico-commerciali, ormai sempre più avulsi dalla realtà montana attuale e reiterati soltanto per vantaggi politici e tornaconti particolari, che ne stanno soffocando ogni valore, oltre che qualsiasi buon futuro.

Eccovi una rapida cronaca video e fotografica di ALT[R]O FESTIVAL 2020:

Il mio intervento, “Suggestioni di lettura di strada. Camminare sulle parole”, che si è realizzato sabato 26 settembre in tre appuntamenti nel tratto tra le località di Prato e di Tornadù del Sentiero Rusca, il quale da Sondrio sale a Chiesa Valmalenco (e prosegue poi come itinerario escursionistico fino al Passo del Muretto, ai confini con l’Engadina) l’ho rapidamente illustrato qui. Avendo (a quanto pare) riscontrato il consenso e l’interesse di tutti, lo voglio riproporre qui sul blog per chiunque non fosse presente quel giorno in Valmalenco in una serie di articoli ciascuno dedicati a una delle citazioni letterarie che sono state impresse con la tecnica dello stencil sul fondo di quel tratto di Sentiero Rusca, trasformandolo in un vero e proprio cammino letterario – nel senso più letterale del termine, dacché si cammina veramente sulle parole – sul tema e sulla concezione del “bello” (e del “brutto”) nel paesaggio di montagna. In questo modo anche chi non era presente e non ha potuto usufruire della mia “guida” lungo il cammino letterario potrà percorrerlo portando con sé osservazioni, delucidazioni e stimoli utili ad una miglior comprensione delle varie citazioni e del cammino nel suo complesso.

Lunedì 5 ottobre troverete il primo articolo della serie sulla citazione iniziale, quella che apre il cammino; nei giorni seguenti potrete leggere gli altri e le successive citazioni.

Dunque, buon cammino letterario!

Paolo Paci, “L’Orco, il Monaco e la Vergine”

Racconta una leggenda che un tempo, tra le più alte montagne della Svizzera Centrale, vi fu un bruto, un “orco” anzi, che attentò alle virtù virginali di una giovane la quale venne salvata da un monaco, che si frappose tra i due per salvaguardare le virtù della fanciulla. Chissà poi per quale metatesi geografico-toponomastica, le tre figure diedero il nome alle grandi montagne che sovrastavano le loro terre: Eiger, l’“Orco”, Mönch, il “monaco”, Jungfrau, la “vergine” o “fanciulla”. Parrebbe una leggenda scaturente da chissà quali antiche narrazioni; in verità è una storiella ottocentesca, nata ai primordi dell’era turistica alpina per suggestionare e attrarre i viaggiatori che dal Nord Europa giungevano sulle Alpi Svizzere lungo i propri Grand Tour. In ogni caso è anche così, grazie a questi pittoreschi nomi, che nella famosa triade dell’Oberland bernese, con al traino l’intera regione montana del Canton Berna, identifichiamo e riconosciamo alcune tra le vette alpine più famose al mondo – probabilmente le più famose e conosciute anche iconograficamente, con il Cervino e il Monte Bianco. D’altro canto i tre gioielli alpini di roccia e ghiaccio sono incastonati in un territorio che senza alcun dubbio è tra i più spettacolari al mondo, ricco di laghi, fiumi, valli, boschi e alpeggi, un’infinità di vette secondarie ma non per questo meno scenografiche, ghiacciai, forre, gole, cascate e paesaggi da cartolina con villaggi pittoreschi, castelli monumentali, hotel da sogno, attrazioni d’ogni sorta e innumerevoli altri elementi geografici, morfologici, antropici – insomma, un piccolo-grande mondo montano che forse solo in Svizzera si può trovare o, poteri anche dire, solo gli svizzeri hanno saputo inventare.
Similmente, questo piccolo-grande mondo montano elvetico è ricco, anzi, letteralmente ingolfato di storie, fatti, eventi, imprese, episodi, cronache con protagonisti personaggi, reali o fantastici, più o meno celebri e comunque tutti quanti in grado di raccontare narrazioni affascinanti che Paolo Paci  scrittore e giornalista di viaggio milanese, ha raccolto durante il suo personale vagabondaggio nell’Oberland e poi registrato ne L’Orco, il Monaco e la Vergine. Eiger, Mönch, Jungfrau e dintorni, storie dal cuore ghiacciato d’Europa, (Corbaccio, 2020), sorta di diario in forma di reportage del proprio viaggio, a volte più cronachistico, altre più confidenziale – o meno giornalistico []

(Leggete la recensione completa di L’Orco, il Monaco e la Vergine cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Nuvole

Potrei passare ore e ore – e giorni interi per numerose ore – a osservare il moto delle nubi nel cielo, senza mai stancarmi. Anche perché non sarebbe mai la stessa visione, anche in quei brevi istanti nei quali così sembrerebbe: tutto cambia di continuo, come un dipinto che si rinnovi ad ogni minimo istante mutando senza sosta l’aspetto e il valore estetico della sua “tela”.

Steso su un prato in montagna, così da avere il cielo più terso possibile e le nuvole più vicine, mi immergo con lo sguardo in quel mare celeste nel quale le forme vaporose più o meno evanescenti vagano in modo apparentemente casuale ma che tale invero non è…  Dunque, ecco che mi diverto a intuire le correnti che le nubi “navigano”, il moto e la direzione, a indovinarne la quota, a valutarne colori e sfumature con i relativi “messaggi” meteorologici, a immaginare su quali algoritmi naturali (e per ciò sfuggenti alla mia comprensione) le nubi cambiano forma, densità, consistenza, facendo parimenti cambiare forma ai “buchi” d’azzurro che lasciano liberi in cielo e che a loro volta determinano forme i cui contorni mi pare di riconoscere e poter identificare in innumerevoli cose.

È una danza costante, di bellezza unica, quieta ed evanescente tanto quanto inarrestabile, che appunto ogni volta cambia aspetto e narrazione alla volta celeste senza mai riprodurre la stessa “coreografia” e la cui sublime leggerezza, tramite la sua visione, mi si riproduce nell’animo. Ma, non è, questo, uno stare lì “con la testa tra le nuvole”, come si potrebbe pensare e dire in tali circostanze: no, nessun sovrappensiero, deconcentrazione o straniamento anzi, l’opposto. Una visione concentrante, invece, che aiuta ed eleva la riflessione “sollevandomi” dalle cose terrene e da certe loro pesantezze per godere della condizione ideale ad approfondire i pensieri, i quali fluttuano liberi nella mente un po’ come quelle nuvole nel cielo, incontrandosi, miscelandosi, amalgamandosi così da generarne di nuovi e diversi.

È una fonte peculiare, quasi insuperabile di calma, distensione, serenità vivide e frementi, e parimenti energia, dinamicità e vitalità ma placide e delicatamente fluide, niente di troppo fiacco o troppo intenso, in modo che possa recepirle e metabolizzarle totalmente fin dal momento in cui distoglierò lo sguardo da lassù, mi alzerò dal mio giaciglio prativo e tornerò, o meglio ridiscenderò, in tutti i sensi – al mondo e alle cose di tutti i giorni. E fino al prossimo, “necessario” spettacolo nuvoloso, che mi auguro possiate e vogliate godere anche voi!

Quelli che “se la tirano” e Herbert Von Karajan

[Bernstein, Böhm e Karajan. Fonte: Wikimedia Commons.]
Stavo dissertando con un’amica di come, nella società di oggi, la mancanza di talenti, di doti e di capacità sia ormai stata elevata a (aberrante) “motivo” di importanza e prestigio, al punto che più uno “se la tira”, come si dice in tali casi, meno ha ragioni e giustificazioni per farlo. Eppure, viene di conseguenza osannato da tanti, nemmeno fosse un genio, un fuoriclasse, un fenomeno assoluto. La nullità inopinatamente spacciata per valore e imposta come tale, insomma.

A tal proposito, mi torna sempre in mente un classico e divertente aneddoto che sembra fare da necessaria eccezione a confermare la “regola” suddetta, una storiella che narra di come, un giorno, Leonard Bernstein, Karl Böhm e Herbert Von Karajan (tre giganti assoluti della musica classica nel Novecento, inutile dirlo) si ritrovano insieme e si mettono a discutere su chi sia il più grande tra i direttori d’orchestra. La discussione si anima e Bernstein ad un tratto sbotta: «Dio mi è apparso e ha detto che sono io!». Al che Böhm scuote la testa: «Impossibile, è apparso anche a me e ha detto che sono io!». A quel punto interviene Karajan: «Strano, non mi pare di aver mai detto niente del genere!»

Ecco. Mi diverte sempre ricordarla.
Per dire, poi, come cambiano i tempi e le cose del mondo, già.
In fondo l’Olocene, l’era nella quale viviamo definita in modo assai consono anche Antropocene, è pure e non poco il Tipotacene (da Τίποτα, “niente”).