«Open To» il piatto tipico del Lago di Como!

Intanto, dalle mie parti ovvero a BellagioLake Como, Lombardy», esatto), già qualche turista straniero in visita chiede di poter gustare il più tipico piatto lariano in assoluto: la pizza!

D’altro canto l’ha vista su “Open To Meraviglia”, la campagna del Ministero del Turismo e dell’Enit, mica di gente a caso, eh! Vai ora a dirgli che no, non è proprio così… e che poi non vada a Napoli a chiedere di poter mangiare il Toc!

Per la serie: Open to qualche buon libro sull’Italia e sulla sua cultura che mi pare indispensabile un approfondito ripasso al riguardo, eh, fin dalle nozioni basilari. Ecco.

Open to me…diocrità!

Mi sembra di capire che la campagna di promozione turistica dell’Italia “Open To Meraviglia” venga unanimemente considerata un mezzo disastro (ma “mezzo” lo aggiungo io per personale magnanimità). Ciò per innumerevoli motivi messi bene in evidenza da tanti commentatori titolati sulla stampa e sul web – tra di essi scelgo l’analisi di Pier Luigi Sacco, sempre ottimo e illuminante su tali tematiche, pubblicata su “Il Sole 24 Ore”, la potete leggere cliccando sull’immagine dell’articolo lì sotto e ingrandendola.

Se da un lato sconcerta il constatare nella campagna certe manchevolezze quasi ridicole per tanto siano grossolane, dall’altro a me tale vicenda rinfresca la memoria sul similare caso di “Italia.it”, la pretesa “vetrina” del paese sul web per la quale nel 2004 si spesero venti milioni di Euro – di soldi pubblici, ovviamente – per ottenerne una beneamata (web)cippa. Poi, alla fine, come anche osserva Pier Luigi Sacco nel suo articolo, c’è sempre chi obietta che intanto la “venerea” (nel senso della Venere botticelliana, mica altro eh) campagna sta facendo parlare di sé, in base al solito principio del «bene o male l’importante è che se ne parli». Ok, ma fossero sei contro quattro a darvi contro ci starebbe pure, qui invece nove su dieci (conteggio in difetto) ne parlano sì e invariabilmente male, dunque è inevitabile ritenere che elaborata nel migliore dei modi la campagna non lo sia affatto.

D’altronde, per tornare a tempi più recenti, mi vengono pure in mente molti progetti ipotizzati e tante iniziative e opere turistiche realizzate la cui sostanza è talmente sconcertante, insensata, decontestuale, impattante e sconclusionata rispetto ai luoghi per i quali vengono pensate che, temo, le loro idee di fondo si ispirano agli stessi princìpi delle campagne citate: cose pensate male, realizzate peggio, sprecanti denaro pubblico e destinate ad un pressoché certo fallimento ovvero, quando va bene, a provocare tanto fumo e ben poco arrosto.

Proprio non ce la fanno – verrebbe da pensare – quelli che a svariato titolo nel corso degli anni si ritrovano a gestire l’immagine turistica dell’Italia. Ma perché? Per incompetenza, suprema superficialità, cialtronaggine, menefreghismo in puro stile tiriamo-la-fine-del-mese-che-tanto-lo-stipendio-ce-lo-pagano-comunque? Un bell’enigma, senza dubbio.

E se invece quest’ennesima campagna disgraziata, visti i pregressi (“Italia.it”, cui si riferisce l’immagine qui sopra,Open è solo uno dei tanti), non fosse “sbagliata” ma, a suo modo, fosse ciò che non potrebbe che essere? Ovvero, se pure “Open to meraviglia” rappresentasse per certi ambiti, nelle forme e nelle sostanze con le quali si palesa, la realtà di fatto istituzionale italiana e ne fosse del tutto coerente per come faccia concretamente pensare al termine “cialtroneria”? Il quale è quello che trovo più significativo al riguardo, appunto, e mi scuso verso chi ritenga di trovarlo irrispettoso ma veramente non riesco a evitarlo.

La mediocrità come normalità e come medietà italica, in buona sostanza, al punto da diventare ispirazione inesorabile quando si debba presentare, in modi vari ma al fondo similari, l’Italia al di fuori dei suoi confini. Un paese che, è ormai assodato, vive ancora troppo di e su conformismi, stereotipi, tradizionalismi oltre i quali non sa andare e forse non vuole andare, dei quali spesso si lamenta ma nei quali in fondo si crogiola. Nel frattempo però il mondo, il tempo e la vita vanno oltre, e chissà se si riuscirà ancora a riprenderli.

Le panchine giganti e la maionese

Marcare il territorio, imprimere un segno che duri oltre il nostro passaggio è più che un’abitudine: piuttosto una necessità che condividiamo con buona parte del regno animale. Ma a differenza delle fatte e delle secrezioni ghiandolari, alcuni dei segni che ci lasciamo alle spalle sono più permanenti, differenziati e controversi nel messaggio. Sono due in particolare i modi – individuali o collettivi – di marcare il territorio in montagna su cui merita soffermarsi.
Il primo potremmo chiamarlo la sindrome della maionese sui tajarìn al tartufo (o del Parmigiano sul pesce o della panna nella carbonara…). Consiste nell’installare in ambienti montani remoti e ancora relativamente integri (i tajarìn al tartufo) degli elementi di per sé validi (come la maionese, verso la quale non ho alcun pregiudizio), che avrebbero lo scopo di esaltare il contesto, ma che di fatto lo peggiorano perché sono di troppo.
Oltre all’italianissimo fenomeno delle panchine giganti che ormai fa categoria a sé, appartengono a questa famiglia le targhe, le installazioni artistiche o i pannelli dai contenuti scientifici o poetici che dovrebbero elevare il nostro spirito e aiutarci a interpretare il paesaggio. Tuttavia questi elementi, se troppo numerosi o invadenti finiscono per diventare inopportuni: impedendo di restare da soli con la montagna, di fatto impoveriscono la nostra esperienza. Due cose buone male assortite non ne fanno una ottima.

[Tratto da Irene Borgna, Note di antropologia alpina. Lasciare traccia, su “La Rivista del Club Alpino Italiano” n°1, marzo 2023.]

Non posso che condividere convintamente le osservazioni della mirabile Irene Borgna – ancor più sviluppate poi nel resto dell’articolo sul bimensile del CAI (al quale vi rimando per la lettura integrale): peraltro, l’impressione ulteriore che da sempre ricavo dalle fenomenologie citate, quand’esse diventano eccessive, è quella di trattare i frequentatori dei luoghi montani adornati da quegli elementi come dei bambini un po’ stupidotti che hanno bisogno di qualcuno che gli dica cosa fare, lì dove sono. Se il pannello con le nozioni culturali su un certo luogo altrimenti ignorate dai più è importante e certamente utile, molti altri che sostanzialmente impongono una determinata interpretazione del paesaggio finiscono per uniformarne inesorabilmente la visione, mentre il paesaggio, essendo un costrutto che potenzialmente viene elaborato da ciascun individuo in modo singolare, al netto degli immaginari convenzionali in uso, potrebbe essere uno oppure potrebbero essere innumerevoli – e di certo tali sono nella componente mentale e emozionale del costrutto che il paesaggio rappresenta. Per non parlare poi delle panchine giganti, a mio modo di vedere uno dei punti più bassi della fenomenologia pseudo-turistica in questione, senza la cui presenza si direbbe che a molti non verrebbe in mente di visitare il luogo nel quale sono installate ma, nel momento in cui lo visitano, il valore principale di esso diventa la stessa megapanchina e non il luogo, mera scenografia che fa da sfondo al manufatto (e ai selfies di circostanza) nonché alla sua fruizione ludica. Tutto ciò senza che alcuna nozione culturale sul luogo venga trasmessa e, soprattutto, possa essere appresa, non essendoci le condizioni affinché ciò avvenga e non essendo questo lo scopo dei suoi fruitori, trattati (e portati a comportarsi) come bambinoni a cui venga offerto un giocattolo con il quale sollazzarsi e così attrarli in loco ma, come dice Borgna, offrendo loro un’esperienza impoverita e banalizzata ovvero una relazione futile, mediata e deviata con il luogo, a sua volta trattato come fosse poco interessante e carente di bellezza tanto da dover essere “agghindato” dalla panchinona.

D’altro canto, se due cose buone male assortite non ne fanno una ottima, figuriamoci se una delle due è pure brutta, oltre che fuori contesto. Il danno al territorio e al suo paesaggio è bell’e servito, inevitabilmente.

Su “Valsassina News” lo scorso 15 aprile

Devo ringraziare una volta ancora la redazione di “Valsassina News” che ha ripreso le mie considerazioni in tema di cicloturismo montano pubblicandole il 15 aprile nell’articolo sopra riportato (cliccateci sopra per leggerlo integralmente; sul blog lo trovate qui).

Come al solito, le considerazioni espresse hanno suscitato un ampio e articolato dibattito, con prese di posizione anche rigide (pure verso lo scrivente): ottimo così, va benissimo, i miei “articoli” più che imporre “verità” – che naturalmente non ho, semmai formulo riflessioni basate sulle mie esperienze personali, che tali sono, legate alle mie attività culturali in montagna – li pubblico proprio per sollecitare qualsiasi opinione di chiunque legga e voglia dibattere. Opinioni sulle quali si potrà poi essere d’accordo o in disaccordo ma, se fondate, costruttive e formulate con rispetto, sono assolutamente interessati e gradite. Al netto della mia esperienza in tali ambiti io non conto certo più di chiunque altro, ci sta che possa essere criticato, anzi: tutto può essere utile per affinare le proprie idee in un processo che mi auguro sempre reciproco e alla fine importante e utile anche per le figure, istituzionali e non, che detengono i poteri decisionali sulle iniziative progettate e da attuare. Che in quanto tali hanno una responsabilità ancora maggiore e, essendo rappresentanti dei cittadini abitanti e frequentatori delle montagne in questione, hanno l’obbligo di cogliere, meditare e elaborare ogni considerazione articolata su quelle iniziative.

D’altronde questi sono temi in costante stato di work-in-progress dacché legati a variabili in evoluzione nel tempo, i quali dunque vanno costantemente analizzati e affinati in base al divenire delle cose. Per ciò anche il dibattito deve mantenersi aperto, costante e sempre costruttivo, così da salvaguardare l’armonia tra cosa si fa, come si fa e dove si fa, a sempre maggior beneficio di tutti.

Una vecchia casa da “leggere”

La vecchia casa se ne sta lì, un po’ appartata, tranquilla, silente – se mai possa essere tale una casa, certo. Gli altri edifici intorno, più moderni, appariscenti, scintillanti, sembrano indifferenti alla sua presenza e invitano a esserlo i passanti che gli transitano accanto per andare dove le luci trionfano, attratti dalla loro vitalità. Così la vecchia casa sembra quasi fuori luogo, lì dov’è, anche se dovrebbe essere il contrario rispetto alle altre circostanti: ma c’è quello che si vede e si vede ciò che si crede, e ignorata com’è la casa in fondo è come se non ci fosse. Appare silente per questo, non per altro. Attende qualcosa di indefinibile, osserva il tempo scorrere insieme a tutti quei passanti, forse non si dispiace nemmeno dell’indifferenza subita, potrebbe pure essere una forma di tutela della sua essenza, della storia che tra le mura si conserva, delle narrazioni che nessuno o quasi vuole ascoltare ma non per mero disinteresse o insolenza: semplicemente perché c’è altro da ascoltare, evidentemente più intrigante. Come avere di fronte due volumi da poter leggere, l’uno con la copertina priva di fronzoli e il titolo poco appariscente e l’altro con un’immagine colorata e vivace e un titolo pop: quasi sicuramente verrà da aprire e leggere questo secondo, non il primo anche se fosse un capolavoro narrativo. Ignorato, fino a che non si manifesti la volontà di considerarlo e leggerlo. E magari ciò potrà avvenire quando ci si stancherà della vivacità del secondo, chissà. Anche solo per cambiare un po’, ogni tanto.

La vecchia casa è un po’ come il libro senza fronzoli, seppur già le sue “pagine” murarie leggibili lungo la via lungo la quale i passanti transitano e vanno altrove rivelano una narrazione intensa, articolata, intrigante: basta riservarvi una minima considerazione per suscitare la curiosità di leggerne altre ancora, di conoscere qualcosa di più della sua storia, di sapere che ci faceva lì e che ci farà ancora, in quel luogo così apparentemente diverso nel quale quasi ogni altra cosa – ogni altra casa – sembra darle le spalle con sussiego quando invece, forse, è proprio il contrario. Perché sa che la storia del luogo le passa attraverso donandole il retaggio del tempo realmente vissuto, la narrazione che descrive e determina l’anima imperitura del paesaggio umano di cui è manifestazione e che a differenza di altre più evanescenti resterà, in un modo o nell’altro, inscritta sul vecchio, ignorato ma referenziale e imprescindibile volume di pietra a beneficio di chiunque vorrà leggerla dedicandole un pizzico di attenzione e di curiosità.