Tuttavia, il danno è fatto. Il paesaggio è distrutto. Ora viviamo in un luogo inarmonico. Questa cacofonia, se è insopportabile per le anime sensibili, installa nelle anime insensibili il bisogno di andare oltre attraverso quei falsi modi in cui esse sperano di trovare una sorta di soddisfazione che avevano e che ora non hanno più. Così, dopo tutta una regione, un intero paese può diventare brutto e sempre di più perché, all’origine di questa bruttezza, c’è qualcuno che pensa al profitto invece di pensare all’architettura. Un’intera popolazione si ritrova a disagio, senza sapere perché.
(Jean Giono, La Chasse au Bonheur, Ed. Gallimard, 1988, pag. 130; inedito in Italia. Nell’immagine: uno dei tanti esempi di cementificazione selvaggia e assolutamente cacofonica lungo le coste italiane; cliccateci sopra per visitarne la fonte.)
Nel piano quinquennale i sovietici avevano pensato a tutto, a quasi tutto, ma si erano dimenticati delle tavolette per il water. Le tavolette per il water non le avevano prodotte, o se le avevano prodotte erano finite in Polonia, in Romania, a Cuba, in cambio di ghisa o canna da zucchero o chissà cosa. In Unione Sovietica non c’erano. Quindi a chi partiva per Togliatti si consigliava caldamente di munirsi di tavoletta per il water, anzi di due tavolette per il water, caso mai si ricevesse un invito a cena, era un regalo più apprezzato della vodka.
(Claudio Giunta, Giovanna Silva, Togliatti. La fabbrica della Fiat, Humboldt Books, Milano, 2020, pagg.16-17. A breve potrete leggere, qui sul blog, le mie “impressioni di lettura” di questo libro. Per la cronaca, il “piano quinquennale” citato è quello redatto nel 1964 dall’Unione Sovietica per la realizzazione della prima “vera” fabbrica di automobili statale, l’AutoVAZ – nell’immagine in testa al post -, che due anni dopo venne affidata alla Fiat.)
Sulla mia carta fai-da-te non sono annotati stati-nazione, ma antiche regioni frontaliere inghiottite dalla geopolitica. Sentite che nomi. “Botnia”, dove il fondo del Baltico muore nella tundra. “Carelia”, un labirinto di fiumi tra Russia e Finlandia. “Livonia”, coperta di laghi e abeti. Ascoltate come suona bene la parola “Curlandia”, terra di lagune e dune di sabbia battute dal vento. Cercate sull’atlante la Prussia Orientale, la Latgallia e la Masuria, vengono i brividi solo a nominarle. E che mi dite della Polesia, lo spartiacque più piatto del mondo, terra dalle cui paludi un tempo potevi scendere in barca sia sul Baltico, sia sul Mar Nero? O delle sterminate colline della Volinia?
E ancora la Rutenia, la Podolia, la Bucovina: provate a fare questi nomi in un’agenzia di viaggi. Vi prenderanno per matti. Ma voi insistete, mostrate la carta geografica, dite che sono posti reali, che contengono fiumi, città, monasteri, sinagoghe, pianure e montagne. Dite che volete vedere anche la Budjak, ultima propaggine dell’Ucraina prima del Delta del Danubio, selvaggia terra di minareti in mezzo a un mare ortodosso, spazio franco di zingari e pastori. Pretendete di visitare la Bessarabia, la Dobrugia e la Tracia. Rieducate l’industria del turismo, spiegate che col petrolio alle stelle il viaggio deve ridiventare avventura e scoperta, mollare i centri rinomati, scegliere le periferie, ridiventare leggeri. In seimila chilometri non ho incontrato un viaggio di gruppo e nemmeno un ristorante cinese. Di italiani meno che meno. Vorrà pur dire qualcosa.
Questo è, a mio parere, uno dei passaggi più belli ed evocativi del noto libro-diario di viaggio di Rumiz lungo il “confine verticale” europeo, dal Circolo Polare Artico fino al Mar Nero, e ciò per due motivi.
Il primo, perché Rumiz evidenzia nuovamente l’importanza fondamentale dei toponimi, i nomi dei luoghi, veri e propri scrigni lessicali di storie e culture millenarie nonché di relativi saperi, nozioni, rivelazioni sul luogo che denominano nel corso del tempo e sulle genti che lo hanno vissuto, trasformato e abitato. Lo stesso Rumiz in un altro suo bel libro, La leggenda dei monti naviganti, scrive che «Finché ci saranno i nomi, pensai, ci saranno i luoghi» ed è verissimo, perché in effetti è anche grazie al nome che gli uomini gli conferiscono che uno spazio, un territorio, una zona diventa luogo e prende a vivere, a diventare dimora di un proprio Genius Loci. Per questo, in fondo, conoscere e indagare l’origine e il significato dei toponimi significa da un lato viaggiare nello spazio-tempo e, dall’altro, contribuire a mantenere vivo il luogo relativo. Tanta roba da un semplice nome, no?
Il secondo motivo è che in quel brano Rumiz ci ricorda di come molto poco, a ben vedere, conosciamo il mondo che abitiamo, e non territori lontani, esotici e di ostica visita ma regioni che sono parte del nostro stesso continente, in certi casi a un paio d’ore d’aereo o a poche di più d’auto da noi. Eppure la storia della parte di mondo in cui viviamo è ancora in gran parte dentro quei nomi: quelli che sono venuti dopo, sovente per imposizione geopolitica del tutto slegata dalla realtà storico-geografica relativa, sanno raccontare molto meno dei primi delle loro terre, dei loro luoghi, delle genti che vi sono nate o che le hanno abitate, delle loro geografie, morfologie, paesaggi, mitologie. Anche in tal caso conoscerli, quei nomi, e sapere a quali luoghi si riferiscono, non è un mero esercizio nozionistico ma un prezioso esercizio culturale e identitario – di identità virtuosa e benefica, intendo dire, quella che scaturisce da un luogo vivo e per questo identificante, appunto, giammai da una pretesa più o meno localistica che quasi sempre si nutre proprio della carenza di cultura storica, geografica e antropologica nonché di elementi del tutto avulsi e scriteriati.
Ed è un esercizio, quello a cui ho appena accennato, che possiamo fare in ogni territorio e luogo, piccolo o grande, dacché ciascuno di essi ha i suoi toponimi referenziali, identitari, storici, tradizionali, vernacolari, che il passare del tempo e la trasformazione della presenza umana tende a dimenticare e far svanire quando invece la loro salvaguardia è, ribadisco, una fondamentale manifestazione di vitalità culturale e antropologica. Perderne la conoscenza, di contro, significa perdere la storia, i saperi e l’anima dei luoghi in essi racchiusi: qualcosa che una civiltà già troppo smemorata come la nostra non si può assolutamente permettere.
«Non credo che valga la pena per lei fare testamento» mi disse l’avvocatessa. «Dovrà pagarmi per stilarlo, e pagare per depositarlo. Sinceramente… la sua roba non vale praticamente niente.» Il sudore le incollava la camicetta al reggiseno bianco.
«Non mi piace l’idea che lo Stato si appropri delle mie cose. Di nessuna di esse.»
Sul tavolo, un ventilatore frusciava avanti e indietro, spaginando i destini di uomini e donne.
«Capisco.»
Il distributore d’acqua fece un suono di bolle, forse stava andando in ebollizione?
«Sarei dannato per l’eternità al pensiero che anche un solo mio vecchio libro o calzino spaiato contribuisca con la propria essenza materiale al potere dello Stato.»
«Capisco» l’avvocatessa mi guardava via via più sospettosa. «E mi dica, c’è qualche ragione in particolare che la spinge a fare testamento proprio ora?»
«No, assolutamente no. La mortalità, però, ce l’abbiamo tutti alle costole, non crede?»
A quanto sembra, la differenza principale tra la visione thatcheriana degli anni ottanta e il nazionalsocialismo tedesco dei trenta è che sotto i governi Thatcher i treni non arrivavano in orario.
Per la serie: avere le idee molto chiare sulla storia recente del proprio paese. Peraltro, si sappia, in London Orbital (cliccate sul link qui sopra per conoscere il libro) Sinclair non le manda a dire nemmeno all’altra parte politica britannica, in particolare per il suo più noto esponente a cavallo del secolo – Tony Blair, ovviamente, considerato l’altra faccia della stessa medaglia del potere british.