
Per saperne di più, qui trovate il sito web del parco (in inglese).

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Stalle di sola pietra, o di legno con zoccolo, o tutto legno, scurito, quasi nero talvolta; a drappelli con respiro come avvii di villaggi, o isolate, quasi distratte, che l’occhio errando è contento di ritrovare. Le più famigliari hanno accanto una fontana senz’acqua, guardandola sembra di vedere il getto limpido uscire come una volta, scosso d’improvviso dal vento.
[Giorgio Orelli, Primavera a Rosagarda in Rosagarda, Edizioni Casagrande, 2021, pag.12.]

Questa distesa di campagna fertile e riparata, nella quale i campi non sono mai riarsi e le sorgenti inaridite, è limitata a sud dall’ardito crinale di rocce calcaree che comprende i dossi di Hambledon Hill, Bulbarry, Nettlecombe Tout, Dogbury, High Stoy e Bubb Down. Il viaggiatore che proviene dalla costa dopo aver faticosamente marciato verso nord per una trentina di chilometri su dune calcaree e attraverso campi coltivati a frumento, arriva improvvisamente all’estremità di una di queste scarpate, e resta piacevolmente sorpreso scorgendo, aperta come una carta geografica sotto di lui, una regione la quale è assolutamente diversa da quella in cui è passato. Alle sue spalle le colline sono dolci, il sole dardeggia su campi tanto grandi da dare al paesaggio l’aspetto di un’estensione sconfinata, i viottoli sono biancheggianti, le siepi basse e con i rami fittamente intrecciati, l’atmosfera priva di colore. Qui nella valle il mondo sembra costruito su scala più piccola e delicata; i campi sembrano semplici pascoli recintati, così ridotti nelle proporzioni che, da quell’altezza, le loro siepi di confine appaiono come una trama di fili verde scuro sovrapposta al verde più tenero dell’erba. Là in basso l’atmosfera soave e struggente è così sfumata di azzurro che ciò che gli artisti chiamano il campo medio prende anch’esso la stessa sfumatura, mentre l`orizzonte più lontano ha la tinta del più cupo azzurro-oltre-mare.
[Thomas Hardy, Tess dei d’Urberville, 1891.]
Secondo Eugenio Turri, uno dei maggiori geografi italiani e tra i più grandi esperti di paesaggio, questa è una descrizione esemplare di un paesaggio, «funzionale al racconto dei fatti che vi accadranno, ma importante anche per capire che tutto cova nelle profondità della terra, del paesaggio, pur nella pacatezza delle visioni che esso suscita e che poi tutto ritorna al paesaggio» – come scrive al riguardo nel saggio Il paesaggio racconta (presentato al convegno della Fondazione Osvaldo Piacentini a Reggio Emilia nel marzo del 2000). E se il «paesaggio» esiste solo se noi lo sappiamo concepire in quanto prodotto delle nostre percezioni sensoriali e del nostro bagaglio culturale, e se possiede una propria identità peculiare e un valore culturale i quali si riflettono in chiunque vi si relazioni, da abitante permanente o da visitatore temporaneo, la descrizione del paesaggio – non necessariamente artistico-letteraria, anche solo mentale, di chi vi sta e lo sta osservando cercando di comprenderlo – diventa la descrizione di noi stessi. Cioè qualcosa di determinante e fondamentale per ciò che noi siamo. Ecco perché è così importante saper percepire e capire il paesaggio: è una pratica che come poche altre sa dare un senso a noi che lo viviamo, alla nostra vita.
(Cliccate qui, per capire meglio.)

Mi spiego: il fruitore del paesaggio, quando esso sia un elemento di attrazione turistica, ricreativa o culturale perché dotato di peculiarità particolari in tal senso, o è stupito dalla sua bellezza in quanto ne coglie il valore e se ne dimostra consapevole, oppure lo fruisce da stupido cioè in modi poco intelligenti e menefreghisti proprio perché, al contrario, non sa coglierne il citato valore. In altre parole: il primo dimostra di essere capace di stupirsi e di possedere la giusta sensibilità di mente e di spirito al riguardo, il secondo invece la rifiuta, che è un altro modo per dire che non utilizza la propria intelligenza.
Alla base di queste mie elucubrazioni è l’impressione – che io condivido soltanto e che altri prima di me segnalano da tempo – che l’uomo contemporaneo sta via via perdendo la capacità di stupirsi. Che, sia chiaro, non vuol dire solo esclamare «wow!» di fronte a qualcosa ma, ribadisco, significa meravigliarsene perché se ne comprende il valore, l’importanza, il senso. In un mondo dove (apparentemente) quasi tutto viene preconfezionato, omologato, conformato a bisogni preventivamente fabbricati ad hoc, spesso diventando mero prodotto da consumare a vantaggio di qualcuno (mai del consumatore), lo stupore appare qualcosa di disturbante e confondente oppure semplicemente una sensazione trascurata e incompresa. Detta anche qui in parole più semplici, quando si perde la capacità di stupirsi si diventa “stupidi”. Riportando il tutto all’esempio prima citato, se della bellezza, del valore e del senso del paesaggio non sappiamo più stupirci, finiremo per goderne in modo stupido, superficiale, banale e probabilmente dannoso per il paesaggio stesso. Quelli che visitano un luogo di pregio e lo insozzano con i propri rifiuti o vi schiamazzano come fossero ad un concerto, per dire, si comportano così stupidamente perché a quanto pare della pregevolezza di quel luogo non sanno stupirsene, non manifestando l’intelligenza, la curiosità, la sensibilità per farlo. Ecco.
E tutto questo per una sola lettera e un accento diversi, vedete un po’ voi. Come spesso accade, il confine tra cose belle e positive e cose brutte e negative è assai labile, per chi non sappia rendersene conto.