Da molto tempo non vedevo la prima dimora della mia vita, e in fondo non avevo nessun motivo di venire fin qui dopo tanti anni. Cosa ci faccio a Carolina? Sono venuto quasi per caso, senza aspettative. Non c’è un granché da vedere in un posto così solitario; qui l’Engadina si nasconde, qui non hanno dipinto né Segantini né Giacometti.
Carolina è solo una stazione della Ferrovia Retica, cinque chilometri sopra Zernez, cinque sotto Cinuoschel. In fondo solo una stazione d’incrocio in mezzo al bosco, due binari su pietrisco scuro, quattro case uguali per gli impiegati, ora disabitate; ormai qui ci abita solo un alternativo, e la maggior parte dei treni passa senza fermarsi. Una fontana asciutta e inclinata da una parte al sommo dello spiazzo, un magazzino per materiali e attrezzi, proprio dietro una gola profonda e un grande viadotto. Per il resto solo bosco.
[La stazione di Carolina. Foto di Klaus Kämpfe – ckkaempfe.de, CC BY-SA 3.0, fonte: commons.wikimedia.org.]Uno degli incipit più belli che ultimamente abbia letto, questo che apre l’opera autobiografica del grande autore svizzero di lingua romancia: delicato eppure intrigante, minimale e al contempo profondamente espressivo nonché in grado, con così poche parole, di tratteggiare vividamente il piccolo mondo alpestre nel quale Il rumore del fiume è ambientato. Un incipit a suo particolare modo “programmatico” e del tutto proporzionato al valore letterario del testo che avvia, del quale a breve potrete leggere, qui sul blog, la mia “recensione”.
Oggi, a dire/leggere “BB”, i più penseranno che si stia per disquisire di Bed & Breakfast; altri a Breaking Bad (mai vista, conosco di fama) mentre qualcuno diversamente giovane invece potrebbe pensare alla sublime Brigitte Bardot e ben pochi ad altro, tipo al dominio web delle Barbados o alla targa automobilistica di Moss (Norvegia).
Be’, da domani 8 luglio, invece, per chiunque “BB” non potrà che significare Busci (a) Bard, perché in quella data viene inaugurata “BLUCERVINO”, la mostra di Alessandro Busci presso il meraviglioso Forte di Bard, quale elemento integrante dell’esposizione “Icona Cervino” a sua volta parte de Il Monte Cervino: ricerca fotografica e scientifica, l’allestimento che nell’ambito del progetto L’Adieu des glaciers propone un viaggio iconografico e scientifico tra i ghiacciai dei principali Quattromila della Valle d’Aosta per raccontare la storia delle loro trasformazioni. Quest’anno, appunto, il viaggio ha come protagonista il Cervino, “la” montagna per eccellenza nell’immaginario collettivo planetario, icona assoluta del mondo alpino in senso lato e potente Genius Loci di rocce e ghiacci per l’intera regione transfrontaliera ai suoi piedi (sul Cervino quale Genius Loci, partendo dall’origine dei suoi tanti nomi, potete ascoltare questo mio intervento).
[Il Forte di Bard.]Anche per Alessandro Busci – artista di gran pregio che ho l’onore e la fortuna di conoscere, del quale ho scritto più volte, vedi qui – il Cervino rappresenta un’icona di potenza espressiva e immaginifica notevole, protagonista di una bellissima esposizione di qualche tempo fa a Lugano e rappresentazione assoluta di quel “supermondo” tanto reale e concreto quanto leggendario e soprannaturale – ovvero “sopra il naturale ordinario”, anche – che nelle sue opere si concretizza con una forza artistica sorprendente, attraverso la quale gli elementi materiali (geologici e morfologici) e immateriali (simbolici e immaginifici) del monte si sublimano in tratti pittorici altrettanto materici, potenti e intensi.
[Un’immagine dell’allestimento della mostra di Busci.]D’altro canto BB, ovvero “Busci (a) Bard” o, pure, “Busci Blucervino”, è anche una mostra che a suo modo propone un nuovo linguaggio per la rappresentazione artistica della montagna, un nuovo “ABC”: cioè Alpes Bard Cervino! Perché a fianco di Alessandro Busci a Bard ci saràAlpes, l’Officina culturale di luoghi e paesaggi con la quale mi pregio di collaborare, che da tempo aveva nei propri progetti e nelle relative aspirazioni la realizzazione di una linea culturale ideale che unisse Milano a Cervinia – da tempo un “luogo fondamentale” per Alpes – e che coinvolgesse anche il polo museale del Forte di Bard. Ed ecco dunque, dopo un anno e mezzo di resilienza culturale a tratti difficile e per questo ancora più preziosa ed importante, grazie a sinergie comuni artistiche e di territorio, la mostra di Busci, che a sua volta collabora da tempo con Alpes e che è curata proprio da Luciano Bolzoni, direttore culturale dell’Officina milanese.
Avete tempo fino al 17 ottobre per visitare il Forte di Bard, luogo meraviglioso e affascinante che da domani, e per le prossime settimane, se possibile lo sarà anche di più!
Cliccate sulle immagini di questo post per saperne di più sull’esposizione e conoscere ogni dettaglio utile alla visita.
Geopolitica, questa sconosciuta. Mi viene da dire questo, se penso a tale disciplina così fondamentale e parimenti così indeterminata e, di conseguenza, poco compresa e ancor meno conosciuta dal grande pubblico, vuoi anche perché fondamentalmente ignorata dai mass media nazional-popolari i quali, nei rari casi che la trattano, lo fanno male. Eppure resta uno degli strumenti principali che possiamo utilizzare per comprendere il mondo che abitiamo nonché per cercare di intuire le direzioni che sta prendendo, in primis a livello regionale e poi a quello globale. Ciò non fosse che per una peculiarità basilare che la geopolitica possiede, e “segnala” già nel proprio nome: il fatto di generarsi dalla geografia, la quale contiene in sé la storia delle genti che abitano le zone geografiche (come ben insegna la geografia umana) e dunque, inevitabilmente, anche le vicende politiche (nel senso originario del termine) che hanno contribuito allo sviluppo – positivo o meno – di quelle zone.
Per questo un testo come Le dieci mappe che spiegano il mondo del giornalista e scrittore britannico Tim Marshall (Garzanti, 2019, prefazione di Sir John Scarlett, traduzione di Roberto Merlini; orig. Prisoners of Geography, 2015) assume un’importanza rara, innanzi tutto ponendosi come una lettura ovviante la carenza conoscitiva diffusa della disciplina geopolitica di cui ho scritto poc’anzi. Inoltre, fin dall’introduzione del volume viene posto l’accento sul fatto che «Per comprendere quel che accade nel mondo abbiamo sempre studiato la politica, l’economia, i trattati internazionali. Ma senza geografia non avremo mai il quadro complessivo degli eventi» – ciò che asserivo lì sopra, appunto. Che è poi una cosa assolutamente affascinante ed emblematica, se ci pensate bene: siamo uomini del Terzo Millennio, ipertecnologici, capaci di creare realtà virtuali d’ogni sorta, quasi pronti a sbarcare su Marte eppure, ancora oggi, per governare il nostro “piccolo” pianeta dobbiamo fare i conti con mari, oceani, montagne, fiumi, deserti che ci influenzano e regolano la nostra vita, sotto ogni punto di vista, in fondo non così diversamente da qualche millennio fa – il titolo originale inglese del volume, utilizzando il termine “prigionieri”, evidenzia efficacemente proprio ciò, ben più di quello italiano.
Tim Marshall cerca di spiegare al lettore questa ineluttabile realtà attraverso l’analisi di dieci mappe che, nel complesso, disegnano e identificano la gran parte delle terre del mondo […]
[Immagine tratta da qui.](Potete leggere la recensione completa di Le dieci mappe che spiegano il mondo cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)
Non vi ha monte che prenda ai nostri occhi un’espressione così personale; siamo tentati di cercargli una fisionomia come ad un uomo o ad un mostro, di credere che in quel capo enorme sia un pensiero, e che si legga sulla fronte di pietra l’espressione della sua alterezza e della sua forza; e per poco che le nubi, correndogli incontro, secondino con l’illusione ottica la nostra fantasia, ci sembra di vederlo muoversi, reclinare il capo in atto triste, o raddrizzarlo con ardimento di Titano, e si pensa con terrore come sarebbe potente se si movesse davvero.
Per i libri di cucina o sulla cucina, forse più che per qualunque altro, vale la sentenza di Plinio il Giovane: «Non c’è nessun libro così cattivo che non abbia in sé qualcosa di buono.» Se ne scrivono tanti che è ormai quasi impossibile trovare un titolo per ognuno. Già il primo di questi libri, quello del siciliano Archestrato, li aveva praticamente esauriti perché, come dice Ateneo, era intitolato, secondo Crisippo, La gastronomia, secondo Linceo e Callimaco, La buona tavola, secondo Clearco, L’arte di cucinare e, secondo altri, La cucina.
Ma nei periodi di decadenza il culto della cucina diventa eccessivo. Plinio lamentava che un cuoco costasse più di un cavallo. «Clitone» scrisse La Bruyère «ebbe in vita due sole occupazioni: desinare la mattina, cenare la sera».