In viaggio con le mucche, e con Calvino

Con la stagione primaverile ormai piena che conta a breve di raggiungere maggio e avanza rapida verso la calura estiva, sta tornando il tempo della transumanza e della prima monticazione verso i maggenghi. Giusto a proposito di pascoli e mucche e dell’articolo al riguardo che ho pubblicato qui qualche settimana fa, cercando sul web alcune cose sull’argomento mi è saltato fuori il seguente bellissimo racconto di Italo Calvino Un viaggio con le mucche, datato 1954 e compreso nell’antologia I Racconti pubblicata da Einaudi nel 1958, nel quale il grande scrittore rende perfettamente l’idea del transito degli animali diretti verso i monti e della dimensione di preziosa naturalità che si portano appresso. Ve ne propongo la prima parte, alla fine della quale troverete il link per leggerlo nella sua interezza (grazie al blog traalpiepascoli.wordpress.com che l’ha pubblicato.)

[Foto di CamDib, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte: commons.wikimedia.org.]

I rumori della città che le notti d’estate entrano dalle finestre aperte nelle stanze di chi non può dormire per il caldo, i rumori veri della città notturna si fanno udire quando a una cert’ora l’anonimo frastuono dei motori dirada e tace, e dal silenzio vengon fuori discreti, nitidi, graduati secondo la distanza, un passo di nottambulo, il fruscio della bici d’una guardia notturna, uno smorzato lontano schiamazzo, ed un russare dai piani di sopra, il gemito d’un malato, un vecchio pendolo che continua ogni ora a battere le ore. Finché comincia dall’alba l’orchestra delle sveglie nelle case operaie, e sulle rotaie passa un tram. Così una notte Marcovaldo, tra la moglie e i quattro figli che sudavano nel sonno, stava a occhi chiusi ad ascoltare quanto di questo pulviscolo di esili suoni filtrava giù dal selciato del marciapiede per le basse finestrelle, fin in fondo al suo seminterrato. Sentiva il tacco veloce e ilare delle donne in ritardo, la suola sfasciata del raccoglitore di mozziconi dalle irregolari soste, il fischiettio di chi si sente solo, e ogni tanto un rotto accozzo di parole di un dialogo tra amici, tanto da indovinare se parlavano di sport o di ragazze. Ma nella notte calda quei rumori perdevano ogni spicco, si sfacevano come attutiti dall’afa che ingombrava il vuoto delle vie, e pure sembravano volersi imporre, sancire il proprio dominio su quel regno disabitato. In ogni presenza umana Marcovaldo riconosceva tristemente un fratello come lui inchiodato anche in tempo di ferie a quel forno di cemento cotto e polveroso, dai debiti, dal peso della famiglia, dai salari scarsi o nulli.
E come se l’idea d’un impossibile vacanza gli avesse subito schiuse le porte d’un sogno, gli sembrò d’intendere lontano un suono di campani, e il latrato d’un cane, e pure un corto muggito. Ma aveva gli occhi aperti, non sognava: e cercava, tendendo l’orecchio, di trovare ancora un appiglio a quelle vaghe impressioni, o una smentita; e davvero gli arrivava un rumore come di centinaia e centinaia di passi, lenti, sparpagliati, sordi, che s’avvicinava e sovrastava ogni altro suono, tranne appunto quel rintocco rugginoso.
Marcovaldo s’alzò, s’infilò la camicia, i pantaloni.
– Dove vai?- disse la moglie che dormiva con un occhio solo.
– C’è una mandria che passa per la via. Vado a vedere.
– Anch’io! Anch’io! – fecero i tre bambini che sapevano svegliarsi al punto giusto.
Era una mandria come ne attraversavano nottetempo la città, al principio dell’estate, andando verso le montagne per l’alpeggio. Saliti in strada con gli occhi ancora mezz’appiccicati dal sonno, i bambini videro il fiume delle groppe bigie e pezzate che invadeva il marciapiede, e strisciava contro i muri ricoperti di manifesti, le saracinesche abbassate, i pali dei cartelli di sosta vietata, le pompe di benzina. Avanzando i prudenti zoccoli giù dal gradino ai crocicchi, i musi senza mai un soprassalto di curiosità accostati ai lombi di quelle che le precedevano, le mucche si portavano dietro il loro odore di strame e di fiori di campo e latte e il languido suono dei campani, e la città pareva non toccarle, tanto erano già dentro il loro mondo di prati umidi, nebbie montane e guadi di torrenti.

[Continua qui.]

«Via il panchinone!»

Ho dissertato alcune volte, qualche mese fa, sulla megapanchina – o Big Bench che dir si voglia – di Triangia, in Valtellina, un intervento che mi è parso da subito, e più di altri del genere (al pari della passerella panoramica dei Piani Resinelli, sopra Lecco), emblematico delle modalità di banalizzazione del paesaggio che tali opere avviano e favoriscono (e non solo il solo a essermi espresso in tali termini, lo hanno fatto altri ben più autorevoli di me: clic e clic). Ora, leggere della raccolta firme dei residenti di Triangia con la quale si chiede la rimozione dell’opera non mi rallegra affatto, in tutta sincerità. Lì sopra potete leggere un articolo che ne parla (cliccate sull’immagine) e se ne occupa anche il sito “Mountcity.it” qui.

Perché l’iniziativa degli abitanti della località è logica e inevitabile, e dunque non può rallegrare la constatazione che così spesso si impongano interventi del genere, palesemente illogici, pretendendo che vengano approvati come “virtuosi” senza che prima vi sia stata qualche forma di coinvolgimento dei residenti del luogo ove si opera – ma nel contempo asserendo con non poca supponenza, se posso dire, che con queste modalità si stia operando a favore di essi! E non può rallegrare nemmeno la constatazione che, troppo di frequente in circostanze come questa, si operi senza valutare, comprendere, preventivare le conseguenze di tali installazioni in luoghi che non sono una pubblica piazza nel centro d’una città, dimostrando una mancanza di visione contestuale che appare realmente preoccupante, oltre all’assenza di comprensione delle ricadute immateriali di opere del genere, in primis la già citata banalizzazione di luoghi che tutto sono fuorché banali e la loro omologazione a “strategie” turistiche che per certi spazi e ambiti non possono andare assolutamente bene e invece vengono imposte, ribadisco, come se ogni luogo di potenziale fruibilità turistica potesse “funzionare” allo stesso modo. Posto tutto ciò, infine, non può affatto rallegrare la superficialità di queste “iniziative promozionali”, che non si sa bene cosa infine promuovano, visto che il luogo in cui vengono attuate non ne ricava «nessun beneficio» – come scrivono i residenti di Triangia nella petizione.

Come è facile intuire, la banalizzazione del paesaggio di cui ho detto poco sopra è diventata rapidamente banalizzazione del luogo, del suo valore, della bellezza, della vivibilità quotidiana. Ma in effetti è lo stesso oggetto-megapanchina a essere/risultare, a questo punto in modi veramente inequivocabili, banale: inutile tanto quanto decontestuale, fastidioso, invadente. Che ancora qualcuno pensi di promuovere così territori e paesaggi di pregio nonché agevolare una fruizione consapevole di essi, quando invece accade ovunque il contrario a danno degli stessi territori e paesaggi, be’, per quanto mi riguarda, non è soltanto poco rallegrante ma è francamente desolante e inquietante. Già.

P.S.: in questo articolo pubblicato da “la Provincia di Lecco” lo scorso 26 gennaio 2022 ho espresso il mio pensiero su tali installazioni turistiche.

“Architetti e territori, 5 esperienze alpine”

Disquisendo spesso sul blog o in articoli vari di paesaggi montani e interventi antropici in essi, e non di rado dovendolo fare con toni critici in forza di ciò che nella forma e nella sostanza sui monti viene realizzato ovvero, per farla breve, di cose brutte in un ambito invece così bello (il che le rende ancora più opinabili), vado spesso alla ricerca dell’antitesi, cioè di cose belle e fatte bene e non solo per mere seppur importanti ragioni estetiche, ma per la presenza di una coerenza teorica e pratica rispetto al territorio oggetto dell’intervento, al suo paesaggio e al locale patrimonio culturale, sia quello materiale che quello immateriale. E se, come spesso accade, le cose brutte risultano più evidenti e più dissonanti (per cui viene conseguentemente più facile parlarne e denunciarne il danno cagionato, appunto), di cose belle e ben fatte sui monti ce ne sono molte, a opera di progettisti che finalmente si mostrano consapevoli del luogo nel quale operano, delle sue peculiarità culturali, della storia e del paesaggio, ricercando un dialogo fruttuoso con il Genius Loci dal quale trarre preziose e specifiche indicazioni sulle quali poi costruire i propri progetti.

Architetti e territori, 5 esperienze alpine, quaderno numero 48 della Fondazione Courmayeur Mont Blanc e sintesi dell’omonimo progetto pluriennale dell’Osservatorio sul sistema montagna “Laurent Ferretti” promosso dalla Fondazione stessa, presenta e descrive le esperienze professionali di cinque tra i più significati architetti in attività sulle Alpi e lo fa attraverso un punto di vista particolare e alquanto emblematico, ovvero relazionando i progetti con i luoghi nei quali sono stati realizzati. Non solo: altra particolarità, è che si tratta di luoghi specifici e geograficamente limitati, dunque dotati di una propria omogeneità paesaggistica e culturale in genere che ha rappresentato per i cinque architetti un elemento di base imprescindibile, facendo dunque dei lavori non solo meri interventi architettonici più o meno conformi al territorio ma innanzi tutto delle rappresentazioni coerenti dell’identità di quei luoghi, narrata e reinterpretata secondo i canoni della progettazione architettonica più avanzata e innovativa. Si possono così conoscere le esperienze – che nell’ottica geografica appena descritta vi elenco per ampiezza decrescente dei territori considerati – di Maruša Zorec in Slovenia, di Helmut Stifter e Angelika Bachmann in Alto Adige, di Hans-Jörg Ruch in Engadina, di Armando Ruinelli in Val Bregaglia e infine di Enrico Scaramellini in Valchiavenna []

[Enrico Scaramellini, Casa VG, Madesimo, 2017. Foto di Marcello Mariana, fonte: abitare.it.]
(Potete leggere la recensione completa di Architetti e territori, 5 esperienze alpine cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

 

(An)Notare ciò che altri non notano

La relazione tra immagina­zione e territorio è l’esplorazione della poetica di una vita da scrittore, l’atto di scrutare dove tutti gli altri sono passati senza notare altro che spazio o oggetti.

[Davide Sapienza, I Diari di Rubha Hunish (Redux), Lubrina Editore, Bergamo, 2017, pag.205.]

Trovo molto bella questa definizione di Davide Sapienza sull’atto della scrittura letteraria in relazione al territorio, ovvero al mondo, ai luoghi, ai paesaggi dei quali si scrive. Lo scrittore è un autore, e l’accezione originaria di tale vocabolo è “accrescitore”: lo scrittore deve essere colui che nota ciò che gli altri non constatano, dunque colui che attraverso la propria scrittura, e la narrazione che vi scaturisce, accresce la realtà a cui fa riferimento ovvero il citato “territorio” – sia esso spazio fisico o ambito immateriale, ne arricchisce il senso, il valore, la sostanza, lo spettro dei significati, mettendo il tutto a disposizione del lettore e da esso tutto fruibile.
Ciò rimette al centro della questione “scrittura letteraria” qualcosa che io ritengo del tutto fondamentale: bisogna scrivere quando si ha qualcosa da dire e da comunicare, e qualcosa che sia nuovo dacché frutto del proprio ingegno (“L’arte o è plagio o è rivoluzione”, diceva Gauguin), dunque che possa accrescere il bagaglio culturale e/o emozionale del lettore, accrescendone la conoscenza della realtà che ha intorno – anche in riferimento a opere di fantasia, ribadisco. D’altro canto anche la fantasia è un territorio da esplorare, esattamente come lo spazio fisico – anzi, le due esplorazioni devono procedere in consonanza. Da qui nasce la poetica, da qui si genera quella visione aumentata del mondo che ogni autore, ma in fondo qualsiasi individuo, dovrebbe sapientemente coltivare.

P.S.: cliccate sulla copertina del libro per leggere la personale recensione de I Diari di Rubha Hunish.

I vetri rotti della Val di Mello

[Per leggere meglio l’articolo cliccateci sopra.]
Ogni tanto la cito, la cosiddetta «Teoria delle finestre rotte»: dice, in breve, che se i vetri delle finestre d’un palazzo restano intatti, a nessuno verrà in mente di romperne qualcuno; se invece viene rotto anche un solo vetro, in breve tempo verranno rotti anche gli altri e ciò accadrà pure nel resto del quartiere in cui si trova quel palazzo. È (anche) una teoria sull’ordinarietà delle cose e su come le persone possono intendere tale “ordinarietà”, la quale è sempre lo stato della realtà al momento della sua percezione condivisa, a prescindere da eventuali norme che la possano regolare. Così, se in una via pubblica pulita qualcuno getta il mozzicone di una sigaretta, qualcun altro intenderà (più o meno consapevolmente) un gesto del genere come una cosa “normale”, naturale. «L’ha fatto lui, perché non devo farlo io?» Lo farà a sua volta, un terzo lo osserverà, ripeterà il gesto e così via. Che ciò sia giusto o sbagliato è un dettaglio che scivola in secondo piano, ben presto adombrato dal senso comune che si impone nella circostanza e che, rapidamente, perde (o dimentica) la capacità di capire cosa sia giusto e cosa sbagliato regolandosi sullo stato di fatto recepito come “normalità”, appunto.

Ecco: in Val di Mello, uno dei luoghi più belli delle Alpi, riserva naturale in regime di ZPS (Zone di Protezione Speciale) e ZSC (Zone Speciali di Conservazione), da qualche tempo si è cominciato a rompere vetri. E in un luogo del genere, attrattore di flussi turistici parecchio ingenti e spesso troppo inconsapevoli della sua importanza e fragilità a fronte di una gestione della sua integrità ambientale drammaticamente lasca (dietro la quale si intravedono mire a dir poco inquietanti, ahinoi), sta inevitabilmente accadendo che se ne stiano rompendo altri, di “vetri” – si veda lì sopra. Con il rischio che, di questo passo, il meraviglioso palazzo si trasformi in un trasandato rudere ma che di contro a tanti vada bene così, che la considerino una cosa normale, col giubilo di chi promuove (sovente nell’ombra) tali azioni e alla faccia della “riserva naturale”. Già.