Qual è di preciso la patologia pandemica – perché di questo si tratta, ne sono certo – che, diffusasi in Italia e solo in Italia, permette la diffusione di questi oggetti turistici tanto insulsi e degradanti, nonché oggettivamente brutti, mentre nel resto del mondo – in tutto il resto del mondo, preciso bene – di “panchine giganti” ce ne sono solo 14?
Forse che c’entri il livello di cognizione e consapevolezza culturale diffusi riguardo il paesaggio?
Chiedo, sempre in tutta semplicità – e franchezza. Ecco.
Le Olimpiadi di Milano-Cortina sono state un successo!
Già.
Diranno così, appena conclusi i Giochi.
Ma vado con ordine.
Manca meno di un anno dall’inizio delle Olimpiadi e ancora molte opere sono in alto mare o quasi. Tuttavia vedrete che per febbraio 2026 quelle necessarie ai Giochi saranno pronte e allora diranno delle «grandi capacità italiane», dell’«efficienza della macchina olimpica», di quanto sia stato «bravo» questo e quello, eccetera. Ci si sta già preparando al riguardo, d’altronde – ah, giusto, dimenticavo l’ormai superclassico «miracolo italiano»:
Poi le gare olimpiche in sé andranno come andranno, agonisticamente parlando, e appena finite le Olimpiadi diranno che sono state «un grandissimo successo», probabilmente «le più belle mai fatte», «grande orgoglio italiano/lombardo/veneto», che i visitatori saranno stati tot miliardi e altri tot miliardi i telespettatori e tutti si daranno gran pacche sulle spalle facendosi reciprocamente i complimenti e alzando le dita al cielo nel segno della vittoria.
Poi, per un paio d’anni, diranno dell’“eredità/legacy olimpica”, dell’indotto, di quanti miliardi i Giochi hanno fatto guadagnare ai territori, di quanti turisti avranno attirato nelle località olimpiche, del tot per cento di aumento delle presenze. Nel frattempo, molte delle opere rimaste incompiute languiranno tra vari problemi tecnici e burocratici e mancanza di fondi.
Poi, negli anni successivi, cominceranno a saltar fuori i debiti, i buchi di bilancio, i danni economici e ambientali ai territori, nel mentre che alcune opere olimpiche subiranno i primi degradi e qualcuno già parlerà di abbattimenti e riconversioni. I tanto decantati indotti a favore dei territori olimpici saranno già svaniti nel nulla e dell’eredità olimpica nessuno ricorderà più niente. A parte quelli che da essa alla fine avranno ottenuto solo danni, bontà loro.
Ecco.
Scommettiamo che andrà così?
In fondo è una storia già scritta (il “libro” di Torino 2006 è lì da leggere, chissà come mai gli organizzatori di Milano-Cortina 2026 non citano mai quei Giochi o ne parlano come fossero avvenuti un secolo fa quando invece sono passati solo vent’anni!), è un testo che non può variare perché non varia la mentalità e l’atteggiamento versi i territori e le comunità coinvolte di chi tiene le redini politiche e amministrative di essi in generale e di questi eventi nello specifico. Anzi, sono pure peggiorati col tempo.
Be’, questo è quanto. Ci risentiamo tra quale anno e, nel frattempo, buona fortuna a tutti, che ce n’è proprio bisogno!
Leggo che Regione Lombardia finanzia un progetto di monitoraggio dei bacini di alta montagna della provincia di Sondrio – la più montana tra quelle lombarde – quale «risposta alle problematiche del territorio montano emerse dopo gli ultimi eventi conseguenti alle precipitazioni intense che si verificano nei bacini di alta quota dove, a causa delle alte temperature, non nevica più». Lo stesso Assessore regionale alla montagna ritiene che «disporre di un monitoraggio della situazione sia fondamentale, soprattutto considerando i cambiamenti climatici che, nel corso degli anni, stanno modificando la situazione».
È un’ottima iniziativa, senza dubbio. Ma allora perché se, a detta della stessa Regione, non nevica più e i cambiamenti climatici stanno modificando la situazione delle proprie montagne, la Lombardia finanzia con centinaia di milioni di Euro impianti sciistici la gran parte dei quali posta proprio a quote e su versanti ove stanno avvenendo quelle modifiche climatiche e nevica sempre meno?
È incoerenza, ipocrisia, dabbenaggine, negligenza o che altro?
(L’immagine in testa al post, elaborata da me, unisce il titolo dell’articolo dal quale ho tratto la notizia a immagini di bacini idrici sondriesi dell’agosto 2022 tratte da “Il Dolomiti”.)
Peraltro ad avvio lavori, poco più di un anno fa, avevano detto che la pista sarebbe costata 81,61 milioni di Euro. Siamo a più del 45% di aumento, e non è ancora finita.
Bene, ribadisco: appuntiamoci e ricordiamoci tutto quanto. Ne riparleremo tra qualche anno: secondo me sarà l’ennesima vergogna italiana. Secondo voi come finirà?
Una delle cose più deleterie che siano accadute alle nostre Alpi, al netto delle fenomenologie di natura variamente socio-antropologica che ne hanno caratterizzato negativamente la storia degli ultimi due secoli, è stata la loro trasformazione in baluardi naturali di confine in base alla dottrina cartesiana sulla quale si è incentrata la geopolitica europea dal Settecento in poi. Prima di ciò, le Alpi sono sempre state una “cerniera” tra popoli, culture, saperi, tradizioni, economie, hanno sempre unito le genti alpine e gli stessi stati nazionali puntavano a contenere il più possibile nei propri territori i gruppi montuosi nella loro interezza. Anzi, quelle fenomenologie degradanti prima citate in effetti sono state la conseguenza anche di tale suddivisione geopolitica cartesiana dei monti alpini, per non parlare delle varie guerre successivamente scoppiate tra paesi di opposti versanti – la Prima Guerra Mondiale su tutte.
Dunque, la morfologia pur ostica di vette, creste e dorsali delle Alpi mai ha diviso le comunità alpine, e praticamente ogni passo valicabile, anche a quote elevate, era sede di una via di transito, carrabile, mulattiera o sentiero che fosse. Ecco, se si “ribalta” la suddetta morfologia, anche visivamente, alle dorsali elevate verso il cielo corrispondono i fondivalle delle innumerevoli vallate alpine lungo le quali scorre quasi sempre un corso d’acqua più o meno importante; e alle mulattiere valicanti i passi corrispondono i ponti che superavano e superano quei corsi d’acqua, a loro volta unendo le sponde ovvero le genti che vi abitavano e che da quelle valli transitavano. Sono altrettante piccole “cerniere” alpine, quei ponti, e di grande importanza, al punto che attorno al loro secolare valicamento si sono condensate infinite storie, vicende, narrazioni culturali d’ogni genere ma tutte quante affascinanti e sovente emblematiche riguardo la stessa storia delle Alpi in generale.
Lorenzo Berlendis è nato proprio in una valle prealpina – la Val Brembana, nelle Alpi Orobie – ricca di ponti importanti che valicavano il sovente impetuoso Brembo, e molti altri ponti, anche e soprattutto culturali, Berlendis ne ha valicati a iosa, in primis come membro di Slow Food e coordinatore di gruppi tecnici su mobilità dolce, progettazione partecipata degli spazi urbani, valorizzazione di territori e saperi delle comunità locali. Dunque egli sa bene come un ponte non sia solo un manufatto meramente atto a superare depressioni e avvallamenti ma, come detto, una piccola/grande cerniera tra territori e genti: il suo ultimo libro Le vie dei ponti. Percorsi tra memoria e gusto, storia e arte. Dalle Orobie bergamasche ai Grigioni, attraverso la Valtellina e la Val Bregaglia (Altraeconomia, 2025) è costruito attorno a queste fondamentali cerniere che, nello specifico, uniscono sponde e versanti di una delle regioni più emblematiche delle Alpi, quella tra Lombardia e Grigioni circoscritta dal sottotitolo del libro. Una regione da sempre transitata come poche altre, collegamento millenario tra Nord Europa e Mediterraneo nella quale gli scambi tra le varie comunità sono sempre stati intensi al punto da potervi estrapolare una certa unitarietà antropologica, costruita e testimoniata da innumerevoli fatti storici e elementi culturali […]
(Potete leggere la recensione completa di Le vie dei ponticliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)