Erba, 25 gennaio: una rassegna stampa

A riprova del notevole successo della serata di giovedì 25 gennaio scorso a Erba con la presenza di Marco Albino Ferrari con il suo ultimo libro Assalto alle Alpi, ospite del Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo” e delle 35 associazioni che lo compongono, e come ennesima dimostrazione tanto dell’importanza delle azioni intraprese dal Coordinamento per la salvaguardia della montagna lariana dagli scriteriati progetti turistici alle quali viene sottoposta, quanto della larghissima presa sul pubblico di tali azioni e della sensibilità che tante persone dimostrano a favore della salvezza del San Primo contro i suddetti progetti – rimarcando così anche la solitudine assoluta degli enti locali che li stanno proponendo, i quali si rifiutano pervicacemente di dibatterne probabilmente sapendo quanto siano insostenibili -, eccovi qui sotto una rapida e parziale rassegna stampa della serata di Erba da parte dei media locali che hanno saputo ben cogliere il successo dell’evento. Potete leggere tutti gli articoli che vedete qui sotto nella pagina del sito web del Coordinamento, insieme a ogni altro contenuto mediatico dedicato alla difesa del Monte San Primo e alla documentazione inerente la questione.

Dunque, di nuovo: appuntamento alle prossime iniziative, fino alla vittoriosa salvaguardia definitiva del meraviglioso Monte San Primo!

Ieri sera a Erba, per il Monte San Primo

Quella di ieri sera a Erba è stata un’altra bella, importante e, credo, emozionante serata a sostegno della causa di difesa e salvaguardia del Monte San Primo. Una sala gremita al punto che molti non hanno potuto trovarvi posto ha accolto e ascoltato con grande coinvolgimento Marco Albino Ferrari, ospite della serata con il suo recente libro Assalto alle Alpi, il quale ha “accompagnato” i presenti in una articolata esplorazione nello spazio e nel tempo delle Alpi, dalle prime forme di turismo nate nell’Ottocento fino a quelle estremamente aggressive e impattanti dell’industria turistica massificata contemporanea, che dagli anni Sessanta in poi ha pesantemente urbanizzato e infrastrutturato molte vallate alpine, con apparenti benefici iniziali per i loro abitanti ma, in seguito, generando numerose problematiche che infine non hanno risolto ma aggravato la realtà socioeconomica di quelle montagne. Un modello di “conquista” delle terre alte obsoleto e sovente fallimentare che tuttavia si sta ancora proponendo – se non imponendo – al Monte San Primo contro ogni logica e qualsiasi sensibilità nei confronti del suo paesaggio, per giunta come se il cambiamento climatico in corso non esistesse e con le sue conseguenze non avesse purtroppo imposto già da tempo la parola «FINE» allo sci sul San Primo.

Personalmente voglio ringraziare il Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo” per l’impeccabile organizzazione della serata, ulteriore manifestazione dell’attivismo costante, appassionato e prezioso in difesa del San Primo – vero e proprio caso emblematico di ciò che alcuni soggetti vorrebbero continuare a imporre alle nostre montagne, come anche è stato illustrato ieri sera introducendo la serata -, nonché Marco Albino Ferrari per la disponibilità, la cordialità e per aver fascinosamente coinvolto l’uditorio nelle proprie narrazioni, e ovviamente tutto il pubblico presente, con alcuni convenuti a Erba anche da piuttosto lontano ma che non hanno voluto perdere un evento così importante.

Alla prossima, e fino alla vittoriosa salvaguardia definitiva del meraviglioso Monte San Primo!  

A Cortina le “gare olimpiche” di prepotenza e menefreghismo hanno già i vincitori

Io credo che, se veramente la pista di bob olimpica di Cortina verrà realizzata – come purtroppo temo avverrà, vista la bieca e cieca prepotenza di chi la sta imponendo fregandosene di ogni indicazione e considerazione altrui nonché della lezione della pista di Cesana Torinese, costata 110 milioni di Euro e ora in rovina – rappresenterà una delle più grandi vergogne della storia italiana contemporanea. Una colpa per la quale la responsabilità dovrà necessariamente ricadere su chi l’avrà imposta al territorio e alla sua comunità, in modo inalienabile. Punto.

[Immagine tratta dal progetto esecutivo “Cortina Sliding Centre” in data 15/12/2023, fonte: www.vez.news.]
Come ha scritto Luca Calvi su Facebook, quanto sta accadendo per la pista di bob cortinese

è la palese dimostrazione sul campo del desiderio di imposizione autoritaria della propria volontà dettata dalla bramosia di spartizione delle prebende. Il dichiarato disinteresse per le opinioni del CIO svela a chiare lettere il malcelato desiderio di un ritorno a forme lessicali “vintage”, quanto meno legate al Ventennio, nonché alle modalità di imposizione delle proprie decisioni al popolino bue. Hanno deciso di spartirsi la torta, punto. Dello scempio ambientale e civile a loro nulla importa e attaccano chiunque lo faccia notare accusandolo di voler fermare il progresso e ritardare l’arrivo del benessere per chi in montagna vive.

Analisi perfetta, così come lo è quella di Pietro Lacasella:

L’Italia aveva l’opportunità di avvalersi della visibilità offerta dai giochi olimpici per offrire un esempio di sensibilità, connettendo le reali esigenze dei territori montani (i servizi essenziali per un vivere dignitoso) con le mutate caratteristiche climatiche che li rendono sempre più fragili. Ancora una volta lo sguardo è rivolto alla punta degli scarponi, al presente, senza trovare la forza né il coraggio di guardare avanti. Di guardare al futuro.

Aggiungo solo un “banale” interrogativo: quanti servizi essenziali per un vivere dignitoso a favore delle comunità residenti nei territori montani olimpici si sarebbero potuti finanziare con più di 80 milioni di Euro (sempre che la cifra non aumenti a dismisura come regolarmente accade) ovvero il costo ultimo preventivato per la pista di bob di Cortina?

Ovviamente, una risposta dai politici coinvolti nella vicenda non arriverà mai. Loro mantengono sempre la facoltà di non rispondere mai delle decisioni e delle azioni intraprese, soprattutto quando siano drammaticamente sbagliate. Già.

Torniamo ad allargare lo sguardo ovunque, non solo sulle montagne!

[Foto di Willian Justen de Vasconcellos su Unsplash.]

Riallarghiamo lo sguardo.
Negli ultimi anni i nostri occhi si sono totalmente abituati alla vista di infrastrutture, villette, recinzioni, cartelloni pubblicitari, insegne e capannoni propagati ovunque.
Il nostro sguardo si è assuefatto e la profondità di campo si è inesorabilmente accorciata, infrangendosi sistematicamente su muri e confini artificiali.
Per questo la fuga verso le montagne più alte, con poche altre residue isole felici, rimane l’ultimo antidoto contro la “cecità” indotta dall’abitudine.

Condivido pienamente questo bellissimo e profondo pensiero di Michele Comi, che in poche e perfette parole rimarca una realtà tanto drammatica quanto ignorata, eppure provocante conseguenze estremamente spiacevoli. Abbiamo perso la capacità di comprendere l’incongruenza oltre che l’obiettiva bruttezza di molte delle cose che ci circondano proprio perché non sappiamo più osservarle. Le vediamo, sì, ma la percezione visiva è diventata pressoché sterile, e ciò in quanto abbiamo “scelto” di rendere quelle cose brutte e incongruenti normali. Cioè la “norma”, una regola, un criterio che si fa giudizio per il resto e, inevitabilmente, diventa anche norma sociale condivisa per induzione automatica, così che non è strano che si accettino le cose suddette ma è “strano” chi ne osserva la loro contraddittorietà.

[Filari di viti e distese di capannoni, in Valtellina. Immagine tratta da https://puntoponte.wordpress.com.]
È per questo che le montagne, come scrive Michele, rappresentano un ottimo antidoto contro questa nostra cecità. Ma è ovvio che tanto più lo possano essere quanto meno il nostro sguardo su di esse, dunque la relazione che vi elaboriamo che dalla visione in quanto percezione primaria si origina, sia interrotto e infranto da presenze parimenti incongrue con il territorio d’intorno. Allo stesso modo è per questo che sulle montagne bisogna costantemente mantenere la massima attenzione, cura, sensibilità e cognizione riguardo ciò che si fa e che ci si costruisce sopra. Il che non significa che non si possa fare niente: si può fare moltissimo ma di totalmente congruo al territorio e al suo paesaggio. Il rischio che anche un luogo speciale come la montagna diventi “normale”, e che di conseguenza si possa diventare “ciechi” anche verso di esso è dietro l’angolo, una (troppo) lunga casistica lo dimostra drammaticamente. Credo debba essere un diritto e dovere di tutti agire affinché ciò non avvenga: per continuare a vedere, osservare, comprendere e godere della bellezza delle montagne, per continuare a vedere noi stessi come esseri veramente umani degni di governare questo nostro mondo sul quale tutti abitiamo.

Genova e i genovesi, prossime vittime italiane della turistificazione di massa

[Foto di Paolo Trabattoni da Pixabay.]
Su “Il Post” lo scorso 18 gennaio è stato pubblicato un articolo firmato da Elena Nieddu – giornalista ligure che ha lavorato per “Avvenire”, “Repubblica” e per “Il Secolo XIX” – intitolato Genova per loro il quale segue perfettamente a ruota ciò che ho raccontato in questo mio articolo su “L’Altra Montagna” in tema di turistificazione estrema delle città e delle località turistiche a danno dei loro abitanti – che ho scritto a mia volta seguendo ciò che da tempo viene denunciato da più parti e diverse fonti al riguardo. A quanto pare, dunque, anche Genova sta entrando nel “club” – capeggiato ad (dis)honorem da Venezia con il suo over tourism irrefrenabile – dei luoghi sempre più soggiogati, soffocati e inevitabilmente degradati dal turismo di massa e dalle varie fenomenologie che si porta appresso, prima fra tutte l’espulsione dei suoi abitanti per fare spazio agli esercizi commerciali privati e agli alloggi dedicati al turismo breve, e la sua trasformazione rapida in un ennesimo non luogo totalmente asservito all’industria turistica.

Vi propongo di seguito qualche passaggio dell’articolo di Nieddu, che potete leggere nella sua interezza su “Il Post” cliccando qui – e vi invito a leggerlo, per quanto sia significativo e illuminante. O inquietante, certamente.

Accade a Genova quello che succede in molti altri centri storici, a cominciare da Roma, Torino e Milano: chiudono i negozi di prossimità, aprono bed&breakfast e dehors. Lo spazio pubblico è privatizzato. Crescono gli affitti; gentrificazione e disagio si sovrappongono. Molti dei residenti abbandonano il centro storico per aree più periferiche: mentre certe aree diventano più costose, con ovvi vantaggi per chi ha case da vendere, altre vengono lasciate al degrado. A Genova i confini tra le due zone si spostano continuamente, creando un profilo mutevole in cui i palazzi di via Garibaldi, presi d’assalto dai turisti e zeppi di appartamenti delle famiglie patrizie, sono a pochi passi dalle vie – per usare le parole di Fabrizio De André – frequentate anche di giorno dalle graziose. A proposito di De André, di cui in questi giorni si ricordano i venticinque anni dalla morte, anche lui è oramai un protagonista del marketing urbano. Neanche Genova si salva dalla messa in scena che tutte le città, nel tentativo di rendersi originali, offrono di sé, avvitate a miti e retorica, con il grottesco effetto «di rendersi invece sempre più uguali le une alle altre».
[…]
L’Italia ha molti meno visitatori, per esempio, della Spagna, ma «gli enti che dovrebbero governare il turismo agiscono come pro-loco», invece di gestire i flussi. Guardiamo le crociere: «Questo tipo di visita non porta nulla ai centri urbani; ma una media di poco più di 3.000 persone al giorno in una città di circa 561 mila abitanti potrebbe non essere un problema. La questione, ancora una volta, è di concentrazione e di governo dei flussi». A livello decisionale, i margini di intervento ci sarebbero: evitare la «monocultura turistica» e promuovere la riqualificazione urbana a beneficio dei residenti, altrimenti il rischio è che le nostre città si trasformino in costosi resort per chi ha più soldi di noi.