Di muri inesistenti, sui monti

Quand’ero ragazzino, coi genitori passavo le vacanze d’agosto in una località di montagna posta sul confine con la Svizzera. Un giorno – avrò avuto nove o dieci anni – con mio padre e un amico di famiglia effettuai un’escursione fin su una sella a oltre 2000 m di quota oltre la quale la vallata scendeva in territorio elvetico. Su quella sella era dunque posto il confine e, giunti in prossimità di esso, mio padre mi raccomandò di stare attento a non andare oltre, per evitare eventuali “guai” e ripercussioni di sorta. Allora non erano ancora in vigore gli accordi di Schengen, le dogane lungo i collegamenti stradali erano attive, i controlli scrupolosi, e sui rischi legati all’oltrepassare il confine seguendo le vie secondarie giravano leggende metropolitane – o “metroalpine”, potrei dire – d’ogni genere: dalle guardie confinarie a cavallo acquattate dietro le rocce che bloccavano all’istante chiunque lo superasse, alla detenzione altrettanto immediata, addirittura ai colpi d’arma da fuoco legati soprattutto al fenomeno degli spalloni, i contrabbandieri che per buona parte del Novecento commerciavano illegalmente beni italiani con merci svizzere. Era come se lassù, su quell’ampia sella tra i monti, vi fosse realmente un muro invalicabile, una linea rossa tracciata sul terreno esattamente come sulle mappe che generasse un “di qua” e un “di là” inequivocabili, una demarcazione netta e indiscutibile. Ovvio che io stavo ben attento a non trasgredire le raccomandazioni paterne, quantunque il fascino dell’andare oltre, dell’infrangere le prescrizioni dettate dalle regole era forte. Ma, metti caso che quelle leggende fossero vere…

Hic sunt dracones, insomma. Come ci fossero stati pericolosissimi draghi, oltre il crinale.

In verità, il mio sguardo curioso e ingenuo di ragazzino affascinato dal paesaggio selvaggio dell’alta montagna di linee rosse sul terreno non ne vedeva. Né vedeva muri, reticolati o che altro; solo qualche piccolo cippo qui e là confuso tra le rocce, che peraltro erano del tutto uguali sia da una parte che dall’altra. Stesso paesaggio, stesse montagne, identica orografia, col sentiero sul fondovalle che da qui andava di là. Tuttavia il confine lo sentivo, nella mente, in forza di tutte quelle voci e delle relative raccomandazioni che lo rendevano presente, come se realmente una qualche barriera vi fosse. Ed essendo percepito nella mente, era pure lì sul terreno.

Anche se non c’era nulla. Tanto meno c’erano i draghi, ça va sans dire.

Rimase a lungo viva, quella costruzione mentale indotta, almeno finché non presi ad andare per monti in età adulta portandomi nello zaino, oltre ai viveri, un bagaglio culturale maggiore e più consapevole, anche dal punto di vista geografico ovvero geopolitico. Quando cioè vidi che non c’era nulla da vedere, sul terreno, niente linee o che altro, mentre tutt’intorno osservavo un unico paesaggio nel quale venivano in contatto “due” (giuridicamente) spazi abitati, peraltro conformati da una pressoché identica cultura che da secoli si muoveva lungo le vie che attraversavano quel territorio da una parte all’altra e viceversa, alimentandone le società per la cui determinazione l’unico con-fine era quello fisico, del passo alpino da superare.

Hic absunt dracones, già.

[È un brano tratto da un testo che ho scritto per questo prestigioso libro: clic. Nelle immagini potete vedere la zona della sella descritta nel testo in versione estiva e in veste invernale, in tal caso con un elemento spesso presente e non di rado infuriante, lassù. Le immagini sono tratte da qui e da qui.]

Mirella Tenderini. D’arte e di montagna

È stato veramente bello, ieri sera a Lecco, assistere alla prima di Mirella Tenderini. D’arte e di montagna, il docufilm realizzato da Paola Nessi e dedicato a una figura semplicemente meravigliosa, sotto ogni punto di vista, la cui vita – come proprio la regista ha affermato durante la serata – è così affascinante da non poter non essere raccontata. Paola Nessi l’ha fatto da par suo, con quella sensibilità e quella cura per i personaggi narrati, oltre che con la sua capacità artistica, con cui ha intessuto un racconto vividissimo e emozionante da “leggere” sfogliando con gli occhi e col cuore “pagine” che sono i fotogrammi (se ancora si può usare questo termine) del film, ciascuno dei quali per quel racconto rappresenta un brano intrigante e evocativo.

Poi, certo, Paola aveva a che fare con una persona, una donna, un personaggio talmente affascinante e così importante per ogni ambito nel quale è stata presente – la montagna in primis ma non solo – che, appunto, c’era solo da trovare il modo migliore per raccontarlo e per fissare nelle immagini e nell’audio l’esperienza profonda di una vita rara come quella di Mirella Tenderini, alla quale deve andare l’ammirazione costante e la gratitudine massima di chiunque abbia avuto la gran fortuna di conoscerla, di leggere i suoi libri, di ascoltarla nelle sue conferenze o anche solo di incrociare il suo volto sempre sorridente, così in grado di infondere fiducia, cordialità, affetto, valore umano.

Serata indimenticabile, insomma, da tenersi perennemente a mente e nel cuore.

“Sci e neve” in Valsassina, tra sopravvivenze e sbeffeggi

(Testo pubblicato anche sulle testate locali “Valsassina News, “Lecco News”, “Leccoonline” “Valbiandino.net”.)

La recente campagna “Sci e Neve 2023” promossa dalla rete di imprese “Montagne del Lago di Como” e presentata come un progetto «per trasformare la Valsassina in destinazione turistica invernale per visitatori da ogni angolo d’Italia e d’Europa», come hanno scritto alcuni media al riguardo, sui social media è stata ampiamente e inesorabilmente sbeffeggiata: pensare di “trasformare” nel modo descritto una zona prealpina come la Valsassina nella quale resiste un solo comprensorio sciistico relativamente limitato e a quote che non offrono più garanzie di neve certa e condizioni termiche ottimali per lo sci – i Piani di Bobbio, coi suoi pregi e i suoi difetti – mentre tutti gli altri un tempo attivi hanno chiuso per ragioni climatiche e economiche, effettivamente fa scattare immediati e inevitabili sorrisi, appunto. Di contro il tentativo promozionale messo in atto, seppur apparentemente maldestro, se mi immedesimo nei suoi promotori lo posso capire e per certi versi anche apprezzare: è una sorta di ultima chance (o quasi) per cercare di salvare il salvabile, sfruttando forse l’unico vantaggio reale della Valsassina turistica ovvero l’essere a un’ora di auto da Milano e dalla sua attrattività turistica cosmopolita, e nella consapevolezza – che io credo sia presente, nei promotori della campagna – che se la realtà climatica evolverà come tutti i report scientifici prevedono, lo sci in Valsassina diventerà la memoria di un passato bellissimo e purtroppo diversissimo dal presente. D’altro canto quello che se ne ricava, da una campagna del genere, e che è stato uno dei bersagli principali del sarcasmo sui social, è proprio l’apparente scollamento dalla realtà effettiva delle cose locali, che pare totalmente mutuato da quello, per certi versi ben più grave, dimostrato da certa politica locale al riguardo e in generale nella gestione amministrativa dei territori montani in chiave turistica. Col risultato, per la campagna e per i suoi promotori, di ottenere l’effetto contrario rispetto a quello sperato e deprimere la realtà valsassinese invece di sostenerla, oltre che di sprecare risorse preziose in iniziative a rischio di fallimento troppo alto – anche loro malgrado, ribadisco.

Insomma: leggere una campagna del genere è un po’ come sentire i musicanti dell’orchestra del Titanic che invitano a continuare le danze quando la nave sta cominciando a inclinarsi e a inabissarsi. Comprensibile per certi (pochi) versi, insensato per altri. Certo, la speranza che la nave resista e rimanga a galla c’è sempre, anche se i report climatici e quelli economici appaiono veramente come lo squarcio nello scafo che inesorabilmente imbarca acqua. Bisogna capire se l’orchestra persisterà a suonare e a pretendere che si danzi fino a quando la nave sarà colata a picco oppure se prima o poi – meglio prima che poi, ovviamente – si deciderà a contribuire attivamente al salvataggio della nave e soprattutto dei suoi occupanti.

Anche perché, metafore navali a parte, la Valsassina è una terra dotata di innumerevoli meravigliose peculiarità e altrettante potenzialità di frequentazione turistica virtuose e proficue per l’intero suo territorio. Non è solo una mera questione “sci sì/sci no” (e le “spade tratte” a difesa dell’una o dell’altra opzione non servono a nulla) ma di progettare e programmare in modo strutturato, sistematico e sviluppato nel lungo periodo un futuro che possa equilibrare e sviluppare tutte quelle potenzialità in modo sostenibile innanzi tutto a favore delle comunità residenti e poi, in forza di una relazione reciprocamente vantaggiosa, di qualsiasi visitatore che giunga in valle. Senza dubbio è un lavoro lungo e non semplice ma necessario, direi ormai vitale, la cui difficoltà tuttavia è inversamente proporzionale alla volontà di sviluppare il territorio con effettivi buon senso, razionalità, coerenza e contestualità – nonché con un marketing altrettanto contestuale e ben centrato su un’autentica ed eclettica valorizzazione della valle. Ovvero, in poche parole: se c’è la buona volontà per fare ciò, tutto sarà più semplice e parimenti proficuo per chiunque. E speriamo da subito che possa essere veramente così.

Di emblematiche transumanze laziali

Consiglio caldamente a chi domani fosse in zona Palestrina questo interessante evento, organizzato dal CAI di Palestrina e sotto l’egida prestigiosa della Società Geografica Italiana. Peraltro i Monti Simbruini sono le “montagne di Roma”, le più vicine alla capitale e un territorio montano di grande fascino giustamente tutelato dal Parco Naturale Regionale, mentre la Valle di Comino, suggestivo catino racchiuso da belle e articolate catene montuose, trabocca ovunque di storia e di antropizzazioni millenarie. Due zone dal paesaggio evocativo e ricco di peculiarità emblematiche, per questa parte di Appennini e non solo.

Se potete, dunque, partecipate. Per saperne di più, cliccate sull’immagine.

Un ragionamento sempre più necessario, «oltre le tifoserie»

Mi è sembrato fosse necessario, all’inizio di questo 2023 di tragedia climatica, aprire una riflessione sul futuro dello sci, del turismo invernale, dell’accoglienza, e in particolare ancora dell’innevamento artificiale alla luce dei cambiamenti, appunto, climatici. Seria e laica. Ho detto che dobbiamo avere una sede chiara per farlo, per aprire questa riflessione, permanente (perché non si esaurisce e non è tra centro-destra e centro-sinistra, tra tifosi, tra maldestri fautori dell’una o dell’altra posizione, si o no contro sci, inverno caldo, innevamento con cannoni). La sede può essere (se non Palazzo Chigi), il Ministero del Turismo, insieme con il Ministero dell’Ambiente, quello degli Affari regionali che ha la competenza in materia montagna. Oltre le logiche negativiste e partitiche. […]
Per tornare agli impianti di risalita, occorre valutare dove e come (farne altri e potenziare gli esistenti), oltre demagogia e facili luoghi comuni. Il dramma climatico che stiamo vivendo non lascia scampo. E con il Governo, con le Commissioni parlamentari che hanno specifica competenza, in sede istituzionale, è necessario un ragionamento oltre schemi e ‘si è sempre fatto così’. Fare come abbiamo sempre fatto, bene o male che fosse, su sport invernali, sci e innevamento programmato, turismo nelle Alpi e negli Appennini, potrebbe non avere senso di futuro, imbrigliando montagna e turismo in una strategia del passato. Noi vogliamo stare nel futuro. Senza rischiare di sprecare milioni e milioni di euro per un investimento a perdere nel bel mezzo della tragedia climatica che ancora qualcuno nega.

Questi sono alcuni passaggi dell’intervento di Marco Bussone – Presidente dell’Uncem, Unione Nazionale Comuni e Enti Montani, dal titolo Oltre le tifoserie pubblicato sul suo sito web il 7 gennaio 2023, e ampiamente ripreso da molti organi di stampa.

Un intervento importante da parte di una figura istituzionale dell’ambito montano nazionale, che nuovamente palesa la necessità ormai inderogabile in carico a tutti i soggetti che operano nei territori di montagna di riflettere attentamente quando non di ripensare radicalmente la frequentazione turistica invernale sui monti, alla luce delle realtà attuali e future climatiche, ambientali, ecologiche, economiche, sociali, culturali. Una necessità che significa futuro, come segnala anche Bussone, quando viceversa ignorarla significa oblio pressoché inevitabile, per le montagne e per le loro comunità.

Cliccate sull’immagine in testa al post (tratta dallo stesso sito web di Marco Bussone) per leggere l’intervento nella versione integrale.