A mio agio, con il vento

[Foto di Rudy and Peter Skitterians da Pixabay.]

Laddove spira più tagliente il vento, e alto si leva il mare e non lievi sono i pericoli da superare, mi sento a mio agio.

Così scrisse Nietzsche ne La gaia scienza, e io mi trovo assolutamente concorde. Sono giornate ventose, qui, e numerose come le folate, al solito arrivano le lagne di molti riguardo quanto sia fastidioso un vento così impetuoso, su come scompigli abiti e capigliature, sollevi sabbia e foglie, provochi emicranie o altro di affine, rovini il clima estivo ancorché tanto afoso, eccetera.
Invece a me il vento piace. Al netto di eventuali deprecabili danni, è manifestazione della forza vitale della Terra, vibrante energia aerea, “detersivo” che linda oppure dinamizza il cielo e il paesaggio e fa danzare le chiome pur spoglie degli alberi – anche quando è breva, come oggi, che non di rado qui porta nuvole e pioggia. Sì, anch’io come Nietzsche (mi permetto l’accostamento blasfemo) mi sento a mio agio, per nulla infastidito anzi rallegrato, compiaciuto, in moto equilibrato e armonico con le folate.

Passerà poi, questo vento, tornerà la quiete in cielo e nel paesaggio ma quell’energia, almeno in parte, la conservo cercando di farla spirare, più o meno leggera, poco o tanto vibrante, ancora nell’animo, così che gli stessi effetti benefici si possano protrarre a lungo. E fino alla prossima giornata ventosa.

La seconda dose del vaccino

[Immagine di © Desar Yuartha tratta da artstation.com, fonte qui.]
Sono molto contento, oggi, perché ieri sera ho fatto la seconda dose di vaccino anti Covid-19 e è andato tutto benissimo: nessuna reazione avversa o effetto collaterale o altro del genere, e dunque ora sono a posto, al riguardo. Non solo, mi sento anche molto fortunato: per raggiungere in auto il centro vaccinale, ieri, avrei dovuto percorrere una strada a quell’ora tremendamente trafficata, impiegandoci chissà quanto tempo; d’altro canto il centro è posto a brevissima distanza dal lago che poi dalle mie parti diventa fiume. Dunque, al centro vaccinale ci sono andato e poi tornato in pochi minuti nuotando agilmente sott’acqua, grazie alle branchie che mi si sono sviluppate dopo la prima dose del vaccino e a pinne e squame che, con questa seconda dose, ora adornano il mio corpo. Evviva!

E, nel frattempo, quei paranoici degli antivaccinisti a deperire in coda nel traffico con le loro autovetture. Ahahah… Tiè! 😄

Una delusione, quasi

[Foto di Nadiya Ploschenko da Unsplash.]
È periodo di instabilità meteorologica, qui dalle mie parti, e accade di frequente che il cielo, da sereno o poco nuvoloso che sia, rapidamente si ingombra di nuvoloni sempre più scuri e minacciosi, gonfi, dall’apparenza così solida che pare possano precipitare da lassù da un momento all’altro in forza del loro steso peso, saturi di fulmini e di pioggia, i quali ribollono e si dilatano come enormi palloni aerostatici ribelli che si ammontonano l’un l’altro, si sovrappongono e si strusciano vicendevolmente pulsando d’ogni possibile gradazione del grigio, nel mentre che un vento teso prende a soffiare nervosamente scuotendo la vegetazione e sollevando polvere e cartacce. Osservi tutto questo e supponi che, a breve, si scateni un bel temporalone, uno di quelli tipici dei periodi più afosi dell’estate, carici di energia, forse pure di grandine e comunque che un nubifragio ben potente ti aspetti debba prorompere da un momento all’altro, temendone anche le eventuali conseguenze.

Invece, rapidamente come si è scurito e fatto tanto minaccioso, ecco che il cielo si sgombra da tutti quei nuvoloni rabbiosamente grigi, i quali sembrano svaporare come per l’azione di un ciclopico soffiatore oppure fuggire altrove, quasi che all’ultimo momento avessero trovato un luogo migliore su quale scaricare tutta l’energia e la pioggia inglobate nei loro nembi pulsanti, sicché anche il vento prima così teso in breve si placa fino a quietarsi del tutto, evidentemente rendendosi conto di essere ormai superfluo, fuori luogo. E il cielo torna sereno come se niente fosse stato.

Ecco, non so voi, in una situazione del genere, ma io un po’ percepisco una certa “delusione”. Se mai possa definirsi in tal modo questa sensazione, voglio dire. Sia chiaro: sono ben felice che non si sia scatenata una tempesta tale da provocare chissà quali danni, però, tutta quella preparazione, quella così spettacolare messinscena celeste, la dimostrazione di potenza e di energia, tutto quel pathos, quel lirismo meteorologico generatosi, tra drammatico e sublime… e poi nulla. Tutto come prima: Sole, caldo, afa, umidità, e tutto il resto di canicolarmente estivo.

Insomma, appunto: un po’ di delusione viene, non c’è che dire. Come essere a teatro, con il palco circondato da una grandiosa scenografia illuminata da spettacolari luci di scena mentre in platea tutto si fa buio, poi parte una musica epica e solenne, poi il sipario si apre, s’intravedono gli attori e i figuranti e quindi, quando la curiosità e l’emozione si fanno fremente per ciò a cui stai per assistere… la musica si placa, il sipario si chiude, le luci del teatro si riaccendono e tu resti lì così, con un’espressione così e lo sguardo così, chiedendoti: embè?

Ecco, una situazione del genere, per dire.

 

Mascherine e responsabilità

[Foto di danaos-de da Pixabay.]
Comunque, dire all’italiano medio che si può togliere la mascherina ma dimostrando senso di responsabilità è come dire a un orso che può avere accesso a un deposito di miele ma chiedendogli di mettersi a dieta. Ecco.

La città della luce

[Foto di Jovana Askrabic da Unsplash.]

Luzern, “Luce-rna”, ovvero città della luce. Un nome che più azzeccato non potrebbe essere.
Qui, dove finalmente le rocciose e irte corrugazioni alpine si distendono nelle placide, rotondeggianti e confortevoli colline dell’Altopiano Centrale, il cielo si apre come l’immensa corolla d’un fiore iridescente che abbia scelto di rivolgersi verso la Terra, non verso il Sole, e che non effonda profumo ma luce, purissima luce – o forse sì, è un profumo anche quello, la cui fragranza sa farsi sentire ai sensi interiori piuttosto che a quelli esteriori. Un’essenza meravigliosa, paradisiaca – l’essenza di un Eden sulla Terra.
Forse anche da ciò scaturì la leggenda che narra dell’angelo il quale indicò agli uomini di quel territorio, proprio con una luce, dove costruire la nuova città. Beh, grazie! – verrebbe da scherzare: chi più di un angelo se ne intende di paradisi e posti affini? Ma se non si può che sorridere di fronte ai miti della superstizione popolare, viene d’altro canto da riflettere come quell’angelo o chi per lui, oltre che di paradisi, s’intendesse e bene di affari, per come Lucerna venne edificata in una posizione sublime non solo paesaggisticamente ma pure commercialmente, lungo la via che dal sud Europa, attraverso il Gottardo – valico non a caso aperto quasi contemporaneamente al primo insediamento lucernese – portava verso Nord. Via trafficatissima da genti, merci, beni, denari, tesori vari e assortiti fin da chissà quali tempi remoti, come denotato poc’anzi. Evidentemente già agli elvetici di allora non mancava un certo buon fiuto per gli affari, ma non credo di fantasticare troppo nel supporre che ai mercanti in viaggio attraverso le Alpi e in transito su quella via, giungere in un luogo e in un paesaggio così bello doveva illuminare l’animo esattamente come al viaggiatore contemporaneo, e invitare alla sosta (e al commercio) lì piuttosto che altrove.
Similmente non è un caso che Lucerna fosse destinata a diventare la capitale della Confederazione Elvetica; venne poi scelta Berna per convenienze amministrative, ma la posizione geograficamente baricentrica della città rispetto alla nazione d’intorno da sempre ne riflette in maniera emblematica anche la posizione morale e umorale. L’essenza della Svizzera è qui, più che altrove, la sua natura nazionale, il compendio delle sue migliori caratteristiche, la prova di come la sua gente abbia saputo fare, di quanto naturalmente a disposizione, qualcosa di incredibilmente buono, e fruttuoso. Berna è elegantissima, Zurigo è scintillante, Ginevra cosmopolita, Basilea fremente. Tutte le città elvetiche hanno proprie peculiarità pregnanti e toccanti, capaci di ammaliare e appassionare tanti viaggiatori; nessuna come Lucerna ha quel non so che di sommo e inimitabile, in grado di sedurre tutti i viaggiatori. Ogni città può essere un diamante che rilascia nel cuore la sua preziosa luminosità, ma Lucerna in quel cuore lascerà, a quel cuore donerà, anche un pezzo del diamante che è. Il quale diverrà gioiello pregiato, e il cuore suo perenne forziere.
E se Berna è la capitale amministrative della Confederazione, se Zurigo è quella economica, certamente Lucerna ne è capitale morale, appunto. Io credo che se la Svizzera, per un ipotetico e mi auguro assurdo conflitto, dovesse gioco forza scegliere quali città perdere, sono certo che i dubbi sarebbero atroci ma pochi: con Zurigo perderebbe la ricchezza, con Berna l’identità politica, con Lucerna l’anima. E senz’anima non vi è creatura vivente degna di tal nome.

Questo è un brano tratto da

Lucerna, il cuore della Svizzera
Historica Edizioni, 2016
Collana Cahier di Viaggio
ISBN 978-88-99241-94-0
Pag.167, € 10,00

Per saperne di più sul libro, cliccate sull’immagine qui accanto. Dopo averlo letto, se volete andare a Lucerna, vi do un consiglio spassionato: andateci! Ecco.