Un paesaggio “stuprato”

Ogni volta che passo da Casale San Nicola, ai piedi del Paretone del Corno Grande, penso che la parola “stupro” sia l’unica adatta a definire ciò che è stato fatto a questo borgo abruzzese con la costruzione della A24 Roma-L’Aquila-Teramo, che sorvola letteralmente le case. Sessant’anni fa, quando sono stati progettati l’autostrada e il Traforo del Gran Sasso, non c’erano né associazioni né trasmissioni televisive sui “borghi più belli” o “più autentici” d’Italia. Negli stessi anni, interventi altrettanto invasivi hanno colpito interi quartieri di Roma, di Genova e di altre città. A Casale un progetto più attento e un po’ più caro (ma il Traforo è costato miliardi) avrebbe potuto evitare lo scempio, invece un gioiello che avrebbe potuto attirare migliaia di visitatori è frequentato solo dai pochi escursionisti diretti alla chiesetta di San Nicola o al rifugio D’Arcangelo.

Questa è una parte di un post che Stefano Ardito ha pubblicato sulla propria pagina Facebook (lo trovate in originale, con il testo completo e altre immagini, qui). Ecco, quella di cui scrive Ardito è una perfetta dimostrazione (una delle innumerevoli, purtroppo) di quella forma mentis e del relativo modus operandi che per decenni in Italia sono stati messi (e ancora troppe volte continuano a essere messi) alla base di interventi infrastrutturali in territori di particolare pregio e conseguente delicatezza, ricavandone danni terribili e difficilmente rimediabili – se non facendo sparire le infrastrutture stesse, ovvio: ma temo sia una cosa utopica. Non è stato solo stuprato il luogo, come scrive giustamente Ardito, è stato letteralmente demolito il paesaggio, ed essendo il paesaggio un elemento immateriale frutto del costrutto sensoriale e intellettuale umano, quella “demolizione” la si è causata direttamente alla mente e all’animo di chi vive il luogo.

Già, per cagionare un danno simile a volte non serve nemmeno “toccarlo”, il territorio: basta sorvolarlo. Ma con interventi del genere non si passa solo sopra un territorio in sé e alla sua geografia, si passa sopra – e con estrema violenza – alla sua storia, alla sua anima e alla vita di chi vi abita: una delle tante vergogne inferte al paesaggio italiano che ci tocca sopportare con tanta rabbia quanta tristezza.

La “natura” della Natura

[John Constable, Wivenhoe Park, Essex, 1816.]

Il paesaggio naturale in realtà è espressione di una concezione che noi abbiamo di “natura”, del valore che noi diamo a ciò che è naturale, quando invece la naturalità non è in sé ma è pensata e almeno in parte costruita. La sua realtà è infatti una costruzione sociale, un modalità di percezione culturalmente orientata, una rappresentazione  simbolica. Dire natura e dire di amare la natura, stare a contatto della natura, ecc., è essere immersi in una sostanza culturale, essere parte integrante di una storia. Si pensi a come è evoluta la concezione della natura, avendo avuto essa un momento fondamentale nella cultura romantica per la sua influenza su un certo tipo di sensibilità, che aveva spiritualizzato la natura e enfatizzato sentimenti di panismo e titanismo. Scriveva Herder: «Esci, o giovane, in aperta campagna e osserva. La più antica, la più mirabile rivelazione di Dio, ti apparirà ogni mattina come un fatto». Naturale è sempre per noi che osserviamo, l’ambiente naturale esiste per noi che lo vediamo e interpretiamo e tuttavia dobbiamo dire che non è per questo semplicemente a nostra disposizione.

[Giovanni Widmann, Il paesaggio è cultura, pubblicato nel sito di Mountain Wilderness il 01 febbraio 2022. Per saperne di più, visto che del testo di Widmann ne ho già scritto, cliccate qui.]

La bellezza delle montagne d’Ucraina

[Foto di Alexandr Podvalny da Unsplash.]

Oltre le verdi colline ondulate della Mittel Land si levavano imponenti pendici boscose fino ai maestosi dirupi dei Carpazi veri e propri. Torreggiavano a destra e a sinistra, e la luce del sole pomeridiano, investendole in pieno, faceva risaltare tutti gli splendidi colori di codesta bella catena, l’azzurro cupo e il viola all’ombra dei picchi, il verde e il bruno là dove rocce ed erba si confondevano, e una prospettiva illimitata di rocce frastagliate e creste aguzze, che si perdeva in lontananza, dove picchi innevati si drizzavano maestosi. Qua e là, imponenti crepacci spaccavano i monti, e in essi il sole ormai declinante di tanto rivelava il bianco schiumare di una cascata. Uno dei miei compagni di viaggio mi ha toccato il braccio mentre, aggirata la base di una collina, compariva l’alta cima incappucciata di neve d’un monte che, per via delle tortuosità del cammino, sembrava starci proprio di faccia.

[Bram Stoker, Dracula, 1897.]

L’immagine mostra un panorama dei Carpazi Orientali Esterni, ovvero la parte della catena montuosa posta in buona parte nel territorio dell’Ucraina, senza dubbio una delle più amene e suggestive. Ecco: se gli uomini di guerra comandati dal Cremlino che hanno aggredito il paese si soffermassero a contemplare la sublime bellezza di questi paesaggi montani ucraini, chissà, forse smetterebbero di devastare anche gli altri.

Abbandonare il paesaggio

[Cortina d’Ampezzo, luglio 2020: lavori per i Mondiali di sci 2021 e le Olimpiadi 2026. Immagine tratta da altrispazi.sherpa-gate.com, in origine pubblicata qui.]

Si abbandona un paesaggio non tanto lasciandolo, ma lasciando che predomino interessi speculativi e sfruttamento indiscriminato, cioè per effetto di sciatteria intellettuale e scarsa lungimiranza, per la concentrazione dello sguardo su meri bisogni contingenti.

[Giovanni Widmann, Il paesaggio è cultura, pubblicato nel sito di Mountain Wilderness il 01 febbraio 2022. Per saperne di più, visto che del testo di Widmann ne ho già scritto, cliccate qui.]

La neve, finalmente! Ma…

Finalmente è arrivata la neve!
Dove? – vi chiederete. Forse in Valle d’Aosta oppure Valtellina o magari sulle Dolomiti?
No. Sull’Etna. Che in queste ore offre visuali paesaggistiche compiutamente invernali se non “scandinave” nel mentre che le Alpi italiane appaiono un po’ ovunque snevate come a maggio inoltrato e aride quasi come montagne mediorientali.

D’altro canto, nella situazione di riscaldamento globale in corso e di conseguente “tropicalizzazione” del clima (definizione invero non del tutto corretta, scientificamente, ma che rende bene l’idea), può essere che nei prossimi anni si assista a maggiori precipitazioni nevose sulle montagne mediterranee piuttosto che su quelle alpine, in forza dell’estremizzazione generale dei fenomeni – peraltro già constatabile da qualche tempo – legata proprio alle differenti condizioni climatiche e ambientali sviluppatesi nell’atmosfera e nei mari rispetto al passato.

Dunque, prepariamoci ad andare a sciare e ciaspolare sull’Etna, sulla Sila e sulle altre montagne del Mediterraneo! Certo, luoghi non proprio dietro casa per noi abitanti delle Alpi, ergo possiamo solo sperare in due cose: che il cambiamento climatico non stravolga ancor più l’ambiente alpino, oppure che venga sviluppato presto il teletrasporto. E pare che sia questa seconda la più probabile, eh!

N.B.: le immagini, datate 21 marzo, sono tratte dalla pagina Facebook Etna e dintorni in foto, di Giò Giusa, e le ho “scoperte” grazie a questo articolo di “Montagna.tv”.