Carmelo Bene

[Immagine tratta da giornaledellospettacolo.globalist.it.]

Teniamoci lontani dal nostro tempo, lontani da questo sociale che ci frana addosso come una montagna di nulla. Non ne posso più del sociale, della politica gestita dai partiti, delle masse, ovvero delle plebi che sono al potere sotto forma di opposizione, ma non sono più minoritarie.

Da Carmelo Bene l’ultimo pornografo, di Antonio Gnoli, in “La Repubblica”, 19 novembre 1995. Oggi sono vent’anni esatti dalla morte di Bene e ci sarebbe da commemorarli ancora come scrisse Marcello Marchesi ne Il malloppo: «Non fiori ma opere di Carmelo Bene».

Paesaggio, identità, alterità

[Immagine tratta da pixabay.com.]

Un paesaggio può esprimere un’identità, se con essa si intende non un’appartenenza esclusiva ed escludente, una rigida e ritenuta immutabile forma o essenza comunitaria, ma piuttosto un’appartenenza e un riconoscimento. In questo senso possiamo allora dire che un paesaggio segna anche un’alterità, una differenza, un differenziamento. Si ri-conosce infatti un paesaggio, il proprio paesaggio, sempre in relazione ad altri paesaggi, nella loro integrazione, con-fusione o contrasto tra elementi naturali e artificiali, tra forme trasformate dall’azione. Un paesaggio è perciò un prodotto, il risultato di un’evoluzione, non mai una realtà statica e indifferenziata: evolve, si costruisce, così come si trasforma nel tempo, e non necessariamente a fini adattivi.

[Giovanni Widmann, Il paesaggio è cultura, pubblicato nel sito di Mountain Wilderness il 01 febbraio 2022. Per saperne di più, visto che del testo di Widmann ne ho già scritto, cliccate qui.]

Una città figlia della terra e del cielo

[Foto di MemeCas, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte: commons.wikimedia.org.]

L’arrivo non mi deluse. Vidi uno stradone fresco, alberato, e in fondo un colle, con case e chiese e palazzi e campanili e giardini sospesi nel cielo di crepuscolo. Qualcosa di accessibile e, insieme, di eccelso. Non la finivo più di ridire a me stesso che la bellezza di questa città era quanto mai originale e singolare. L’idea di una città cosiffatta, con la sua acropoli accessibile insieme ed eccelsa piantata li sull’ultimo sperone dei monti per scrutare le valli cupe dell’Alpi e mirare il gran piano di chiaro colore, non poteva esser venuta in mente a nessuno; ed ora sorta così, come una figlia della terra e del cielo, degna amata dagli uomini. Sicché, vivendoci dentro, doveva parere impossibile che tutte le altre città non fossero fatte a quel modo, divise in parti alta o bassa, come a Venezia si vorrebbe che tutte le città fossero di acqua e di marmo.

(Giuseppe Antonio Borgese, La città sconosciuta, Sellerio, 1986; 1a ed. 1926. La città della quale sta raccontando lo scrittore palermitano è Bergamo. Nella foto qui sotto si può vedere la città nella prospettiva visiva di chi vi arrivasse in treno suppergiù negli anni in cui la visitò Borgese.)

[Immagine di pubblico dominio, fonte: commons.wikimedia.org.]

Umanimalismo

La storia di Alisa, la giovane donna ucraina che porta in spalla per diversi chilometri il proprio anziano cane Pulya il quale altrimenti non poteva reggere il passo nella fuga verso la Polonia per sopravvivere ai bombardamenti russi (una storia, che forse avrete intravisto in giro per il web, simile a molte altre simili riportate dai media in questi giorni di guerra), è l’ennesima dimostrazione che l’empatia verso gli animali è una delle poche cose che rende noi umani veramente umani. Perché altrimenti, quando restiamo “tra di noi” – noi “Sapiens”, quelli che chiamano “animali” le altre creature – non facciamo che combinare terribili disastri, inesorabilmente.

Su tale questione ci scrivevo giusto poco più di un anno fa questo post (uno dei diversi che ho vi dedicato nel tempo, peraltro); purtroppo l’uomo, riguardo a chi sia più umano tra se stesso e gli animali, non perde mai occasione per fornire cronache atte a formulare la risposta più giusta, ecco.

N.B.: l’immagine è tratta da questo articolo de “La Stampa“.

Una valle parecchio strana

[Cliccateci sopra per ingrandirla e godervela meglio!]

In effetti è geograficamente parecchio “strana”, la Val San Martino. Mi torna in mente la descrizione che ne fece il briviese Ignazio Cantù, fratello del più noto Cesare, nel 1859: «Margrado il nome, la valle di San Martino ad occidente e a mezzodì termina in una costiera a fondo calcarea, affatto aperta, ed è lambita dall’Adda»; oppure quella di poco più tarda del carennese Gabriele Rosa: «La Valle S.Martino all’estremo occidentale della provincia di Bergamo, non è valle propriamente ma costriera degradante dalle cime di Serada, Ocù, Campiabona, Linsù, Albensa, elevate novecento metri sul livello del mare, sino all’Adda che ne scorre tutta la lunghezza maggiore, di dieci chilometri da Vercurago a Villa d’Adda». Insomma, se una “valle” può definirsi tale quando presenta una «forma concava del suolo costituita da due opposti pendii (fianchi o pareti) che si incontrano in basso lungo una linea (filone di valle) o una striscia pianeggiante (fondo di valle, e più com. fondovalle), con pendenza generalmente in un verso, percorsa di solito da un corso d’acqua», come sancisce un buon vocabolario, la Val San Martino lo è in maniera assai parziale e poco riconoscibile. Per singolare paradosso, ove il nostro territorio riacquisisce seppur localmente – ma da secoli – il toponimo e le fattezze morfologiche di “valle” cioè a Pontida (nel medioevo Vallis Pontidæ), di una “valle” propriamente detta non si tratta ma di un “corridoio orografico”, per usare la corretta definizione geografica.
Tuttavia la singolarità valliva locale non finisce qui: nemmeno in senso geopolitico la Val San Martino acquisirebbe una fisionomia unitaria determinata. Storicamente divisa dal confine storico posto lungo il corso del fiume Adda prima tra Venezia e Milano, poi tra le provincie di Bergamo e Como e quindi, in tempi recenti, tra quelle di Bergamo e Lecco che ne ha ulteriormente e inopinatamente spezzato l’unitarietà geosociale, anche da questo punto di vista la valle ha sempre faticato a farsi identificare in modo omogeneo dall’immaginario comune. È un curioso paradosso, quello che offre la Val San Martino: uno spazio antropizzato morfologicamente eterogeneo e politicamente diviso, per di più territorio di confini storici più o meno rigidi, eppure da millenni zona di transiti di persone, genti e merci, eserciti e pellegrini, commercianti e viaggiatori, eccetera. Un territorio a suo modo cosmopolita, si potrebbe dire oggi, in ciò riflettendo – se così posso dire – l’”apertura morfologica” che la sua particolare geografia presenta.
E dunque, posto tutto ciò, viene da chiedermi: ma alla fine che razza di “valle” è, la Val San Martino? Ha un suo senso, una connotazione identitaria di qualche genere? Ha un proprio Genius Loci, come ce l’ha ogni luogo propriamente e compiutamente tale? O si tratta solamente di una specie di “equivoco” storico e geopolitico se non, peggio, di un non luogo, per usare la celebre definizione di Marc Augé?

Questo è un brano tratto da Il “luogo” Val San Martino. Geografia, paesaggio, immaginario, identità: per una definizione presente e futura del Genius Loci della valle, il mio saggio presente nel volume Oltre il Confine. Narrare la Val San Martino. Per saperne di più, cliccate sull’immagine qui sopra. La foto in testa al post è di Alessia Scaglia, autrice di tutte le immagini presenti nel mio testo e di molte altre che impreziosiscono il volume.