Ci stancheremo mai di osservare la bellezza?

Io e Loki abbiamo fatto un po’ tardi, stasera, ma è colpa mia. Mi sono fermato, o dovrei meglio dire imbambolato, a osservare l’orizzonte nel mentre che la sera portava appresso e sistemava le sue cose – la limpidezza del cielo, il blu sempre più profondo, l’ombra nei fondivalle, le prime luci stellari… – negli spazi lasciati libero dal giorno. Mi capita di frequente, anche in luoghi il cui paesaggio ho già osservato infinite volte, eppure ciascuna è unica, l’ennesima è come se fosse la prima, le stesse cose viste e riviste le scopro come fossero nuove. Potrei stare ore e ore con lo sguardo fisso, o quasi, a osservare il mondo che ho intorno senza mai stancarmi, in una sorta di meditazione visuale tanto consapevole quanto a suo modo “mistica”. Di meraviglia da osservare nel mondo ce n’è un’infinità ed è ovunque, nelle cose minime come nelle grandi vastità; è una bellezza che si rinnova continuamente, in ogni istante offre di sé un’immagine diversa e la sua osservazione diventa una pratica per rinnovare sé stessi, in effetti, rinnovando ugualmente la relazione che ci lega al mondo in cui viviamo e che osserviamo.

L’occhio umano non dovrebbe mai stancarsi di osservare la bellezza del paesaggio: come ci si può stancare di osservare qualcosa che è bello in modi costantemente diversi? E se pure fosse apparentemente immutato, come è possibile stancarci se siamo noi a essere inevitabilmente diversi?

Sì, esimio principe Lev Nikolàevič Myškin, la bellezza può veramente salvare il mondo perché la bellezza è il mondo, e lo è anche senza la nostra elaborazione culturale e estetica del suo concetto. Semmai il punto è un altro: potrà il mondo salvare la bellezza? Ovvero: saremo capaci noi uomini, che in concreto per noi stessi siamo il mondo, di mai stancarci della sua bellezza e di osservarla, comprenderla, tutelarla, così da farne la nostra salvezza?

Ci penso nel mentre che torniamo, io e Loki, verso casa, senza alcuna certezza di poter trovare una risposta valida o quanto meno plausibile. Ma è il bello di queste riflessioni, un’altra forma di bellezza accessibile, ecco.

La necessità del cortocircuito

Ultima sera di giugno, estate ormai acquisita, ma sembra fine settembre se non oltre.

Piove, l’aria è fresca. Nuvole grigie nascondono le vette delle montagne qui intorno mentre più in basso si sfilacciano in drappi nebbiosi che s’impigliano alle cime degli alberi, ombrando il paesaggio che altrimenti sarebbe inondato di luce e di calore.
Non ho sbagliato nell’indossare il gilet sopra la tshirt, la temperatura lo richiede, mentre Loki se la gode per questo frammento d’autunno inopinatamente caduto dal cielo nel mezzo dell’impeto estivo fino a qualche ora fa imperante – e che tornerà a breve a tiranneggiare, inesorabilmente.

In effetti è bello vivere questi cortocircuiti inaspettati, e non solo per il sollievo climatico che regalano. Ribaltano per qualche momento l’ordinarietà, generano l’inaspettato nel prevedibile, rimarcano – o illudono – che non tutto e non sempre va preso per scontato, anche quando verrebbe difficile non farlo. Bisognerebbe cortocircuitare spesso la visione del mondo nel quale viviamo: ribaltarne il punto di vista, metterlo sottosopra per capire se sta comunque in piedi oppure no, osservare una cosa che pare bianca e poi andare dalla parte opposta per osservarla da là e constatare se invece non appare nera.

Invece spesso questi cortocircuiti li viviamo con fastidio, qualcosa che non doveva accadere e che mette in discussione la “norma” sulla quale costruiamo le nostre certezze, a volte fin troppo comodamente. Sono irregolarità, certo, ma che in fondo definiscono ancora meglio la regola. Oppure che ne rivelano l’infondatezza. In ogni caso qualcosa di positivo e utile, per capire meglio il mondo e capirci meglio in esso.

Fa bene Loki a godere di questi momenti, devo seguire il suo “consiglio”. Già domani, forse, il caldo asfissiante tornerà a bollire ogni cosa e la luminosità lividamente abbacinante del paesaggio ci farà rimpiangere le ombre fresche e madide di quel sottosopra inatteso e speciale in un’ordinaria giornata estiva.