L’odore di letame

[Foto di Pete Linforth da Pixabay.]

Avevo otto anni quando abbiamo lasciato Zernez per stabilirci a Lavin nella casa paterna di mamma, giù presso il ponte di Coray, sull’Inn. La notte si sentiva il mormorio del fiume. Poi se una volta si dormiva altrove, proprio quel rumore mancava.
Il paese non è molto cambiato dal tempo della mia infanzia: qualche casa nuova, fuori paese qualche costruzione agricola, un impianto di depurazione delle acque, una circonvallazione per le macchine: più o meno tutto. La struttura del luogo è rimasta quella che era. Le facce delle case ci sono ancora; anche certi odori che mi riportano il passato: qui il profumo di legna bagnata, di segatura, qui invece fragranza di pane fresco, qua o la il vecchio sentore di camino e di fuoco della stufa… L’odore di letame è quasi svanito anche qui. Una volta era sempre presente, un odore elementare e al tempo stesso indizio di una eterna trasformazione di materia organica: mutazione del letame ancora tenero in vecchio concime nero, in humus e in terra fertile.

(Oscar Peer, Il rumore del fiume, Edizioni Casagrande, 2016, traduzione di Marcella Palmara Pult, pag.135. Cliccate sull’immagine qui sopra per leggere la mia “recensione” del libro.)

Questo passaggio del libro di Peer lo comprendo molto e sento parecchio “mio”. Perché, se devo citare qualcosa che mi riporti immediatamente alla mente i deliziosi ricordi delle mie vacanze estive da bambino sui monti, così formative per la mia attuale relazione non solo con le montagne ma, a ben vedere, con l’intero mondo vissuto, be’, a mia volta cito l’odore del letame e degli escrementi lasciati dalle mucche al pascolo (cosa alla quale ho già fatto cenno qui). Il quale, al di là della sua fonte, non aveva (e non ha, ove sia ancora presente – cosa sempre più rara, d’altronde) nulla di disgustoso, anzi, come afferma Peer, ha qualcosa di profondamente vitale, una sorta di effluvio ancestrale, una narrazione odorosa di un paesaggio antico e fondamentale, un elemento immateriale ma ben percepibile legato al ciclo della vita terrestre in generale, non solo a quello della singola specie e del territorio ove vive. Oltre ovviamente a essere, un odore del genere, una componente basilare – tra quelle immateriali – che formano il paesaggio locale e ciò a prescindere dalle mie particolari percezioni.

Poi, di contro, capisco anche quelli che a volte incrocio in giro per i monti e, in presenza di questo odore, dicono «Bleah, che puzza!» e fanno la faccia schifata. Non è colpa loro, a ben vedere, solo che non sanno più capire che – permettetemi l’osservazione un po’ mordace – a volte certa merda sparsa sui prati montani è molto più preziosa e gradevole di tanta altra assai diffusa altrove e che non si ritiene affatto tale, ecco.

Ultrasuoni #25: Prisencolinensinainciusol, ol rait!

Nel precedente “Ultrasuoni” vi ho raccontato di come una delle band più rappresentative di sempre della musica nera contemporanea per eccellenza, il rap – o hip hop – fosse bianca, ovvero i fenomenali Beastie Boys (riconosciuti con tale fama dalla stessa comunità afroamericana). Be’, posto ciò non posso dunque nemmeno non citare e omaggiare quello che a suo modo è stato, secondo molti, il primo rap della storia, anni prima che il genere venisse certificato, e il suo sorprendente autore italiano: Adriano Celentano e Prisencolinensinainciusol, già. Uno dei brani più geniali della musica italiana del dopoguerra non solo per il suo cantato, forma sperimentale di “parola-suono” a metà tra lo stile scat del vecchio jazz e la recitazione in grammelot teatrale, ma pure per la parte musicale, originalissimo mix tra pop, funk, soul e ritmica tribale come quella che, appunto, qualche anno dopo effettivamente diventerà la base per il primo rap – non a caso Prisencolinensinainciusol ha trovato un notevole successo negli USA e una fama che continua tutt’ora. È un brano così sfuggente a qualsiasi catalogazione che se ne sono tentate innumerevoli interpretazioni, tutte possibili e nessuna definitiva, il che in fondo ne certifica la qualità e l’attrattiva, ben maggiore di buona parte del “pop” italiano di classifica – di quello successivo e soprattutto dell’odierno – e sancisce l’indiscutibile genio artistico di Celentano. Di contro, secondo alcuni, per Prisencolinensinainciusol non si dovrebbe parlare di “rap ante-litteram” in quanto brano basato su fonemi privi di significato e ispirati alla musicalità di un inglese inventato, non sul parlato altamente espressivo che è elemento peculiare del rap. Ok, può ben essere così, tuttavia, al riguardo, mi viene da obiettare: ma perché, scusate, molte canzoni trap attuali un significato logico ce l’hanno?

Ecco. Dunque, non posso che affermare con convinzione Oh sandei | Ai ai smai sesler | Eni els so co uil piso ai | In de col men seivuan | Prisencolinensinainciusol, ol rait!

Gli abiti delle donne afghane

Gli abiti delle donne afghane sono bellissimi. Sono, non “erano”, sì: nelle loro fogge, nei colori, negli intrecci cromatici e con l’abbinamento della gioielleria tradizionale, compendiano millenni di storia di un paese-ponte tra Occidente e Oriente, terra di passaggi, transiti, commerci, scambi economici e culturali e per ciò conteso fin troppe volte nel corso del tempo, e parimenti rappresentano bene, quegli abiti delle donne afghane, il loro carattere, lo spirito e la fierezza d’un popolo che s’è dovuto necessariamente fare forte e resiliente per salvaguardare la propria identità.

Dunque è bello leggere della campagna sul web identificata dall’hashtag #DoNotTouchMyClothes – io l’ho trovata assai diffusa su Twitter, dal quale ho tratto anche tutte le immagini qui pubblicate – in difesa degli abiti delle donne afghane ovvero della loro bellezza, della dignità, del valore, dei diritti e della libertà contro chi vorrebbe ridurle a meri oggetti coperti da un ignobile drappo nero in base a motivazioni ignoranti, folli e barbare ovvero inaccettabili da ogni punto di vista. E’ una lotta che deve – deve, non “può” – diventare propria di tutta la parte civile e avanzata del mondo: perché le donne afghane oggi sono la più bella e preziosa manifestazione di “libertà” che il nostro mondo, e non solo l’Afghanistan, può constatare e della quale deve essere profondamente orgoglioso.

#DoNotTouchMyClothes

Land (&) Art #9

Sopra: Theo van Doesburg, Stained glass composition VIII, 1918-19, vetro colorato. Immagine tratta da www.wikiart.org.

Sotto: campi coltivati nella pianura cremonese, Lombardia. Immagine tratta da Google Maps, rielaborata da Luca.

Per saperne e capirne di più, su queste immagini che vi propongo, cliccate qui.

Una Venezia molto… veneziana

Venezia è una delle città più belle e uno dei luoghi più suggestivi del mondo, inutile rimarcarlo. Sovraccarica di iconologie, di simbolismi, di immaginari a volte troppo superficiali e francamente inutili (se non dannosi) per uno spazio antropizzato così particolare e delicato, è facile intuire che Venezia sia tra i luoghi più raffigurati in assoluto, in ogni modo ovvero con ogni media lo si possa effigiare tentando di fissare almeno una minima parte del fascino urbano, delle sue architetture e dei monumenti, degli angoli più caratteristici, del rapporto con l’acqua che penetra (nel)la città e viceversa, del suo paesaggio unico.

Una delle più belle e intense rappresentazioni di Venezia che abbia mai visto l’ho intercettata qualche giorno fa grazie a un articolo di “Artribune” (lo potete leggere anche on line qui): è dell’artista tedesco Gerhard Richter e si intitola Venedig (Treppe), un olio su tela del 1985:

Al di là delle note critiche sull’opera, che potete leggere qui, trovo che in questo dipinto Richter abbia perfettamente reso visibile la dimensione di sospensione in cui vive Venezia, dalla quale trae il suo fascino inimitabile tanto quanto l’inquietudine rispetto al proprio precario equilibrio geografico. Le prospettive ideali che l’opera possiede, fornite dalle linee nette e dalle partizione che creano – terra/acqua, acqua/cielo, luce/ombra, presenza/assenza – e di contro la particolare tecnica pittorica che rende l’idea di un’immagine fotografica sfocata nonché l’assenza di ciò che rende Venezia immediatamente riconoscibile a chiunque, ovvero i suoi celeberrimi monumenti o le vedute dei canali i quali però sono anche gli elementi principali dell’immaginario turistico-commerciale che per certi versi deturpa il fascino cittadino, fanno dell’opera un fermo-immagine super dimensionale della realtà di Venezia, che viene analizzata nel profondo da un punto di vista alternativo e al contempo viene ammantata di un onirismo delicato e enigmatico. In effetti nella raffigurazione di Venezia di Richter è assente un altro elemento immancabile in città: l’umanità, la quale però, come accennato, le conferisce “vita” in modi a volte soverchianti e generanti nel suo paesaggio (nel senso antropologico del termine) una sorta di rumore di fondo. Richter invece pone nel proprio scorcio veneziano una sola figura umana (è la moglie, per la cronaca) così togliendo quel disturbo antropico e riportando la relazione tra il luogo e le persone entro una dimensione ben più profonda e meditativa, quella che probabilmente abbisognerebbe un luogo così speciale come Venezia e che rimanda all’altra relazione naturale tra lo spazio antropizzato e l’ambiente della laguna, una comunione tra terra e acqua che vivo di un equilibrio certamente precario eppure secolare, probabilmente armonico se non fosse per una presenza umana invece sovente dissonante.

D’altro canto Gerhard Richter ha prodotto una vastissima serie di opere dedicate al paesaggio, sia antropizzato che naturale, interpretato e raffigurato in modi originali e intriganti. Venezia è protagonista di altre sue notevoli opere ma lo sono anche le montagne, per cui tornerò più avanti a parlarvi di Richter e della sua arte. Potete comunque da subito approfondire la sua conoscenza dal sito ufficiale, assai ricco di notizie e di contenuti su ogni aspetto del suo lavoro.

P.S.: l’immagine dell’opera è presente su molti siti web; io l’ho tratta dal citato articolo di “Artribune”.