Due libri importanti

Sono in uscita due libri che reputo assolutamente interessanti se non, per molti versi e non solo per chi si occupa di montagne, fondamentali. Va da sé che da subito ve ne consiglio la lettura.

Ombre sulla neve. Milano-Cortina 2026. Il “libro bianco” delle Olimpiadi invernali è edito da Altræconomia e firmato da Luigi Casanova, bellunese, già Custode forestale nelle Valli di Fiemme e Fassa, voce storica dell’ambientalismo, past presidente di Mountain Wilderness Italia (oggi è presidente onorario) e per due decenni vice presidente della Cipra – Commissione internazionale per la protezione delle Alpi). Uno che di ambiente montano ne sa come pochi altri, insomma.

Ombre sulla neve è un libro che non fa sconti a chi – come sempre – sfrutta i “grandi eventi” per i propri affari e interessi, senza curarsi dei bisogni reali del territorio e di chi lo abita. Un invito a informarsi e ribellarsi, nel nome della montagna. Presenta un’inchiesta tra le più approfondite mai elaborate sui Giochi olimpici di Milano-Cortina 2026: perché si può amare lo sport ma raccontare come questo “grande evento” – al pari di altri in passato – abbia un impatto devastante sul territorio alpino e i suoi abitanti. Questo libro, infatti, con la forza dei fatti e dei numeri, smentisce la favola dell’Olimpiade “a costo zero e sostenibile” e denuncia l’assenza di una valutazione ambientale complessiva a livello nazionale e di un confronto aperto con cittadini e associazioni ambientaliste, nonché l’invadenza di infrastrutture insostenibili come le opere stradali inquinanti, i palazzetti-cattedrali nel deserto e gli ampliamenti dei domini sciistici che coinvolgono tre Regioni, Trentino-Alto Adige, Veneto e Lombardia, oltre alla città di Milano.

L’alternativa? Un’etica che dia una nuova dignità alla montagna e combatta davvero lo spopolamento, con piccole opere che hanno una ricaduta sociale positiva sul territorio, rispettando i valori identitari delle alte quote – come la sobrietà – e i reali bisogni: servizi, sanità, lavoro, un turismo diverso.

Il volume è impreziosito dalla prefazione di Vanda Bonardo, naturalista, insegnante, attivista, responsabile nazionale Alpi di Legambiente e membro del direttivo Cipra Italia.

⇒ Ombre sulla neve sarà presentato in prima assoluta giovedì 15 dicembre, alle ore 21.00, presso la Casa della Cultura di Milano, Via Borgogna, 3 (Metro San Babila).

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Inverno liquido. La crisi climatica, le terre alte e la fine della stagione dello sci di massa è invece pubblicato da DeriveApprodi (sarà in libreria da gennaio 2023) ed è firmato da Maurizio Dematteis – giornalista, scrittore e videomaker, si occupa di temi sociali e ambientali e di tematiche legate ai territori alpini, dal 2009 direttore responsabile del webmagazine “Dislivelli.eu” – e da Michele Nardelli – formatore e saggista, past presidente del Forum trentino per la Pace e i Diritti Umani, co-fondatore di Osservatorio Balcani Caucaso e ex consigliere regionale del Trentino Alto Adige/Südtirol.

C’è un momento preciso in cui capisci che qualcosa sta cambiando. Sei nato e cresciuto pensando che sarebbe sempre stato così, anno dopo anno, stagione dopo stagione, generazione dopo generazione. Poi un giorno ti svegli e d’improvviso gli impianti di risalita sono fermi. E capisci che quel mondo è finito.

L’emergenza sanitaria legata al Covid 19 ha messo in luce l’estrema debolezza del modello economico legato al turismo dello sci da discesa sulle montagne. In un’epoca nella quale il Climate Change ne accorcia le stagioni e ne aumenta i costi di gestione, in cui la crisi economica lo rende uno sport elitario e il cambiamento culturale vede prospettarsi una diversa domanda di svago anche nei centri vocati alla monocultura del turismo invernale, quali prospettive di riconversione possono essere messe in campo? Quali possono essere le risorse attivabili? E quali gli attori e le reti che possono entrare in gioco?

In un lungo reportage dalle montagne italiane (Alpi e Appennini) imprenditori, operatori e testimoni del mondo dello sci si raccontano, analizzano i fallimenti, spiegano i percorsi di riconversione, fotografano i sogni di rinascita. Un libro che racconta cosa ne è oggi della passata stagione dello sci di massa nelle piccole e medie realtà di Alpi e Appennini.

Inverno liquido è già stato presentato in diverse località, le prossime date saranno quelle di martedì 13 dicembre a Trento, mercoledì 14 dicembre a Bergamo e di giovedì 15 dicembre a Sondrio.

Insomma, non mi reta che ribadire: due libri veramente importanti che escono oggi ma raccontano il futuro, la cui lettura è a mio parere da non mancare.

La neve che cade e gli “hikikomori dello sci”

[Una webcam sulle piste di Madesimo, ieri mattina.]

Sui monti in questi giorni sta nevicando ed è una cosa bellissima e rinfrancante. Lo è quanto divertente è leggere, per me, quelli – ne ho già intercettati un paio, usualmente sostenitori dello sci su pista – che già son lì a dire «Ah, sta nevicando, dove sono quelli che dicono che per i cambiamenti climatici non nevicherà più?»

Ecco, trovo che siano divertenti in questa loro alienazione da hikikomori dello sci, perché sono convinti che quelli come me particolarmente critici riguardo la gestione economica, ambientale e culturale dell’industria dello sci contemporanea passino le loro giornate a formulare malefici per non far nevicare sui monti e così mandare in fallimento i comprensori sciistici. Invece, forse in forza di quello stato alienato che – mi permetto di ritenere – sembrano manifestare, come se veramente fossero rinchiusi nella loro piccola stanzetta con le serrande chiuse nella quale il tempo è fermo a lustri fa e della realtà delle cose odierna non entra pressoché nulla, i tizi non si rendono conto che sono proprio quelli come me a felicitarsi per primi quando nevica e ancor più se nevica abbondantemente: perché quando ciò accade è autentica manna dal cielo – letteralmente ancorché in forma di acqua gelata – per tutti noi, non solo per impiantisti e sciatori, perché è nutrimento per l’ambiente naturale e riserva idrica che ci assicuriamo per la stagione calda, perché è coperta protettiva per i ghiacciai già fin troppo sofferenti, perché la neve è un elemento di regolazione termica indispensabile per la biosfera montana, perché se nevica sulle piste da sci gli impiantisti non devono sparare la deprecabile neve artificiale che depaupera le riserve idriche e manda in rosso i loro bilanci, con la conseguente cascata di soldi pubblici necessaria per tappare i buchi e continuare con la tragicommedia dei morti che camminano, spargendo un pari afflato mortale all’intero territorio montano d’intorno e alle comunità che lo abitano.

Dunque ben vengano tante belle nevicate, sulle piste e ovunque sui monti! E voi che ponete domande come quella indicata in principio, sciate quanto vi pare e piace, finché è possibile e senza la farsa della neve finta. Poi, magari, se lo sforzo intellettuale non vi pare maggiore di quello necessario per prendere una seggiovia, provate a uscire dalla vostra stanzetta buia e a guardarvi intorno, a osservare veramente le montagne, a comprendere la loro realtà, la loro cultura, la dimensione sociale, il loro presente e il futuro. E a ragionarci sopra un po’, obliterando non più lo skipass ai tornelli della seggiovia ma per una volta la mente alle montagne, così da coglierne l’anima più autentica: è con questa che chiunque le frequenti deve relazionarsi, non con altro. Se non c’è una relazione del genere, non ci sono nemmeno le montagne ma c’è solo uno spazio vuoto dove tutto vale cioè dove nulla ha più senso, nel quale se nevica tanto, poco o nulla non conta granché. Già.

Chiudo in bellezza con una citazione che “casca a fagiolo” in ogni senso, avendola intercettata proprio oggi sulla pagina Facebook di Michele Comi, e riguardante il libro di Wilson Bentley Snow Crystals, edito nel 1931:

Vide nei fiocchi di neve quel che altri uomini non seppero vedere, non perché non potessero farlo, ma perché non ebbero la pazienza e l’intelligenza per cercare.

Il “lusso necessario” della montagna

Quando torno in luoghi di particolare amenità alpestre – quella che, quando la osservi, ti genera sul volto un’espressione inesorabilmente felice e nell’animo una sensazione indescrivibilmente piacevole, delicata e intensa allo stesso tempo – come i Piani di Artavaggio, e passeggiandovi mi capita di sentire in rapida sequenza che solo all’apparenza può sembrare casuale persone qualunque che tra di loro si dicono in vario modo quanto sia bello, lì, ripenso spesso a queste parole di John Muir:

Migliaia di persone stanche, stressate e fin troppo “civilizzate”, stanno cominciando a capire che andare in montagna è tornare a casa e che la natura incontaminata non è un lusso ma una necessità.

Parole espresse più di un secolo fa (Muir scomparve nel 1914) ma il cui messaggio resta costantemente valido e attuale, segno che esprimono un concetto al di là del tempo e delle variabili umane, probabilmente perché genetico – quantunque “dimenticato” da tanti.

Nel frattempo la “civilizzazione” è salita spesso e volentieri alla conquista delle montagne e non di rado causando danni ingenti sia dal punto di vista ambientale che economico, che sociale. Ciò è accaduto soprattutto dove si è considerata la montagna una risorsa da consumare per ricavarci qualche tornaconto e non un patrimonio da salvaguardare perché in grado di donare un tornaconto a chiunque: certo, cambia la sostanza dei tornaconti in ballo ma pure i loro effetti, appunto, che decretano inesorabilmente quale sia dei due quello da lasciar perdere, se veramente si ha a cuore la salvaguardia e il futuro delle montagne in questione.

I Piani di Artavaggio, in qualità di ex stazione sciistica un tempo rinomata, poi vittima dei cambiamenti climatici e economici e quindi tornata ad essere apprezzata come località “rinaturalizzata” ideale per le varie forme di turismo lento e sostenibile oggi sempre più diffuse – anche in alternativa ai vicini e iper-turistificati Piani di Bobbio – rappresentano un caso significativo di quanto ho scritto poco sopra. L’identità attuale del luogo, nella quale si ritrova l’essenza più tipica di questi spettacolari monti prealpini che dominano la pianura urbanizzata e guardano verso le maggiori vette delle Alpi, è veramente qualcosa di necessario – come scrisse Muir – di cui poter e dover godere il più possibile. Anzi, a differenza del tempo in cui Muir espresse le sue parole, l’evoluzione della nostra civiltà, che per certi versi siamo costretti a considerare un’involuzione, viste le tante problematiche in essa presenti, il valore ambientale di luoghi come i Piani di Artavaggio sono pure un “lusso”, oggi, cioè un patrimonio che abbiamo a nostra disposizione ogni volta che lo vogliamo e che ci fa tutti quanti più ricchi di bellezza e di benessere – a patto di saper considerare questo suo inestimabile valore, certamente: ma è qualcosa di semplicissimo da fare.

Ogni volta che ritorno ai Piani di Artavaggio, dunque, e penso alle parole di John Muir, poi penso anche a quei progetti che vorrebbero rompere questa sublime armonia montana e disturbare l’anima del luogo per riportarci lo sci su pista, con il corollario di impianti di risalita, di innevamento artificiale, infrastrutture varie eccetera – ne ho scritto più volte qui e sui media locali, come forse saprete già. Progetti che peraltro, al di là dell’impatto ambientale più o meno pesante, non considerano minimamente la situazione climatica che già stiamo vivendo e che diventerà sempre più evidente, nei suoi cambiamenti, negli anni futuri, la quale rende investimenti del genere alle quote di Artavaggio un autentico salto nel buio, se non l’antitesi di un nuovo inesorabile fallimento. Perché, invece di imporre nuovamente e testardamente modelli di sviluppo turistici non solo obsoleti ma pure concretamente illogici sotto diversi punti di vista, non si ha l’intraprendenza, la volontà, la lungimiranza, la capacità di investire su quell’enorme e prezioso patrimonio naturale che già è presente in loco e merita solo di essere valorizzato nel modo più consono e compiuto possibile? Perché non si possiede la sagacia di vedere, comprendere e poi sviluppare la realtà attuale, che fa di un luogo come Artavaggio un qualcosa di raro e – per tornare a Muir – di necessario per una platea quanto mai ampia di persone, gitanti, turisti, viandanti, villeggianti e per chiunque voglia godere di una così particolare bellezza, e di conseguenza investire finanziariamente in questo tipo di sviluppo virtuoso del luogo e non in altre cose che è la Natura stessa fin da ora a decretare come destinate a vita precaria e brevissima?

Ecco. Al proposito, mi torna in mente la frase di un altro grande personaggio dell’alpinismo storico e della cultura di montagna, Julius Kugy, il quale scrisse:

Non cercate nelle montagne un’impalcatura per arrampicare, cercate la loro anima.

Troppe volte, a furia di ricoprire le montagne di “impalcature” per salirci sopra, abbiamo perso la capacità di trovare e riconoscere la loro anima. Quando ciò è capitato, si è rivelato uno dei più grandi errori che l’uomo abbia commesso, nel suo rapporto con le montagne. Sarebbe veramente il caso di non commetterlo più, dove e quando possibile.

 

Tre anni di acqua potabile persi per sempre

Quando si disquisisce della situazione climatica corrente, a supporto delle considerazioni sul tema sovente si snocciolano dati e relativi grafici tanto inequivocabili quanto, a volte, di primo acchito complicati per chi non ne sia abituato, dunque a volte respingenti. Le immagini fotografiche – magari se riprodotte in timelapse come quello (spaventoso, dal mio punto di vista) qui sopra riprodotto – sono molto più immediate e comprensibili ma pure qui, se non si conosce almeno un poco l’ambiente montano, che un ghiacciaio avesse uno spessore di 200 metri e oggi solo di 100, oppure che un tempo fosse lungo 2 km e oggi solo uno, per molti non significa molto anche visivamente: il paesaggio in questione non sembra così cambiato, se non si ha l’occhio di coglierne le differenze.

Il tutto rimanda alla questione di come trasmettere i dati scientifici riguardanti i cambiamenti climatici per farne strumento di informazione e, ancor più, di generazione di un’adeguata consapevolezza diffusa che supporti le necessarie azioni atte a mitigare gli effetti del riscaldamento globale e strutturare la migliore resilienza possibile. È una questione delicata, inutile dirlo, sulla quale il dibattito è aperto e ampio.

Una sorta di soluzione indiretta al riguardo la propone Matthias Huss, glaciologo del Politecnico di Zurigo, illustrando nel servizio della RSI che potete vedere cliccando sul frame qui sopra lo stato dei ghiacciai svizzeri in questo 2022 climaticamente drammatico.
In pratica, Huss rivela che i ghiacciai elvetici quest’anno hanno perso il 6% della loro massa, un valore mai registrato prima. Il sei per cento: ok, e che significa?

Il 6% di perdita di massa, significa che nel 2022 i ghiacciai svizzeri hanno perso ben tre km3 di ghiaccio, ovvero tre cubi di ghiaccio dai lati – lunghezza, larghezza, altezza – di un km. Tanta roba, è facile comprenderlo… ma più concretamente, che vuol dire?

Vuol dire che tre cubi da un km3 ciascuno contengono l’acqua potabile che la popolazione svizzera (quasi 8,7 milioni di abitanti nel 2020) consuma in tre anni. Per dirla in altro modo: con lo scioglimento dei ghiacciai registrato quest’anno, la Svizzera ha perso per sempre 3 anni di acqua da bere.

Ora, credo, sarà ben più comprensibile e concreta la gravità della situazione dei ghiacciai in forza dei cambiamenti climatici in corso. E, appunto, sto dicendo dei soli ghiacciai svizzeri: la situazione è la stessa negli altri paesi alpini se non più grave, ad esempio in Italia in forza della sua esposizione a meridione cioè sul versante alpino più caldo.

Quanta acqua potabile hanno perso nel complesso i paesi alpini, in un anno come questo? Quanta ne hanno già persa negli anni scorsi, e quanta ne perderanno ancora nei prossimi? Ovvero, per arrivare al punto: quanto siamo sottoposti al rischio di non avere più riserve di acqua potabile da bere e da utilizzare per la nostra vita e il lavoro quotidiani entro breve tempo?

Ecco.

Non è catastrofismo, questo, ma semplice e obiettiva lettura della realtà. Cosa possiamo farci? Nulla per l’acqua ormai persa; tanto, forse, per quella che ancora i nostri ghiacciai conservano sulle Alpi. Ma bisogna fare subito: attivisti e scienziati lo dicono da lustri, ormai, e più passa il tempo più quel “subito” diventa immediatamente. O forse che, per capire quanto sia necessario agire senza altro indugio, dovremo arrivare a non avere più abbastanza acqua da bere? Come la glaciologia dimostra, questa drammatica ipotesi non è più così lontana: a questo punto sì, il presunto “catastrofismo” non sarà più tale ma diventerà la normalità quotidiana. Vogliamo che finisca veramente così?

Nel frattempo, in Valle Camonica…

[Tratto da sciaremag.com, 30/06/2022.]
EVVIVA! Stanziati altri tot milioni di Euro per nuovi impianti sciistici, per l’innevamento artificiale, per il turismo sciistico! Evitiamo lo spopolamento, sviluppiamo l’economia montana, aiutiamo i paesi delle valli alpine e i loro residenti! Salviamo le montagne, sììììììì!!!

[Tratto da “BresciaOggi”, 16 ottobre 2022.]
N.B.: si veda anche cosa scrivevo qui e anche qui, al riguardo.