Alpi e patrimonio industriale

È praticamente lapalissiano affermare che, nello sviluppo della nostra parte di mondo, e intendo in primis del continente europeo, dal Settecento in poi si è avviata un’accelerazione costante e crescente che ha radicalmente rivoluzionato ogni cosa, il cui motore tutt’oggi rombante è l’industrializzazione. La nascita dell’industria moderna, basata materialmente sulle invenzioni tecnologiche e scientifiche e immaterialmente sul retaggio ideologico e culturale in gran parte influenzato dall’Illuminismo, ha modificato l’intero paesaggio del nostro mondo, ancor più di quanto avesse fatto nei secoli precedenti l’urbanizzazione residenziale e agraria: ma se tale rivoluzione è stata da subito ben visibile attorno ai centri urbani più o meno grandi, ove si è concentrata, ancor più emblematicamente si è rivelata nei territori rurali marginali, anche in quelli maggiormente “difficili”: nelle vallate delle Alpi, ad esempio. Qui, ai piedi di vette e ghiacciai, sul fondo di valli spesso anguste ma ricche di risorse naturali – acqua e minerali in primis – sono nati distretti e poli industriali sempre significativi e in certi casi assai imponenti e importanti, innescando dinamiche socioeconomiche e culturali dall’impatto ben più ingente rispetto a quanto avveniva nelle aree urbanizzate di pianura. Nelle Alpi, insomma, la rivoluzione industriale è stata oltre modo rivoluzionaria, sia nel suo periodo di crescita, sia in quello – ancora oggi in corso, in molte zone – di decadenza, in forza del quale si sono innescati processi di deindustrializzazione spesso pesanti e impattanti sui tessuti sociali delle zone interessate, per i quali – se così posso dire – la dimensione di rivoluzione di quale decennio prima è stata nuovamente rivoluzionata, ma non necessariamente al contrario, semmai verso direzioni diverse e non del tutto prevedibili.

Questa seconda “rivoluzione” – o “devoluzione”, o “antirivoluzione”, fate voi – ha tra le altre cose generato la nascita quasi improvvisa e certo ingente di un ampio patrimonio di manufatti e infrastrutture industriali, con annesso l’altrettanto ingente patrimonio socioculturale immateriale, i quali oltre agli studi e alle analisi di archeologia industriale che li stanno indagando e in qualche modo classificando, anche a favore della loro necessaria memoria storica, hanno pure avviato profonde e articolate riflessioni multidisciplinari su cosa farne, di questi manufatti deindustrializzati, e come gestire le dinamiche sociali e culturali che hanno innescato. Una materia ancora piuttosto nuova, indagata per di più in superficie ma per inevitabile “ordine dei fattori” oltre che per la mole di materiale sul quale lavorare, che col tempo necessita di approfondimenti il più possibile scientifici e strutturati. Un ottimo strumento – di studio e d’azione – in tal senso è certamente Alpi e patrimonio industriale, opera curata da Luigi Lorenzetti e Nelly Valsangiacomo pubblicata nel 2016 da Mendrisio Academy Press – realtà editoriale legata all’Accademia di Architettura di Mendrisio – sotto l’egida del Laboratorio di Storia delle Alpi dell’Università della Svizzera Italiana []

[Immagine tratta da qui, ©LabiSAlp.]
(Leggete la recensione completa di Alpi e patrimonio industriale cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

 

Oggi, su “Valsassina News”

Oggi, su “Valsassina News” è uscita una mia riflessione su quanto accaduto in Marmolada domenica scorsa e, in generale, su come potrà (e dovrà) cambiare la nostra relazione con le montagne nel prossimo futuro in forza della realtà climatica e ambientale che ci aspetta; per leggere l’articolo cliccate sull’immagine qui sopra. Ringrazio molto la redazione per avermi sollecitato tale riflessione e per averla ritenuta così interessante da poter essere pubblicata.

Come ho scritto fin dalle prime righe del testo, trovo che sia tutt’ora parecchio difficile esprimere qualcosa in merito alla tragedia della Marmolada: troppo recente l’evento, troppo grande lo sconcerto e intenso il dolore per chi lassù ha perso la vita. Ho letto alcune valide considerazioni di climatologi e glaciologi in mezzo al solito bailamme di opinioni superficiali e inutili che sovente hanno preso la forma di vere e proprie stupidaggini – in perfetto stile mediatico italiano, ahinoi. Ho dunque provato a riflettere su alcune ulteriori e significative evidenze correlate all’evento, cercando di trarne qualche considerazione sensata che spero sia utile al dibattito più consapevole (ovvero meno vacuo e strumentalizzato) su questi temi. Un dibattito che d’altro canto deve diventare sempre più corposo e condiviso, visto il futuro che ci aspetta e la necessità ineluttabile di adattarcisi al meglio – o alla meno peggio.

Buona lettura! – se l’affronterete, e fatemi sapere che ne pensate.

«Paradiso in stile italiano»

[Per ingrandire l’immagine cliccateci sopra.]
Qualcuno che sia meno bisbetico dello scrivente mi spiega che senso ha “viaggiare” (virgolette inevitabili) a migliaia di km di distanza fino a un paese di cultura, genti, tradizioni, cibo, geografia, paesaggio, quotidianità, atmosfera totalmente diversi da quelli propri – nonostante l’infrastrutturazione turistica occidentale – dunque chissà quanto affascinanti da scoprire e conoscere entrandovi direttamente in contatto, per finire in un «paradiso in stile italiano» con «ospitalità italiana» e persino il «ristorante italiano»? Magari, se tanto mi dà tanto, col rischio di ritrovarsi di fianco al buffet il proprio commercialista o il vicino di casa che abita tre piani sopra, con intorno molti altri italiani!

Ma a questo punto tanto valeva andarsene in vacanza a Milano Marittima, no? Forse voi obietterete che il mare delle Maldive è ben diverso da quello della Romagna… Be’, senza dubbio, ma state certi che, se trovate la trattoria giusta, i cappelletti o una rustìda buoni come quelli che mangerete lì nemmeno nel ristorante “italiano” più italiano e pluripremiato delle Maldive o di chissà dove li troverete. E senza dover andare dall’altra parte del mondo o quasi, fingendo di “viaggiare” e per giunta spendendo un sacco di soldi!

Ricorderò sempre, quella volta in Norvegia: villaggio affacciato su un fiordo, paesaggio spettacolare oltre ogni immaginazione, nevai che ancora biancheggiano sui crinali montuosi soprastanti… nave da crociera ormeggiata a poca distanza dalla riva, turisti italiani che sciamano svagatamente tra le case in legno e «Oh, ragazzi, non tardiamo a tornare sulla nave, eh, che stasera c’è la cena siciliana e non me la voglio perdere!»
Raramente altre volte ho associato così strettamente il termine «turismo» a quello di «tristezza». Con tutto il rispetto per quei tizi, che con il corpo stavano a pochi passi dal Circolo Polare Artico ma, con la testa, erano rimasti nel bar sotto casa loro. Già.

Una cartolina dal Grand Golliat

Quando da ragazzino, passando i pomeriggi a sfogliare mappe geografiche e libri di montagna e così ritrovandomi davanti il Grand Golliat, oronimo accompagnato da fotografie assai suggestive della sua notevole mole rocciosa, subito la fantasia mi generava nella mente l’immagine di una mitologica creatura ciclopica che qualche incantesimo avesse trasformato in monte, così celandone le enormi membra ma al contempo mantenendone il nome che a chiunque, per facile assonanza, verrebbe da associare al più famoso gigante della storia, Golia. D’altro canto, un toponimo all’apparenza così particolare, “Grand Golliat”, non stonerebbe nemmeno sul fianco di una potente nave da battaglia oppure, per restare in ambiti più o meno adolescenziali, come nome di una paurosa creatura spaziale battagliante contro qualche robottone da manga nipponico – tipo Goldrake, per dire. Di certo farebbe pensare a una montagna enorme, impressionante, tra le più alte in assoluto.

In verità la montagna è imponente ma non così elevata, raggiungendo “solo” i 3238 m, e trovandosi in fondo alla Val Ferret (italiana, ma anche di quella omonima svizzera sul versante opposto) al cospetto del Monte Bianco e dei suoi satelliti nordorientali, il Grand Golliat appare inesorabilmente subalterno a quelle ben più elevate e importanti vette. Forse è anche per questo, viene da ironizzare, che un pur tanto affascinante toponimo non rimanda affatto al Golia biblico (Goliath, sia in francese che in inglese) bensì, molto meno suggestivamente, alle parole goille in patois valdostano o gouille in francese valdostano, che indicano una pozza d’acqua o un piccolo laghetto – in effetti presente alla base della parete est, alimentato soprattutto dalla fusione nivale estiva, sul fondo di una conca un tempo occupata da un ghiacciaio (il Glacier des Bosses) ormai ridotto a piccoli brandelli nevosi.

Nessun gigante mitologico trasformato in montagna, dunque: ma il Grand Golliat resta comunque una vetta tra le più belle di quel settore delle Alpi, ben più rinomata se non avesse vicino i numerosi quattromila del Monte Bianco; un elemento fondamentale di un paesaggio montano alquanto selvaggio e altrettanto affascinante, almeno quanto il suo singolare toponimo.

Entrare dentro il Resegone, alle Miniere della Passata

Le montagne di Lecco si contraddistinguono, tra le altre cose, anche per la loro plurisecolare storia mineraria, specialmente in Valsassina e Valvarrone i cui territori sono traforati un po’ ovunque da gallerie attraverso cui furono cavati diversi tipi di minerali, in primis quelli ferrosi dai quali è dipesa poi anche la storia industriale di Lecco; è però il Resegone a vantare lo sfruttamento probabilmente più antico, con il sito siderurgico ai Piani d’Erna attivo fin dal III secolo a.C.

Sul versante meridionale del Resegone, quello che adduce alla Val San Martino, l’attività mineraria è invece rimasta ben più esigua; tuttavia proprio alla testata della Val d’Erve (già nel territorio comunale di Lecco ma idrograficamente valsanmartinese) si aprono alcune delle gallerie minerarie più belle, facilmente raggiungibili e in parte visitabili – con tutte le dovute precauzioni, ovviamente – delle montagne lecchesi, ma di contro non così conosciute: quelle delle Miniere della Passata, così denominate in forza della vicinanza del conosciuto e storico valico che unisce l’alta Val d’Erve con la Valle Imagna ma dette anche della Rolla, dal nome dell’omonimo poggio boscoso prossimo agli ingressi, che presenta i ruderi di vecchi edifici.

Il giacimento, situato a poco più di 1200 m di quota alla base dell’edificio sommitale del Pizzo Quarenghi, una delle punte “bergamasche” del Resegone, venne aperto con le prime gallerie nel 1888: vi si estraeva solfuro di piombo (galena), un minerale molto adatto alla produzione di piombo per la sua malleabilità e facilità di fusione sul carbone di legna, che rendeva agevole la prima lavorazione direttamente in loco. Fu attivo fino alla Prima Guerra Mondiale, con parziale esaurimento dei filoni: non è peraltro da escludere che parte del piombo ricavato nella miniera venne utilizzato per alimentare proprio la produzione di proiettili destinati al fronte. L’attività riprese poi alla fine degli anni Trenta per essere quindi definitivamente interrotta nel 1942, forse anche in forza degli eventi bellici ma, presumibilmente, soprattutto per l’esaurimento del giacimento ovvero per la sopraggiunta scarsa convenienza estrattiva. Vi lavoravano in gran parte uomini di Erve e di Brumano, dunque di entrambe le opposte vallate, contadini che in tal modo arrotondavano le magre entrate del lavoro nei campi con quelle dell’attività nel giacimento.

La miniera era dotata di carrelli su binari e di attrezzature per la prima cernita e l’arricchimento grossolano manuale. Il trasporto a valle avveniva poi in sacchi, a spalla. Negli ultimi anni fu realizzata una teleferica per far divallare il minerale, che tuttavia venne presto dismessa. Era presente una residenza per il guardiano, ora ristrutturata privatamente, la cabina elettrica e la polveriera. La parte sotterranea constava di tre livelli con altrettanti ingressi, posti su un dislivello complessivo di circa 16 metri e profondi qualche decina, collegati all’interno da vari “fornelli”. L’ingresso più basso è franato, mentre sono parzialmente accessibili – con ovvia prudenza, ripeto – gli altri due ingressi, grazie alla messa in sicurezza operata qualche anno fa dall’ERSAF, proprietaria della foresta demaniale del Resegone, sull’opposto versante di Morterone.

La miniera è agevolmente raggiungibile e identificabile, essendo gli ingressi principali posti sul sentiero 575 che collega il valico della Passata al Rifugio Alpinisti Monzesi; vi si accede da questo in circa venti minuti oppure, provenendo da Erve e dal fondovalle, in circa un’ora e trenta percorrendo il Sentiero San Carlo, segnavia 11, lungo il quale apposite indicazioni mostrano la corretta deviazione. Tuttavia, data la loro posizione, la miniera risulta facilmente raggiungibile da tutte le località vallive limitrofe attraverso la rete sentieristica locale nonché dall’itinerario della Dol dei Tre Signori, la dorsale orobica lecchese, che transita proprio dal valico della Passata.

Ribadisco nuovamente: se volete visitare la miniera, indossate scarponi da montagna o calzature affini, proteggete la testa con un caschetto, portatevi una torcia elettrica adeguatamente potente e non vi avventurate in cunicoli troppo scoscesi e angusti. Con le dovute precauzioni, potrete vivere una piccola ma emozionante esperienza dentro una montagna e “dentro” la storia umana di diverse generazioni di montanari che hanno vissuto in e grazie a questi affascinanti territori.

N.B.: le fotografie pubblicate sono del sottoscritto oppure vengono da qui: https://www.hikr.org/tour/post89876.html.

P.S.: per conoscere ancora meglio la zone e non perdervi in essa, vi consiglio di recuperare la “Carta dei sentieri val d’Erve“, edita da Ingenia Cartoguide e alla cui creazione ho collaborato; la potete trovare negli esercizi commerciali della zona.