[Il Monte Legnone visto da Domaso, sulla sponda occidentale del Lago di Como.]Se a dover citare le montagne più note delle Prealpi Lombarde – e probabilmente di tutte le Alpi afferenti al territorio della Lombardia, ma anche oltre – molti nominerebbero le Grigne o il Resegone, soltanto poco meno celebre di esse è il Monte Legnone nonché altrettanto “ammirato”, vista la sua posizione geografica preminente come poche altre che lo rende visibile da chiunque (o quasi) visiti il Lago di Como o si diriga verso la Valtellina e la Valchiavenna.
Il Legnone infatti è il ciclopico fulcro piramidale attorno al quale l’ampio solco morfologico della Valtellina piega verso sud e forma il bacino del Lario, a seguito di ciò che fece il Ghiacciaio dell’Adda nell’era Quaternaria fluendo verso la pianura. Visto invece dal versante opposto, quello bergamasco-lecchese, rappresenta il pilastro d’angolo della catena delle Alpi Orobie che dal monte piegano verso mezzogiorno affiancando il solco del Lago di Como. In buona sostanza, chiunque dalla pianura lombarda si muova verso il Lario e le valli retiche – Valtellina, Valchiavenna, Val Bregaglia – o al contrario discenda da esse verso Milano, prima o poi se lo ritrova di fronte ovvero… sopra la testa! In effetti il Monte Legnone può vantare una delle maggiori prominenze in assoluto della catena alpina: se si considerano le rive del lago come il punto più basso del territorio prossimo al monte, a una quota media di 197 m, la prominenza del versante Nord Ovest del Legnone è di ben 2.412 m: una delle più rilevanti di tutte le Alpi, appunto. Una peculiarità già rilevata dai viandanti medievali, al punto che qualcuno di essi riteneva addirittura il Legnone una delle vette alpine più elevate in assoluto.
[L’eccezionale panorama visibile dalla vetta del Legnone, qui verso nord-ovest. Immagine tratta dal volume “Dol dei Tre Signori“.]Invece la sua sommità si ferma a “soli” 2.609 metri: ben poco in confronto ai giganti retici più a nord, ma abbastanza – anche grazie al suo isolamento – per offrire a chi giunga in vetta una delle esperienze panoramiche più incredibilmente ampie e spettacolari dell’intera catena alpina, una veduta che come poche altre fa pensare di trovarsi a bordo di un velivolo per quanto ci si senta “alti” sul territorio circostante e la sua osservazione non sia limitata da alcun ostacolo (gli altri monti della zona nel raggio di qualche chilometro sono tutti più bassi).
[Il Legnone dalla bassa Valchiavenna. Immagine tratta da visitcolico.it.]Non è un caso dunque che il Monte Legnone fu tra le prime montagne alpine ad essere dotate di un proprio nome, ben prima che sorgesse qualche tipo di interesse verso le vette nelle popolazioni che abitavano ai loro piedi o transitavano nelle vicinanze. Ma in fin dei conti perché si chiama “Legnone”? Da dove deriva il suo nome? C’entra il legno come si potrebbe ritenere, dunque alberi o boschi particolari presenti sul monte?
No, anzi: in realtà l’origine dell’oronimo deriva probabilmente da un’altra e diversa risorsa naturale montana, l’acqua. Pare infatti che in epoca pre-romana il monte veniva denominato Lineo, dal termine celto-ligure «lin», che significa proprio “acqua”: la conformazione dei suoi versanti, infatti, con profondi canaloni che intercettano e incanalano le acque meteoriche e la neve che cadono sulla zona, lo rendono un naturale serbatoio di accumulo idrico alimentante numerosi corsi d’acqua che dal Legnone defluiscono a valle. Successivamente i Romani lo denominarono Tricuspide, perché dalla zona di Mandello del Lario, ai tempi un importante porto lacustre cui approdavano le imbarcazioni in navigazione da Como e da Samolaco, dove allora arrivavano le acque del Lario, sembrava culminare in tre diverse cime. Poi, nell’alto Medioevo, riaffiorò l’antica radice Lineo: in un documento dell’anno 879 risulta come monte Lineone, forma accrescitiva del nome originario chissà se per ragioni morfologiche o per abbondanze idriche. In ogni caso da Lineone a Legnone il passo fu breve e anche il dotto lessico latino si allineò a tale forma volgare, denominandolo in un documento del 1256 Mons Legnonum.
[L’alto Lago di Como con il Legnone, sulla destra, l’imbocco della Valtellina al centro e i monti delle Alpi del Bernina tra Valchiavenna e Val Masino sulla sinistra. Immagine tratta da terrealteoutdoor.com.]A proposito di acqua, tra le numerose specificità – tanto naturali quanto culturali – che contraddistinguono il Legnone così come tutte le montagne dotate di particolare valore georeferenziale (il monte è ricco di leggende d’ogni sorta, ad esempio), è doveroso citare la presenza del nevaio di Valorga (Valurga nella parlata locale), considerato da molti il ghiacciaio più basso d’Europa – lo vedete nelle immagini sottostanti. Posto intorno agli 800 metri di quota, alimentato quasi unicamente dalle valanghe che cadono dall’alto percorrendo il profondo canalone nel quale si annida e preservato dalla corrente d’aria fredda che vi scorre nonché dalla copertura di detrito e di alberi abbattuti dalle slavine, fino agli anni Sessanta del Novecento rappresentava la “ghiacciaia pubblica” dei residenti in zona al punto che vi si prelevava il ghiaccio per preparare le granite alla vaniglia consumate nella sagra di San Rocco, il 16 agosto. Oggi temo sia ormai estinto, salvo che per quale residuo di valanga che un’eventuale primavera fresca come quelle d’un tempo permette di conservare fino ai mesi estivi. D’altro canto si può immaginare che i tanti valloni d’ogni taglia che incidono il ciclopico versante nord del Monte Legnone, il quale garantisce ombra prolungata e un microclima più freddo che quello del territorio d’intorno, ospitassero molti piccoli ghiacciai come quello di Valorga: realtà peraltro documentata a fine Ottocento da Giacomo Brisa, uno dei fondatori del Circolo “Stella delle Alpi” di Delebio (nonché medico condotto del paese) che nel 1897 pubblicò la prima guida escursionistico-alpinistica della montagna, il quale rimarcò appunto che «nelle riposte insenature del monte le nevi eterne formano dei piccoli ghiacciai».
Insomma, il Legnone è un monte dal fascino secondo a nessun altro e dal Genius Loci potente e particolare il quale – cito ancora Giacomo Brisa – «racchiude in sé le bellezze imponenti e severe delle Alpi e quelle gaie e civettuole delle Prealpi». Quando vi capiterà di passare al suo cospetto, transitando dall’alto Lago di Como verso la Valtellina o la Valchiavenna, guardate verso l’alto alla vostra destra e, nonostante la sua soverchiante imponenza, apparentemente severa, sappiate che invece saprà raccontarvi un sacco di storie particolari e affascinanti invitandovi a esplorare consapevolmente il suo peculiare piccolo/grande mondo alpestre.
N.B.: buona parte delle informazioni toponomastiche sul Legnone le ho tratte da www.paesidivaltellina.eu, il benemeritissimo sito web di Massimo Dei Cas, vera e propria enciclopedia storico-geografica on line sul territorio della provincia di Sondrio; le altre fonti utilizzate sono linkate nel testo. Le immagini del “ghiacciaio” di Valorga sono tratte da it.wikiloc.com.
Contiamo per la prossima settimana di avere già i primi settori ghiacciati. E finiremo in tempo per la preomologazione che avverrà dal 24 al 31 marzo. Il presidente del Cio mi ha detto che sarà l’ultima pista al mondo fatta.
Sono parole di Fabio Massimo Saldini – Commissario di Governo e Amministratore delegato della Società Infrastrutture Milano-Cortona 2026 – sulla nuova pista di bob di Cortina, riportate da “Il NordEst Quotidiano” e riprese da Pietro Lacasella su “Alto-Rilievo / voci di montagna”, il suo blog.
«L’ultima pista al mondo fatta», già.
Avete presente il bambino viziato che fa i capricci perché vuole che la mamma gli compri un’altra confezione di dolci e lei, pur di farlo smettere con le lagne e tenerlo buono, gli dice «Va bene, ma sappi che è l’ultimo e poi basta!»?
Ecco, a me pare che le circostanze siano le stesse.
La nuova pista di bob di Cortina è un mero capriccio della politica che nemmeno il Cio – Comitato Olimpico Internazionale – voleva, cercando a lungo di far desistere l’organizzazione dal realizzarla, ma che infine ha dovuto accettare per fermare le lagne dei suoi proponenti. Solo che i dolci al bambino viziato la mamma li compra coi propri soldi, la pista di bob di Cortina la stiamo costruendo con i soldi pubblici – soldi nostri: più di 80 milioni di Euro, al momento. E chissà quanti saranno poi, alla fine dei conti e dei lavori.
Be’, questo è un altro episodio che dimostra benissimo il modus operandi e la “filosofia” alla base delle Olimpiadi di Milano-Cortina 2026. Un evento in origine virtuoso che si sta sempre più dimostrando come il capriccio di una politica viziata – termine da intendersi nelle sue accezioni più franche. Con buona pace dello “spirito olimpico”, sepolto sotto diversi strati di cemento, denari e ipocrisia.
Giusto un mese fa qui sul blog, cioè a un anno dall’inaugurazione delle Olimpiadi Invernali di Milano-Cortina 2026, scrivevo le mie impressioni sull’atteggiamento via via sempre più compiacente della stampa, nazionale e soprattutto locale, nei confronti dell’evento olimpico e dei soggetti che sono a capo della sua organizzazione. Ciò in soldoni significa la presenza di sempre più numerosi articoli accomodanti, sugli organi di informazione, e sempre meno articoli critici. Cosa prevedibile per certi aspetti, deprecabile per tanti altri: un’informazione troppo compiacente è sempre sinonimo di libertà e democrazia in difficoltà.
È di qualche giorno fa invece la “censura” (viene difficile non definirla diversamente) ricevuta dal direttore di “Altraeconomia” Duccio Facchini dal Politecnico di Milano, il quale gli ha impedito di intervenire in occasione della Giornata mondiale dell’acqua con un intervento dal titolo “I consumi d’acqua delle Olimpiadi invernali” «perché non si può parlare in modo “polemico” dell’evento», nonostante l’intervento di Facchini si basasse sui dati resi pubblici nel Rapporto ambientale presentato dalla stessa Fondazione Milano-Cortina, uno dei soggetti che gestisce l’organizzazione dei Giochi.
Si tratta di due circostanze di simile sostanza che denotano la difficoltà in cui versa l’organizzazione delle Olimpiadi milanocortinesi, da cui deriva anche l’evidente, inevitabile incapacità di rispondere in maniera solida e credibile alle critiche che vengono espresse al riguardo. Molto semplicemente, se tutto stesse andando per il meglio non ci sarebbe motivo di evitare le critiche, che peraltro sarebbero deboli e facilmente smontabili. La strategia in atto, di compiacenze e censure coatte, rivela con tutta probabilità il contrario, d’altro non da oggi ma fin dall’inizio dell’iter organizzativo olimpico.
In ogni caso, posto anche ciò che ho appena scritto, le Olimpiadi di Milano-Cortina dell’anno prossimo saranno un successo ovviamente: i riflettori mondovisivi accesi abbaglieranno tutto e tutti, nel trionfo dei sorrisoni a trentadue denti, degli «hurrà!» urlati a squarciagola, degli incensamenti sparsi a destra e a manca come polvere al vento.
In verità, il vero successo delle Olimpiadi sarà nel caso da registrare dopo, negli anni successivi, a conti fatti, territori infrastrutturati e luci della ribalta spente. Lì si capirà se l’evento olimpico avrà giovato in qualche modo ai territori coinvolti e alle loro comunità, o se si manifesterà come un danno grave e degradante. Secondo voi come andrà a finire?
Come scrissi già parecchio tempo fa, bisogna ammettere che l’organizzazione delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026 ci sta offrendo una grande “opportunità”: constatare e comprendere come possano nascere dei disastri. Un’opportunità preziosa perché da essa è (sarebbe) possibile imparare come evitarli in futuro, ma temo già che quelli che per primi avrebbero da imparare eviteranno accuratamente di farlo. Anzi.
La nuova pista di bob di Cortina è di nuovo l’esempio migliore al riguardo. Più di 80 milioni di Euro di soldi pubblici (per altre fonti 100 milioni) buttati in un’opera che già su di sé porta scritto a caratteri cubitali «FALLIMENTO», inutile, impattante e che nessun vantaggio porterà a Cortina e al suo territorio, realizzata solo per mera protervia di certi politici. Il tutto, nonostante la “lezione” della pista di bob di Cesana, costruita per Torino 2006, oggi abbandonata e in degrado, altri 110 milioni di Euro gettati via, altro «FALLIMENTO». Una lezione dalla quale non si è imparato nulla, appunto.
Qualcuno ha pagato per la pista di Cesana, secondo voi? A qualcuno sono state imputate colpe e responsabilità di un tale disastro economico e ambientale? Ovviamente no.
Lo stesso accadrà a Cortina, statene certi, così come in molti altri territori sedi di opere olimpiche (in Valtellina, ad esempio). I responsabili di ciò che sta accadendo, quando la pista ora in costruzione verrà abbandonata, saranno ormai altrove a effondere la propria stessa protervia sotto forma di slogan e propagande, magari seduti su scranni politici di livello ancora più elevato (fare disastri in Italia paga sempre, soprattutto in politica), comunque intoccabili rispetto alle responsabilità pur evidenti di ciò che accadrà. Non solo: se ne vanteranno pure, di tali opere fallimentari, perché oggi come non mai sostenere il falso è la strategia politica più in voga, in tali circostanze ovvero nei contesti in cui una parte dell’opinione pubblica abbia smarrito o dimenticato le facoltà di pensiero e di buon senso. Anche in tal caso la pista di bob di Cortina è esemplare, come dimostra la recente questione dei presunti “sabotaggi”, palesemente campata per aria e funzionale a nascondere incompetenze e difficoltà varie e assortite.
Da tutto ciò, al netto del pantano politico nel quale purtroppo le Olimpiadi sono state immerse, sorge il gran rammarico per un’occasione che si sta perdendo, come rileva bene il recente secondo report di “Open Olympics 2026” che riporta i rilievi del monitoraggio sull’andamento organizzativo dell’evento: cliccate sull’immagine qui accanto per leggerlo. I Giochi Olimpici di Milano-Cortina potevano (forse ancora potrebbero, se il buon senso tornasse) rappresentare una prestigiosa opportunità di sviluppo per i territori alpini coinvolti e di costruzione di un’immagine del paese consona ai tempi che stiamo vivendo, alle loro criticità tanto quanto alle possibilità in tema di transizione ecologica, di sostenibilità ambientale e economica, di progresso sociale e culturale.
Invece, di questo passo, nulla di tutto questo avverrà e i territori coinvolti, con a ruota il paese intero, ne pagheranno le conseguenze. I responsabili invece no, quelli non pagheranno affatto. Anzi.
P.S.: un’eloquente analisi di ciò che sta accadendo al cantiere della pista di bob di Cortina è stata pubblicata su casacibernetica.cloud (vi ho tratto anche le immagini della pista che vedete lì sopra) e ripresa da gognablog.sherpa-gate.com.
Sempre a proposito di eventi spacciati per “valorizzazione delle montagne” ma che con le montagne non c’entrano nulla – innanzi tutto con la loro identità culturale, l’elemento che più di ogni altro dà valore e genera attrattività alla frequentazione turistica delle loro località – eccone un altro veramente “notevole” e assai spassoso:
Spassoso, sì. Perché, con tutto il rispetto per chi vorrà liberamente parteciparvi, è divertente il costo proposto e pensare che si possa essere disposti a pagarlo, è buffo il lessico con cui l’evento viene presentato, è grottesca la scritta «CUCINA & NATURA» in alto a sinistra, è burlesca la proposta di vini francesi in Valtellina, terra di rinomata produzione vitivinicola dove si imbottigliano anche spumanti (la “valorizzazione delle montagne”, vero?). E fa ridere anche la traduzione letterale di «Snoweat», mangianeve: che ci sia qualche doppio senso altrettanto derisorio in questo nome?
Infine, trovo “spassosi” questi eventi per un’ultima ma non meno importante cosa: stanno diventando così decontestuali alla montagna, così incongrui e ineleganti, così culturalmente rozzi e talmente lontani dall’ambito montano, persino da quello prettamente turistico, che messi tutti insieme stanno gonfiando una gigantesca bolla consumistica che prima o poi scoppierà addosso a chi li propone. Ne sono più che convinto.
Le montagne, e con esse la parte preponderante di frequentatori consapevoli delle terre alte che vedono con sguardo sempre più critico tali iniziative, le espelleranno e se ne libereranno rapidamente. Alla fine una patacca senza valore messa in mezzo a dei gioielli preziosi resta comunque una patacca, e prima o poi anche quelli che la pensano preziosa come ciò che ha intorno (e l’abbiano acquistata come tale, per giunta) si renderanno conto del terribile abbaglio. Ecco.
Ribadisco: il problema non è fare cose in montagna ma come si fanno. A mio parere si può fare di tutto e con il buon senso ogni cosa verrà bene e funzionerà – buon senso che per me significa fare cose realmente consone al luogo e alle sue specificità. Senza buon senso probabilmente scaturiranno solo problemi e danni. Ma, al solito, a chi da queste cose ci ricava un tornaconto, pur legittimo che sia, delle conseguenze generate non interesserà granché.