Riconnessione alla Valle della Pietra

Un paio d’anni fa ho scritto e pubblicato qui sul blog un testo nel quale raccontavo di quanto fosse “potente” il paesaggio dell’alta Valle del Bitto di Gerola, laterale della Valtellina ove questa, verso occidente, si conforma nella Valle della Pietra che a sua volta, più in quota, si divide nella Valle dell’Inferno e nella Valle di Trona. Un territorio alpestre di bellezza decisa e conturbante, di vette che strisciano contro il cielo apparendo ben più elevate di quanto siano, di rocce che raccontano storie di avvincenti duelli geologici iniziati in ere lontanissime, di acque che risuonano la loro vitalità in quasi ogni minima piega del terreno, di angoli che sembrano sul ciglio dell’infinito e altri invece misteriosi, arcani, avvolti e celati nelle pieghe della montagna la cui eventuale scoperta diventa subito segreto prezioso nel cuore e nell’animo del visitatore.

Così scrivevo, al tempo. Poi, in Valle della Pietra ci sono tornato qualche giorno fa e… non posso che confermare ciò che ne ho scritto. Veramente lassù, a mio modo di vedere e sentire, c’è uno dei paesaggi che come pochi altri potrei restare a contemplare per un tempo illimitato senza mai stancarmi (e io questa cosa la potrei fare con qualsiasi paesaggio, dunque l’asticella personale al riguardo è molto alta): ciò perché la sua dinamicità geografica gli conferisce una dote di inopinata vitalità e al contempo di sorprendente accoglienza, nonostante le aspre rupi (come si sarebbe detto una volta) che sovente caratterizzano i corpi montuosi i quali racchiudono la valle verticalizzandone la percezione morfologica. È un quadro paesaggistico fenomenale, armonioso in ogni sua parte, la cui visione nulla ha di che invidiare a panorami alpini ben più elevati e rinomati. Un luogo possente con il quale ci si può intessere una relazione altrettanto forte, vitale, che solletica e sollecita la mente fino a instillare la sua grandiosità nell’animo di chi vi si immerga. Ci si sente quanto mai elementi vivi della Terra sulla quale ci si muove e quanto mai fluidamente immersi nel cielo sovrastante: respirando a pieni polmoni si inala una purezza alpestre ancestrale, primigenia, qualcosa di oltre modo benefico e necessario.

Eppure è una vallata alpina come innumerevoli altre, alla fine. Ma con un Genius Loci vigoroso e selvaticamente vibrante come invece molte valli di grande bellezza non hanno ormai più, silenziato e scacciato da troppe cose superflue messe al servizio di chi non desidera più relazioni autentiche con i luoghi in cui si trova ma pretende solo tresche meramente ludiche. Be’, tant’è. Ognuno è libero di vivere la montagna come crede e anche di non viverla: c’è chi alla bellezza ci mette «una pietra sopra», e chi come me “sopra” alla Pietra – nel senso di Valle – ci va, vi ascende fino alle terre più alte, fino a che il panorama si amplia per accogliere più cielo possibile, fino a che ci si sente bene come in pochi altri posti.

(La foto in testa al post è mia ed è brutta, lo so. D’altro canto è fatta con un cellulare peraltro vecchiotto e io non sono un fotografo.)

La «visione istituzionale» delle montagne: due casi interessanti

[I Piani di Bobbio in inverno; al centro della foto, parzialmente in ombra, il Vallone dei Mughi.]

Si dice che la visione che le persone hanno della natura determini tutte le loro istituzioni.

[Ralph Waldo Emerson, English Traits, 1857.]

Nei giorni scorsi sugli organi di informazione locali si è potuta leggere la notizia (io la prendo direttamente dal notiziario della Regione Lombardia per non far torto a nessun media, si veda lì sotto) dell’approvazione, da parte della Giunta regionale lombarda, dell’atto integrativo all’accordo di programma che prevede la realizzazione del “progetto strategico di ammodernamento, potenziamento e valorizzazione dei comprensori sciistici in Valbrembana, in provincia di Bergamo, e in Valsassina”, in questa finanziando la nuova seggiovia dei Megoffi ai Piani di Bobbio e l’impianto di innevamento artificiale ai Piani di Artavaggio. Ecco, a (ri)leggere notizie come questa, riferite a località per me “casalinghe” delle quali mi sono occupato più volte qui sul blog e altrove (si veda qui e qui), mi è venuta in mente l’affermazione di Emerson che ho citato, letta di recente nel testo citato. Poche parole che sanno dire tanto (d’altro canto il filosofo americano è un pilastro del pensiero moderno e contemporaneo), le quali citano termini chiave per lo sviluppo delle montagne come «visione» e «istituzioni» e che, elaborandone il senso espresso da Emerson, fanno inevitabilmente riflettere alla qualità politica (nell’etimologia originaria del termine) delle istituzioni che formulano e manifestano certe visioni della Natura – nonché poi la amministrano politicamente, appunto. Sia nel bene che nel male, ovviamente, ma con inevitabile maggior risalto nel secondo caso.

Detto ciò, posto che ormai da tempo seguo le vicende legate allo «sviluppo turistico» delle due località valsassinesi, per quanto mi riguarda la “nuova” seggiovia (invero già presente ai Piani di Bobbio) c’è obiettivamente da rimarcare che non ha apportato nulla di veramente significativo in più al comprensorio della località, già maturo e sostanzialmente privo di possibilità di sviluppo rilevanti (se non attraverso interventi disastrosi sotto ogni punto di vista, come quella prospettato anni fa per collegare Bobbio con Artavaggio ma che ci si augura messi da parte definitivamente). Non si tratta di un “investimento”, non può essere definito in tali termini allo stato delle cose; d’altro canto è un intervento che a me – ribadisco, a me – può non piacere e del quale non posso trascurare la portata materiale (ovvero ecologica) sul terreno ma che capisco, ponendomi nell’ottica commerciale che governa la località e nelle sue esigenze di (r)esistenza turistica che fanno di Bobbio ciò che è, piaccia o meno: oggi se si vuole pensare allo sci su pista in Valsassina si deve parlare dei Piani di Bobbio, non più di altri comprensori ormai definitivamente superati.

Ciò che invece si vuole fare ai Piani di Artavaggio, ribadisco quanto affermato in numerose altre precedenti occasioni, non riesco ad ammetterlo e non lo capirò mai. Innevare artificialmente la località è un atto che va ben oltre la propria mera funzionalità: significa artificializzare la Natura e il paesaggio dei Piani corrompendo il senso del luogo e dimostrando pervicacemente di non comprenderne la realtà, il valore, le valenze, le peculiarità, le potenzialità naturalistiche e non solo (già più volte elencate da me e da altri) per imporvi le proprie “prepotenze” artificiali. Non è una mera questione ambientale, che ovviamente ci può ben essere – scavi, tubi, cavi, impianti vari, eccetera – ma si potrebbe anche risolvere, se poi le cose venissero sistemate a dovere e il terreno rinaturalizzato come dovrebbe essere; semmai è innanzi tutto una questione culturale, di pensiero, di atteggiamento e predisposizione nei confronti della montagna e del paesaggio, di umiltà e razionalità. Di visione, come indicava Emerson. È l’inabilità – o la non volontà – di comprendere quale tesoro si ha a disposizione e, per questo, decidere di dimenticarlo e “metterci sopra” altra roba, ben più dozzinale, banale, monotona, alla lunga noiosa. Perché è questa la parabola inesorabile di opere del genere: un certo successo iniziale dovuto alla “novità” (?), poi l’ordinarietà, la normalizzazione, l’indifferenza, la noia, infine il fastidio. Che si manifesta sia in chi frequenta il luogo sia nel luogo stesso, il cui paesaggio è stato infastidito in così grossolani modi. Infastidendo pure chi in loco ci lavora e magari si sarà illuso (o sarà stato illuso) di essersi assicurato il miglior futuro possibile.

Quelli per la “nuova” seggiovia di Bobbio sono soldi spesi, banalmente ma, nell’ottica turistica commerciale del luogo e tralasciando il suo equilibrio ecologico, comprensibilmente. Quelli su Artavaggio sono soldi buttati, sia perché irrazionali rispetto alla realtà che stiamo vivendo e vivremo sempre più in futuro e sia perché destinati inesorabilmente a impoverire il luogo del suo valore peculiare, della sua attrattiva, della sua bellezza naturale, offuscandone il fascino genuino che così tante persone apprezzano. E constatare, citando nuovamente Emerson, che siano proprio le istituzioni a volere tali opere è quanto mai emblematico della «visione» che vorrebbero imporre alla montagna come parte del paesaggio naturale. Che è sua volta “istituzione” ma in senso culturale autentico e fondamentale nonché patrimonio di tutti, per come sappia istituire un senso importante alla nostra vita e al nostro vivere il mondo in modo armonioso e equilibrato. Se sappiamo percepirlo con la giusta visione delle cose, ovviamente.

Un’altra montagna, un altro Monte San Primo

Cose belle e importanti a cui partecipare, qui sopra, e delle quali poter far parte. Perché qualsiasi persona dotata di buon senso ha il compito di salvaguardarlo, il buon senso diffuso, che non è così scontato come sembra. Lo dimostrano bene tante cose, ad esempio certe idee di sfruttamento delle montagne – altro fondamentale patrimonio di tutti – che sembrano più azioni di sciacallaggio ai danni della bellezza del paesaggio e della Natura – nonché del buon vivere presente e futuro di chi ci abita – che altro, e il progetto di “sviluppo turistico” che si vorrebbe realizzare sul Monte San Primo è uno di quegli esempi, tra i più chiari in tutta la sua drammaticità.

È un compito, quello di salvaguardare il buon senso per il miglior buon vivere il mondo, e le montagne soprattutto – che bisogna saper formulare come pratica di senso civico e come atto politico concreto e non solo blaterato, come diritto verso se stessi e come dovere verso il prossimo, verso la comunità della quale si fa parte e il mondo che insieme si abita.

Per tutto questo partecipare a incontri come quello di venerdì 16 giugno sul San Primo, montagna della quale la Conca di Crezzo, posta ai piedi della sua parte sommitale, è uno dei luoghi più ameni (lo potete constatare nell’immagine qui sopra), è bello e importante. Anche in forza di chi ne è promotore: l’APE Milano, The Clean Outdoor Manifesto e il Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo” che riunisce più di trenta associazioni di varia natura che si sono unite per difendere la montagna da quello scriteriato e dannoso progetto. Se potrete e vorrete essere presenti, trovate i dettagli dell’evento qui.

P.S.: i miei vari articoli pubblicati sulla vicenda del Monte San Primo li trovate qui.

L’unione fa la forza – del Monte San Primo!

È bello e confortante vedere le immagini della sala consiliare di Civenna di Bellagio piena di gente, venerdì scorso 27 maggio in occasione dell’incontro-dibattito pubblico riguardante il progetto di “sviluppo turistico” del Monte San Primo – una vicenda che, come ormai saprete bene, sto seguendo fin dalla sua genesi e che nel tempo è assurta al rango di caso emblematico di certi progetti istituzionali a scopo turistico da un lato totalmente avulsi dalla realtà attuale e futura delle montagne e, dall’altro, forzatamente imposti al territorio senza alcun confronto con la comunità locale in merito a vantaggi e svantaggi ovvero a possibili alternative – nel caso del San Primo quanto mai necessarie, visto l’impatto ambientale delle opere previste e la loro palese illogicità rispetto al contesto montano e alle condizioni climatiche attuali.

Come riportato dalle cronache dell’incontro, che citano anche il Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo”, una volta passati al dibattito con i cittadini presenti dopo i contributi dei relatori si è potuto nuovamente constatare come «la quasi totalità degli intervenuti ha espresso forti critiche nei confronti del progetto, ritenendolo totalmente anacronistico rispetto alla crisi climatica che stiamo vivendo, chiedendo nel contempo maggior rispetto per la naturalità della montagna. È emersa ancora una volta la pubblica indignazione per la mancata apertura, da parte delle Istituzioni, di un tavolo di confronto con le associazioni e la cittadinanza.»

Per l’appunto: le istituzioni pubbliche che sostengono l’insensato progetto in forza di motivazioni del tutto approssimative e vuote di sostanza risultano sempre più solitarie nell’arrocco sulle proprie posizioni. Veramente si fa sempre più fatica a trovare una risposta a questo comportamento così antidemocratico, e per molti aspetti è proprio questo l’elemento più critico e avverso al progetto turistico, la circostanza che rende palese da subito il suo impatto deleterio il quale evidentemente i proponenti cercando di tenere nascosto il più possibile. Come spiegarsi altrimenti un comportamento del genere?

Invece un grande plauso va nuovamente al Coordinamento delle associazioni unite in supporto alla causa di difesa del Monte San Primo: un caso a sua volta emblematico, ma qui in senso totalmente positivo, di «unione (che) fa la forza» a difesa delle nostre montagne, delle loro comunità e dell’inestimabile e insostituibile patrimonio condiviso di bellezza e cultura che rappresentano per chiunque. Con l’augurio di un successo rapido e completo!

In montagna si «vive», sempre!

P.S. – Pre Scriptum: questo articolo, che scrissi per un altro blog, risale a più di cinque anni fa. Credo tuttavia che l’avrei potuto scrivere poco fa e sarebbe uscito sostanzialmente uguale: per ciò che vi è scritto e, ancor più, per l’idea dalla quale ciò che potete leggervi nasce. Un’idea che a sua volta scaturisce dalla relazione con la montagna che da lungo tempo cerco di approfondire sempre più: non so se con successo, ma ci provo.
Buona lettura.

[Foto di Andrea Peroceschi, tratta da www.ilovevaldinon.it.]borghi
In montagna non ci si abita, non si risiede o si lavora, non si alloggia e non si soggiorna per poco o tanto tempo, non la si visita ovvero semplicemente ci si sta ma, sempre e comunque, in montagna si vive. Per una sola ora o per la vita interna, mentre si svolge una professione o ci si diverte oppure durante qualsiasi altra attività di sorta: si vive, costantemente e pienamente, punto.

Questo deve diventare un “nuovo” (sempre che tale possa essere considerato) paradigma fondamentale, se si vuole che la montagna torni a vivere veramente. Non più un luogo dove alcune persone vivono e altre persone fanno qualcosa d’altro. No: ci si resti per solo qualche ora o per un’intera esistenza, lo stare in montagna deve sempre essere sinonimo di vita, dunque di completa e profonda consonanza con l’ambiente montano. Un ambiente che è vivo in ogni suo elemento, e che dunque richiede altrettanto a chiunque decida di interagirvi. Le separazioni sociali e commerciali tra abitanti e villeggianti, tra residenti e turisti (e per certi versi pure tra “montanari” e “cittadini”), non hanno più senso o, meglio, risultano del tutto antitetiche ad un rinnovato sviluppo autentico e virtuoso dell’ambiente montano. La montagna non è un oggetto, non lo è mai stato ma per troppo tempo così è stata considerata: un “mezzo”, uno strumento per conseguire certi interessi più o meno futili o leciti, quindi una merce da vendere, utilizzare e poi lasciarsi alle spalle. Qualcosa di sostanzialmente inerte, insomma, quando di contro è un ambito, la montagna, che come pochi altri rappresenta la vita alla massima potenza – il suo essere un iper luogo viene proprio (anche) da qui. Giammai “oggetto” ma soggetto, entità, essenza, come già veniva considerata da numerose popolazioni antiche e come oggi si ricomincia a considerare anche dal punto di vista giuridico (come di recente accaduto con il Monte Taranaki in Nuova Zelanda, ad esempio). E non si credano queste mere iniziative “esotiche” di paesi lontani e diversi: c’è molto di che riflettere e imparare, da parte nostra, riguardo tali realtà.

D’altro canto non c’è bisogno, in fondo, di spingersi in considerazioni di natura “panteista” dacché non serve (non dovrebbe servire) di rimarcare quanto sia oggi necessario, doveroso, imprescindibile salire verso l’alto per vivere la montagna, per esserne parte attiva e virtuosa e non più per altro. Chi va sui monti, fosse solo per qualche ora ovvero per motivi del tutto ricreativi, deve starci come se ci vivesse da sempre e come se per sempre dovesse viverci, deve comprendere come la sua presenza in quel territorio massimamente vivo non possa contemplare alcuna passività perché il territorio e l’ecosistema montano sono vivi della vita che ogni elemento vi apportacosì come subiscono danni e alterazioni se accade il contrario, se vi viene apportata inerzia, incuria e nocività. C’è la vacanza, la giornata di divertimento, il relax, ci mancherebbe: ma nessun momento pur meramente ludico può esimersi nella sostanza dall’essere un momento di vita piena proprio perché vissuto in un luogo che è pieno di vita. Cosa che, per giunta rende, la vacanza o la giornata di relax ancora più bella, più divertente e ritemprante, più memorabile.

Sia chiaro: è un principio, questo, che vale per qualsiasi territorio. Tuttavia, se possibile, in montagna vale ancora di più e assume significati ancora più emblematici. In fondo, sostenere che sui monti la vita si eleva verso l’alto come in nessun altro posto non è cosa affatto insensata né tanto meno metaforica. Anche per questo, dunque, in montagna si vive e si deve vivere sempre. Ogni altra presenza, lassù, ogni altro modus vivendi, ogni altro “stare”, obiettivamente con la montagna, e con il buon futuro di essa, non c’entrano – non possono c’entrare più nulla.