L’autoreferenzialità della politica, in montagna

Se è sostanzialmente superfluo (ma forse non così ovvio come sembrerebbe) affermare che le opere umane in ambito pubblico si possono (anche) catalogare in due principali categorie, quelle autoreferenziali e quello no, lo è pure rimarcare che l’appartenenza all’una o all’altra è spesso determinata dalla tipologia dei soggetti che ne sono artefici e fautori, il che rende pressoché lapalissiano denotare che, quando la tipologia in questione è quella dei politici, la natura autoreferenziale delle opere suddette è – lo affermo con sarcasmo amaro – praticamente dominante [1].

Ciò che invece risulterebbe meno scontato ma lo diventa in forza della relativa realtà di fatto, al punto da apparire tanto fenomenologicamente significativo quanto inquietante, è che le opere più autoreferenziali risultano spesso quelle che meno dovrebbero esserlo in relazione al contesto nel quale vengono realizzate. In montagna, ad esempio, ambito naturalmente “referenziale” per eccellenza (nel senso che gli elementi della geografia alpestre non possono certo essere tacciati di autoreferenzialità!): i territori montani dovrebbero richiedere interventi armonici e in relazione con le referenze del paesaggio culturale in loco – cioè referenziati ad esso, appunto – e invece troppo spesso si assiste a interventi assolutamente disarmonici e decontestuali, che appaiono «esclusivamente basati su se stessi e sui propri desideri, non curandosi dei rapporti con altre realtà» – è la definizione di “autoreferenziale” che si può leggere su un dizionario, guarda caso.

Perché, maledizione, la politica si dimostra così miope, così imprevidente e gretta, tanto più in ambiti le cui delicatezza geografica e identità culturale, nonché la cui bellezza emblematica, imporrebbero ben più attenzione e coscienziosità alla base di qualsiasi intervento? Quale sia nella forma non conta poi: non è questione di cosa si fa ma di come si fa, e subito dopo di perché si fa. Se le risposte a queste domande tornano in un modo o nell’altro alla stessa fonte originaria, cioè a chi se le dovrebbe porre (a prescindere che probabilmente nemmeno lo faccia, temo), vuole dire che l’autoreferenzialità è assicurata, in modo inversamente proporzionale al valore delle peculiari referenze in loco. Ancor più, poi, se quella natura autoreferenziale viene smaccatamente nascosta dietro proclami di “virtù” e “armonie” a favore del luogo, solitamente declamati nella forma di slogan simil-propagandistici – pratica nella quale la categoria dei politici sopra citata è maestra assoluta, altra cosa che è superfluo denotare.

Esempi palesi – visto che sto disquisendo di montagne – sono molti interventi a scopo turistico-commerciale realizzati nelle località montane, fatti apposta perché l’amministrazione pubblica di turno se ne possa vantare, appuntare al petto come sfavillante medaglia e li possa “vendere” nella propria prossima campagna elettorale, ma circa i quali una rapida analisi mette subito in luce l’assenza di qualsiasi riflessione culturale alla base di essi, la percezione vivida di un’operazione priva di relazione e rapporti con il contesto d’intorno (salvo quelli forzati e appositamente falsati, dunque da omettere e semmai da considerare come ulteriori pecche) e la palese autoreferenzialità, funzionale al conseguimento di meri scopi di propaganda.

Cari amministratori pubblici che vi occupate di cose di montagna: le vostre opere spesso così palesemente autoreferenziali, che realizzate ordinando a esse di farvi ottenere dei rapidi (dunque rapidamente spendibili) tornaconti materiali e d’immagine, la montagna ha il potere di renderle subitamente insensate o grottesche se non proprio ridicole. Non ve ne rendete conto? Può darsi, ci mancherebbe: dunque sarebbe bene che, prima di realizzarle, provaste a meditarci sopra un poco di più e magari a farvi consigliare non solo dai soggetti del vostro entourage che probabilmente sanno già di dovervi dire ciò che voi volete sentirvi dire. Di gente competente al riguardo ce ne tanta, in giro, e con numerose idee brillanti: basta osservare un attimo fuori dal vostro guscio nel quale a volte vi rintanate e la vedrete (forse la riconoscerete per come vi stia guardando, con quello sguardo accigliato o magari un po’ torvo). Statene certi: da queste reiterate meditazioni partecipate potranno uscir fuori idee, progetti e opere ben più belle e virtuose di tante altre così autoreferenziali dacché poco o nulla ponderate e, per questo, così da subito palesemente malfatte. Voi stessi ne trarrete dei gran vantaggi e non aleatori come i vostri attuali ma pure duraturi, ben oltre le prossime elezioni. Inoltre, e soprattutto, ne gioverà grandemente il territorio del quale siete i primi (o tra i principali e più politicamente autorevoli) rappresentanti. Un do ut des virtuoso e nobilitante, insomma.

Scommettiamo?

[1] Ciò, sia chiaro, non significa automaticamente che l’opera e le azioni dalle quali scaturisce sia qualcosa di negativo o riprovevole, tuttavia anche qui si può affermare che la statistica al riguardo delinea una situazione piuttosto chiara, almeno per quanto riguarda la realtà italiana.

Una cartolina dalla Vadrec del Forno

Forse qualche volta vi sarete chiesti (come me) il perché sulle Alpi vi siano dei ghiacciai, dunque qualcosa di ineluttabilmente legato a un’idea di freddo intenso, che invece portano il nome “Forno” o “Forni”, cioè qualcosa di indubbiamente legato a un’idea di calore estremo – il Ghiacciaio o Vadrec del Forno in Val Bregaglia (nella cartolina qui sopra) e quello dei Forni in Valtellina sono due esempi tra i principali al riguardo, mentre un altro Ghiacciaio del Forno si trova in Val Formazza.

In effetti il caldo c’entra con questi toponimi, che nascono dai processi di fusione del ghiaccio nei mesi estivi che diventa acqua la quale penetra nel corpo del ghiacciaio attraverso i crepacci presenti sulla superficie, raggiungendone la base. Qui scorre fino alla fronte per uscire dalla massa glaciale attraverso le “porte” del ghiacciaio, con gallerie che possono avere diametri di parecchi metri dalle quali si riversano le turbolente acque grigiastre degli scaricatori glaciali. Queste “porte del ghiacciaio” assumono spesso l’aspetto di grandi “bocche” simili a quelle di un forno, da cui proviene il toponimo in questione.

Per la cronaca, il toponimo tedesco firn o ferner, che letteralmente significa “vedretta” (come vengono chiamati i ghiacciai nelle Alpi centro-orientali e, nella forma romancia “vadret” o “vadrec”, nei Grigioni), lo si potrebbe pensare simile e assonante con il termine “forno” ma in realtà ha un’origine differente, che probabilmente deriva dalla parola altotedesca firni, “vecchio”. Infatti anche “vedretta” viene dal basso latino nivem veterem o veterictam, che significa “neve vecchia” nel senso di neve accumulatasi nel tempo, che è poi il processo fondamentale grazie al quale si formano i ghiacciai.

(La foto della cartolina è di Luca CasartelliCC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons.)

Si stava meglio quando si stava… in treno!

In questo nostro tempo presente fatto di inquinamento cronico, strade intasate, prezzi dei combustibili alle stelle e al contempo di bisogno ormai impellente d’una riconversione ben più ecosostenibile dei nostri trasporti, sia compiuti per dovere o per diporto, e in generale del comune modus vivendi quotidiano, non si può che restare vieppiù sgomenti di come l’Italia, tra il dopoguerra e gli anni Settanta del Novecento, abbia dilapidato un meraviglioso patrimonio di ferrovie locali facendone tabula rasa per far bellamente trionfare i trasporti su gomma – e, ovviamente, chi se ne faceva propugnatore. L’elenco delle reti ferroviarie dismesse, molte delle quali peraltro oggi avrebbero un potenziale turistico semplicemente enorme, è lungo tanto quanto desolante, o irritante: qui ne trovate uno, di tali elenchi, che tuttavia mi viene da ritenere incompleto. Nel frattempo, c’era un paese confinante con l’Italia che procedeva in senso totalmente opposto, la Svizzera, oggi dotata di una delle reti ferroviarie più efficienti e turisticamente apprezzate del mondo. Un altro pianeta, insomma.

Dalle mie parti ve ne una, duplice, di dismissione maledettamente esemplare di reti ferroviarie che oggi risulterebbero oltre modo preziose: le Ferrovie delle Valli Bergamasche – Val Brembana e Val Seriana – le quali vennero chiuse tra il 1966 e il 1967 generando così, oltre a numerosi altri danni, due delle zone montane più intasate di traffico stradale del Nord Italia. Di una di queste ferrovie orobiche, quella brembana (peraltro, coi loro ponti, i viadotti, le gallerie, le stazioni, dei notevoli capolavori di ingegneria), io e gli altri due autori – Sara Invernizzi e Ruggero Meles – ne abbiamo scritto, pur succintamente, nella guida DOL dei Tre Signori, dal momento che il trekking che da Bergamo giunge fino alla Valtellina cavalcando la meravigliosa dorsale montuosa tra la bergamasca e il lecchese, nella sua prima tappa che termina a Roncola San Bernardo, incrocia la linea ex ferroviaria e la percorre per un buon tratto, essendo stata trasformata nella Ciclovia della Val Brembana. Una riconversione certamente lodevole, per un’opera rimasta a lungo chiusa e cadente (lo è ancora, per quanto riguarda certi stabili di servizio alla linea – stazioni, depositi, cabine elettriche, eccetera – tutt’oggi abbandonati), che tuttavia non riesce a dissolvere l’amarezza nel constatare quanto virtuosa poteva essere la realtà presente e invece non fu. Tanto più che oggi la linea della Valle Seriana è stata in parte ricreata – ovviamente con materiale contemporaneo – mentre quella della Val Brembana lo sarà a sua volta nei prossimi anni, seppur entrambe con funzione principale di trasporto suburbano più che miratamente turistico, e pressoché senza scopi di trasporto industriale. Ovvero, si sono dovuti spendere parecchi soldi pubblici per ricreare, e solo parzialmente, ciò che già c’era. Al netto dell’apprezzabile utilità attuale, una gran genialata, vero?

Tornerò comunque a breve sull’argomento, con alcune testimonianze di diverso segno che se da un lato rimarcano la desolazione suddetta su quanto accaduto in passato, dall’altro indicano alcune interessanti e preziose possibilità di recuperare, almeno in certi luoghi, il tempo perso e le occasioni smarrite di viaggiare in territori pregio e goderne i paesaggi in modo comodo, sostenibile e affascinante, presentandosi come modelli emblematici da studiare e, per quanto possibile, imitare.

Insomma: vi inviterò nuovamente in carrozza presto!

La dote rara dei Piani di Nava

Ogni volta che raggiungo e poi attraverso i Piani di Nava, come la prima volta rimango piacevolmente sorpreso della bellezza particolare di questo angolo di Valsassina.

Sarà perché salendoci dalla via d’accesso principale, la carrabile cementata che sale da Baiedo – piuttosto monotona, anche se a tratti regala scorci interessanti – il bosco che l’avvolge termina quasi di colpo e, dopo una leggera svolta sulla destra, oltre una vecchia casa, ecco che i Piani è come se apparissero all’improvviso in tutta la loro ariosità morfologica, scintillanti di ogni tonalità che il colore verde può presentare. L’impressione è quella di un sipario frondoso che si apra all’istante così che ci si ritrovi su un palcoscenico di rara bellezza, sul quale tuttavia sono gli attori che diventano spettatori di un paesaggio soave e ospitale i cui elementi geografici e antropici “recitano” – son loro gli “attori protagonisti”, già – un copione inaspettato e coinvolgente. Gli ampi prati ondulati, le case che li punteggiano, le staccionate che disegnano i meridiani e i paralleli della piccola geografia locale, il bosco d’intorno e, attore non protagonista ma assolutamente presente, lì in alto a sinistra, la possente mole del Pizzo della Pieve, il quale sembra dare le spalle ai Piani ma non per scortesia, semmai per evitare di mostrare ai viandanti il suo vasto, ombroso e per certi versi inquietante versante nord est, la celebre “Parete Fasana” (dal nome di Eugenio Fasana che per primo la vinse insieme a Vitale Bramani, l’inventore della suola “ViBram”) ovvero l’“Eiger delle Grigne”, che s’innalza dal fondovalle della Valsassina per quasi 1700 metri dei quali 800 di parete rocciosa.

Ma della particolare bellezza dei Piani di Nava spicca al primo sguardo una peculiarità oggi non così frequente, sui monti: la notevole cura che i proprietari di stabili e terreni in loco evidentemente dedicano al luogo. I prati sono ben tenuti e regolarmente sfalciati, buona parte delle case sono ristrutturate e abitate e poche quelle che abbisognerebbero di interventi, le legnaie mirabilmente ordinate, la strada che attraversa l’altopiano (in verità i Piani di Nava sono una convalle, ma uso quel termine per maggior comprensibilità) anch’essa ben manutenuta, nulla appare fuori contesto o eccessivo. Sembra quasi un angolo di Svizzera finito chissà come all’ombra delle Grigne, il frutto di una relazione che mi verrebbe da credere ancora viva, solida e premurosa, quasi affettuosa degli abitanti con il luogo, sì che il paesaggio conseguente rifletta in maniera chiara tale armonia che contribuisce a acuirne il fascino e l’attrattiva. D’altro canto, e in tal senso, la gradevolezza del luogo determina in qualche modo nel viandante la speciale percezione della sua delicata bellezza, e l’impressione che chiunque transiti dai Piani debba osservare verso il luogo un’attenzione particolare, se possibile anche maggiore rispetto a luoghi montani più selvatici e rudi. Inoltre che, il viandante il quale giunga lassù, debba ugualmente porre attenzione alla comprensione della peculiare armonia locale tra uomo, territorio e paesaggio: una dote rara, come detto, nonché preziosa, emblematica per ogni altro luogo montano e oltre modo pedagogica per chiunque frequenti i monti, i quali sono quasi sempre (le eccezioni risultano rarissime) il frutto della più virtuosa interazione tra uomo e Natura. Ed è inutile rimarcare che questa interazione troppo spesso non genera frutti – e relazioni, luoghi, paesaggi – altrettanto virtuosi. Anche per questo, ribadisco, i Piani di Nava sono un angolo alpestre così bello, da salvaguardare quanto più possibile.

P.S.: non trovate altre immagini dei Piani di Nava da me prodotte, salvo quella recente lì in testa al post, perché non credo di essere un così bravo fotografo, e dunque lascio il compito a quelli veramente bravi le cui immagini dei Piani potete trovare facilmente sul web.

Due idee diverse di “montagna”

Ringrazio di cuore la redazione de “La Provincia di Lecco” e in particolar modo Fabio Landrini per aver dato spazio alle mie osservazioni sui lavoro in corso nel comprensorio dei Piani di Bobbio, pubblicate qui sul blog venerdì scorso (24 giugno), al punto da onorarle dell’ottimo articolo uscito sull’edizione cartacea del quotidiano di sabato 25.

Ugualmente ringrazio “ValsassinaNews” che a sua volta ha ripreso quelle mie osservazioni in un articolo pubblicato nella stessa giornata, nel quale è ospitata anche la “replica” di Massimo Fossati, amministratore delegato di ITB ovvero la società che gestisce il comprensorio sciistico dei Piani di Bobbio: ringrazio anche lui per le opinioni espresse e per la pacatezza della sua replica.

Posso capire che il signor Fossati non “capisca” – mi permetto tale gioco di parole – il senso autentico del mio articolo, che non mira direttamente al “bersaglio” ai lavori in corso, seppur la posizione personale al riguardo sia chiara e inconfutabile, e parimenti “capisco” che le sue opinioni siano basate principalmente sull’utilità di quei lavori dal punto di vista del gestore della società che ne beneficerà e della quale è il CEO. Semplicemente, abbiamo due visioni differenti della montagna: quella di Fossati, inesorabilmente mediata e condizionata dal suo incarico, guarda ai territori montani (ovvero ai Piani di Bobbio nello specifico) come a un bene economico da far godere mettendolo in vendita nel modo migliore possibile, a vantaggio di chi lo gestisce; io, e quelli come me, guardo alla montagna (qualsiasi essa sia e ovunque sia) come a un bene culturale del quale godere preservandolo da ogni possibile svendita materiale e da opere banalizzanti, a vantaggio di chiunque. Il mio punto di vista non esclude affatto interventi antropici – fin dal primo momento nel quale ha cominciato ad abitarla, l’uomo ha modificato la montagna per poterci (soprav)vivere meglio, lo ribadisco – basta che quegli interventi siano consoni, contestuali alle caratteristiche del luogo, realmente utili all’intero territorio interessato, sensati e sostenibili da ogni punto di vista, non soltanto quello ambientale. Il punto di vista di chi oggi gestisce un comprensorio sciistico come quello dei Piani di Bobbio sembra invece quello di escludere ormai a priori qualsiasi consonanza, contestualità, sensatezza, sostenibilità di un’opera, se questa porterà un vantaggio all’attività di gestione imprenditoriale e economica – di natura privata, sia chiaro – del comprensorio stesso. Posizione comprensibile, dal punto di vista dell’imprenditore, ma forse non da molti altri e, soprattutto, una posizione che non giustifica in nessun modo opere e interventi che palesemente risultino oltre il limite di sostenibilità – e di tutto il resto – che il territorio in oggetto può ammettere, sia geograficamente che culturalmente.

Quello che il signor Fossati non capisce – ma uso il termine metaforicamente, con tutto il rispetto del caso – e ha determinato le osservazioni riportate da “ValsassinaNews”, è proprio quanto ho appena espresso, cioè il senso vero del mio articolo originario: non una critica diretta ai lavori in corso (che è presente nelle mie parole e semmai è indiretta) ma un’analisi preoccupata sull’impatto antropologico (mi permetto la “parolona”) e culturale in genere di quel tipo di gestione d’un territorio montano – prealpino, di media montagna, dotato di caratteristiche peculiari, in inevitabile balia dei cambiamenti climatici in corso – sul luogo, sul suo paesaggio, sulla percezione di esso da parte di chi lo fruisce, sulla sua storia e sulla sua identità anche rispetto al territorio circostante. Per tali motivi nel mio articolo ho chiesto, retoricamente, se quella dei Piani di Bobbio sia ancora montagna. La questione non è se a lavori finiti l’erba crescerà più o meno bella di prima, ma se quell’erba, quel terreno, quella morfologia possano ancora essere definiti un valore originale dei Piani di Bobbio o se diventino soltanto il risultato artificiale di una progettazione meramente mirata, ripeto, a adattare il luogo alle esigenze economiche di chi lo gestisce commercialmente e, dunque, a venderlo meglio. Secondo me, una montagna del genere non è più montagna, è un simulacro di essa sia geomorfologicamente, sia culturalmente e sia come “idea” stessa di montagna ovvero di ambiente naturale montano pur antropizzato. Naturale, appunto: dov’è ormai la Natura, lì (e in tutte le altre località simili), se la forma della montagna è stata modificata, l’erba seminata e non spontanea, la neve è artificiale e non caduta dal cielo, lo specchio d’acqua in mezzo alle piste un bacino artificiale inaccessibile e dunque nemmeno vendibile come “laghetto alpino”… ripeto, di nuovo: è ancora montagna, questa? E, per essere chiari, non è nemmeno una questione di vetustà sciistica dei Piani, come asserisce il signor Fossati: forse perché una qualsiasi opera umana è ormai da ritenersi “storicizzata” si può pensare di protrarla a oltranza anche quando le condizioni che un tempo c’erano e ora non più la rendono ormai perniciosa per il territorio (e per i bilanci della società stessa che la promuove) oltre che – lo dico con tutta la tristezza del caso – inesorabilmente prossima alla fine?

Personalmente temo che quelli che un tempo erano i Piani di Bobbio, luogo altrimenti meraviglioso al quale sono molto legato, stiano diventando l’ennesimo parco divertimenti turistico-sciistico in quota (lo erano già, ora lo sono fin troppo platealmente) cioè un non luogo montano, per usare la celebre definizione di Marc Augé: uno spazio ormai privato della sua identità originaria e reso banalmente uguale a tanti altri. Forse è giusto così, forse ricercare ancora la loro bellezza originaria del luogo e il grande valore culturale del loro paesaggio è soltanto un esercizio da poveri idealisti, forse pensare a una transizione turistica che renda il luogo più resiliente al clima che ci aspetta nei prossimi anni e non forzatamente incatenato alla monocultura sciistica fino alla fine, che il cambiamento climatico in corso fa presupporre come vicina, è un progetto troppo difficile da attuare. Sia quel che sia, e che sarà, vi chiedo, un’ultima volta: è ancora montagna, vera montagna, Natura autentica, questa?