La comicità non è una camicia da indossare

La gente mi chiede se ho mai paura di svegliarmi una mattina e di non far più ridere. La risposta è no, perché la comicità non è una cosa che si indossa come una camicia e che si può perdere da un momento all’altro. È molto semplice: o sei capace di far ridere, oppure no. Non è una specie di follia passeggera. Il che non significa che tu non possa svegliarti di cattivo umore, pieno di odio per il mondo e per la stupidità della gente, esasperato per un universo privo di senso – cosa che ammetto di fare ogni mattina -, ma questo serve a cavar fuori il mio senso dell’umorismo, non a cancellarlo. Come Bertrand Russell, provo una profonda tristezza per il genere umano. A differenza di Bertrand Russell, non sono bravo in matematica. E forse non sono in grado di trasmutare la mia sofferenza in grande arte o in grande filosofia, ma sono capace di scrivere delle buone battute che per un attimo possono distrarre e arrecare un breve sollievo alle irresponsabili conseguenze del big bang.

(Woody Allen, A proposito di niente. Autobiografia, La Nave di Teseo, 2020, traduzione di Alberto Pezzotta, pag.337.)

Sholem Aleykhem, “Un consiglio avveduto”

Un appassionato cultore come me della letteratura umoristica sa benissimo che lo humor è fatto per far ridere ma è cosa assai seria, per certi aspetti di matrice filosofica (e infatti c’è quel bel saggio di John Morreal, intitolato proprio Filosofia dell’umorismo, che lo spiega bene) e per ciò, come tutte le correnti filosofiche, dotato di proprie “scuole di pensiero”. Le due principali, per la risata moderna e contemporanea ovvero alle quali il ridere di oggi fa sostanzialmente riferimento, sono probabilmente quella anglosassone, con pilastri come Wodehouse, Waugh, Adams fino agli inimitabili Monty Python, e quella ebraica, per la quale basti citare i Fratelli Marx, Mel Brooks o Woody Allen. Tra i padri fondamentali dello humor ebraico bisogna senza dubbio annoverare Sholem Aleykhem, scrittore ucraino (nato Solomon Naumovič Rabinovič) emigrato poi negli Stati Uniti e dunque esponente “pieno” della parte di Europa, quella orientale, che ha sostanzialmente dato i natali all’umorismo ebraico in un confronto geografico – ma non antitetico – con l’occidente europeo nel quale, appunto, si è invece sviluppata la scuola umoristica anglosassone. Per di più Aleykhem ha usato come idioma precipuo per le sue opere lo yiddish, espressione linguistica di genesi (e genetica culturale) assolutamente europea nonostante la radice storica mediorientale, dunque mettendo per iscritto, a suo modo ovvero con le sue narrazioni, una parte certamente significativa della presenza e del carattere dell’ebraismo nella storia dell’Europa tra Otto e Novecento.

Le sue narrazioni, appunto: Un consiglio avveduto (Adelphi Edizioni, 2003, traduzione di Franco Bezza, Haim Burstin, Anna Linda Callow, con una nota di Claudia Rosenzweig) raduna tre racconti, tra cui quello che dà il titolo al volume, che rappresentano assai bene lo stile di Aleykhem, innanzi tutto, oltre che l’impalcatura originaria e fondamentale dell’invenzione umoristica di scuola ebraica che non soltanto un elemento concettuale ma pure geografico: lo shtetl, il villaggio-ghetto tipicamente abitato dalla popolazione di religione ebraica nell’Europa orientale dall’Ottocento in poi […]

(Leggete la recensione completa di Un consiglio avveduto cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Quei vecchi tromboni!

Non li posso vedere quei vecchi tromboni con la loro perenne recriminazione: come è possibile, adesso l’uovo viene a dar lezioni alla gallina? Chi è più vecchio, l’uovo o la gallina?… Asini che non siete altro! Ma proprio perché è più giovane, l’uovo ha la precedenza! È più capace! È più intelligente! Certo che noi, la vecchia generazione, dobbiamo ascoltare attentamente quello che loro, la nuova leva, hanno da dirci, perché sono giovani, sono freschi, studiano, indagano, cercano, scoprono, realizzano. Ebbene? Proprio come voi, dotti ammuffiti, che vi siete arroccati sui sacri testi e sui vecchi libri e non volete smuovervi di un passo!… Io ce l’ho con loro, con i giovani, con la nuova generazione, solo perché ci rinnegano completamente, ci annullano, ci liquidano, non si accontentano di dire che siamo bestie o asini — non siamo più neanche asini, non siamo nulla!

(Sholem Aleykhem, Un consiglio avveduto, Adelphi Edizioni, 2003, pagg.97-98.)

N.B.: a breve ne saprete di più, qui sul blog, di questo libro e sul suo autore, ben più importante di quanto la scarsa conoscenza del nome possa far credere.

Camminare sulle parole #6

(Una serie di articoli dedicata al mio intervento per ALT[R]O FESTIVAL 2020: per saperne di più cliccate qui. Gli articoli precedenti sono qui, qui, qui, qui e qui.)

Le considerazioni sulla precedente “stazione” di questo cammino letterario dedicato alla (ri)scoperta della bellezza più autentica del paesaggio, montano e non, le chiudevo con l’invito a tentare di “disantropizzare” la mente, per così dire, dalle idee e dagli immaginari tanto diffusi (perché imposti) quanto fittizi, artefatti e spesso perniciosi per il paesaggio, atto che potrebbe rappresentare un passo importante per saper cogliere, considerare e godere la vera bellezza in esso presente. Una sorta di processo di rinselvatichimento immateriale e concettuale del paesaggio, soprattutto dove la sua dimensione materiale selvaggia si sia ormai pressoché smarrita in forza dell’antropizzazione presente (in bene e in male) e dunque si acuisca la necessità di preservare quanto meno il “selvaggio concettuale”, ovvero quello da salvaguardare perché alla base della nostra relazione con il territorio e il suo paesaggio. Anche come spazio vitale per la libertà che l’atto del camminare ci consente di manifestare, come denota Aldo Leopold – altro personaggio imprescindibile, riguardo queste tematiche – in quel passaggio di Pensare come una montagna (è a pagina 156), rimarcando pure lo stretto legame che esiste tra il concetto umano (o umanistico, e filosofico e dunque pure politico) di libertà e quello ancestrale che si ritrova nell’ambiente naturale, dal quale tutte le creature provengono.

In effetti, ribadisco, non c’è quasi un atto umano pratico più libero del camminare in Natura. Inoltre, provate a pensarci: non è il cammino simile al pensiero, cioè l’azione in assoluto più libera, e non solo in forza della sua immaterialità (ma concretissima in potenza, visto che è grazie al pensiero se concepiamo il mondo in cui viviamo e noi stessi in esso), che noi umani abbiamo a disposizione? Come il pensiero deve generare nuove idee, possibilmente diverse da quelle esistenti e sovente imposte – vedi sopra riguardo agli immaginari comuni attraverso i quali “vediamo” le montagne -, anche il cammino può (e deve) godere della libertà di uscire dai sentieri tracciati per scoprire nuovi itinerari, nuovi angoli, nuovi orizzonti, nuove bellezze e ogni altra cosa afferente.

Tutto questo ci consente di “potenziare” il bello presente nel paesaggio con un altro elemento a suo modo estetico presente nel cammino: la bellezza della scoperta, in verità ineludibile anche quando camminiamo in luoghi e paesaggi che riteniamo di conoscere perfettamente. Chi l’ha detto che ormai al mondo si è scoperta ogni cosa? Esiste la scoperta geografica e scientifica e quella forse può anche esaurirsi (forse!), ma la scoperta interiore del paesaggio e di noi in esso, che riflette quello esteriore (vedi la stazione #4 e Barry Lopez) e che ogni volta, ad ogni nuovo cammino, reinventiamo e ridisegniamo in modo sempre diverso – fosse solo perché il tempo è trascorso o perché è inverno e non estate o perché noi cambiamo, cresciamo, mutiamo d’animo e d’aspetto proprio come accade al paesaggio – è continua e inesauribile. Ed è senza dubbio uno degli elementi fondamentali per generare la percezione della bellezza del paesaggio nei luoghi – in qualsiasi luogo – dove ci troviamo.

Camminare sulle parole #5

(Una serie di articoli dedicata al mio intervento per ALT[R]O FESTIVAL 2020: per saperne di più cliccate qui. Gli articoli precedenti sono qui, qui, qui e qui.)

Sovente, la nostra percezione di “bellezza” nel paesaggio è legata a una conseguente percezione di “sicurezza”, la quale in molti casi deriva dal cogliere in quel paesaggio i segni per noi più riconoscibili: quelli della presenza umana, cioè i segni dell’antropizzazione dei territori. Tuttavia una concezione del genere della bellezza del paesaggio è evidentemente indiretta e subalterna, quantunque oggettiva: molto spesso l’azione dell’uomo nel territorio è un elemento virtuoso di generazione del paesaggio, ma altre volte, e in modo crescente negli ultimi decenni, diventa un’evidente seppur ignorato fattore di degrado estetico, e non solo.

L’imprescindibile Thoreau, in questa citazione tratta da Camminare (è a pagina 25), vuole invece evidenziarci un aspetto correlato alla realtà appena descritta, apparentemente opposto ma forse non così tanto: l’assenza di antropizzazione (non della mera presenza umana, che altra cosa) dall’ambito naturale è a sua volta un elemento di bellezza alternativo e, per certi versi, “paradossale”. È tale perché da sempre noi umani siamo stati abituati a riconoscere la bellezza soprattutto dove essa è dipesa o dipende dall’intervento antropico, appunto, che in molti casi non è affatto in armonia con il paesaggio naturale: e le eventuali disarmonie si fanno lampanti e particolarmente fastidiose proprio in montagna, territorio tanto di propria valenza estetica assoluta quanto per ciò estremamente delicato e facilmente attaccabile.

Anche perché non ci si deve dimenticare che se ordinariamente l’intervento antropico è inteso di natura materiale – edifici, strade, sbancamenti, eccetera – c’è pure un’antropizzazione immateriale che risulta disarmonica, se non antitetica, al concetto di “bello” e al paesaggio montano: è quella purtroppo presente troppo spesso nei modelli mentali sui quali siamo portati a concepire il paesaggio montano, i quali ci rendono “accettabile”, ovvero non criticabile se non addirittura “bello”, un intervento antropico pur pesante solo perché “funzionale” a certi agi umani. In effetti pure con le idee, che conformano lo sguardo con il quale osserviamo e concepiamo il paesaggio (formando il relativo immaginario condiviso) si può provocare un danno e un abbruttimento del paesaggio, il quale molto presto, ormai sdoganato concettualmente e introdotto a forza nell’immaginario suddetto con la giustificazione di chissà quali “convenienze”, presto si materializzerà nel territorio, con relativi e ancor più pesanti danni.

Insomma: in molti casi, forse, non riusciamo a cogliere la bellezza autentica e “naturale” che c’è sui monti non perché non la vediamo con gli occhi, ma perché non la “vediamo” con la mente, non sappiamo (più) percepirla, la mente non riesce a comprenderla e ciò non per mancanza di sensibilità, semmai per la presenza ingombrante nella mente di idee, concezioni e immaginari fuorvianti, che sovente non c’entrano nulla con la nostra relazione col paesaggio ma ne inficiano il valore e l’essenza, diventano poi elementi di giustificazione assai biechi di eventuali danni. Provare a “disantropizzare” la mente, per così dire, da quelle idee e immaginari generati dal nostro “dominio” sul paesaggio e sovente così perniciosi per esso, potrebbe essere un passo importante per saper cogliere, considerare e godere la bellezza in esso presente. Un esercizio – in tal senso sì – profondamente antropico ovvero umano, senza dubbio.