[Prato Nevoso (Cuneo), non esattamente tra gli esempi più virtuosi di urbanizzazione dei territori montani. Foto di Mizardellorsa, opera propria, CC BY 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Le comunità alpine, spesso colonizzate mentalmente attraverso forme di persuasione subliminale a opera dell’immaginario urbano e metropolitano, corrono il rischio di non riuscire a prevedere e programmare sensatamente gli scenari futuri dei loro territori. Se viene meno la capacità, da parte delle comunità, di potersi identificare con i luoghi da esse abitati e costruiti, l’identità rimarrà una mera petizione di principio vuota, sterile, persino controproducente. Senza un continuo processo di identificazione comunitaria con i territori, il rapporto fra popolazione e spazio vissuto rischia di diventare schizofrenico.
Viene fatto divieto, agli ufficiali pubblici dello Stato delfinale ed ai nobili, di tagliare legname da costruzione o da riscaldamento nelle foreste delle Comunità e Università del Brianzonese, del Queyras, Vallouise, Cézanne, Oulx, Pinet, Chevallet, Fontenils né in altri luoghi del “Baliaggio” poiché i tagli sono causa di inondazioni, frane e valanghe. Tale interdizione è perpetua.
Eh già: i montanari delle valli del Monviso, a metà del Trecento, avevano già capito e messo per iscritto nozioni, sulla buona gestione dei loro territori di montagna, che ancora oggi molti amministratori locali e altrettanti loro sodali non capiscono ancora – ovvero fingono di non capire, per perseguire i loro biechi tornaconti. Così, se quell’antica saggezza politica (nel senso più nobile del termine) si fosse salvaguardata e osservata fino a oggi, probabilmente molti dei dissesti che i nostri monti subiscono, spesso con conseguenze tragiche, non accadrebbero, e avremmo a disposizione territori certamente antropizzati ma in base a un antico e assodato buon senso, senza cementificazioni e infrastrutturazioni scriteriate, guidate da meri fini economici, che non solo rovinano la bellezza del paesaggio ma danneggiano pure il territorio di cui è origine.
D’altro canto, gli Escartons sono uno degli esempi migliori di quel fenomeno definito “paradosso alpino” per il quale, nel basso Medioevo, il livello di istruzione e di apertura culturale di molte comunità di alta montagna era superiore a quello degli abitanti della basse valli e delle città. Poi, ahinoi, certa non cultura urbana ha conquistato le montagne e irretito i loro abitanti, generando le numerose devianze che ci ritroviamo a constatare in numerose località montane. E con esse le frane, e le esondazioni, e le alluvioni, e i vari dissesti idrogeologici, e l’inquinamento anche alle alte quote, e la perdita di biodiversità, e la generale banalizzazione del paesaggio, e…
Tuttavia, il danno è fatto. Il paesaggio è distrutto. Ora viviamo in un luogo inarmonico. Questa cacofonia, se è insopportabile per le anime sensibili, installa nelle anime insensibili il bisogno di andare oltre attraverso quei falsi modi in cui esse sperano di trovare una sorta di soddisfazione che avevano e che ora non hanno più. Così, dopo tutta una regione, un intero paese può diventare brutto e sempre di più perché, all’origine di questa bruttezza, c’è qualcuno che pensa al profitto invece di pensare all’architettura. Un’intera popolazione si ritrova a disagio, senza sapere perché.
(Jean Giono, La Chasse au Bonheur, Ed. Gallimard, 1988, pag. 130; inedito in Italia. Nell’immagine: uno dei tanti esempi di cementificazione selvaggia e assolutamente cacofonica lungo le coste italiane; cliccateci sopra per visitarne la fonte.)
Nessun segno nel paesaggio risulta ingiustificabile, assolutamente capriccioso: nulla c’è di insignificante. Ossia, come dice il Barthes, «non c’è nulla di reale che non sia intelligibile». Non c’è segno, anche nel paesaggio, che non esprima qualcosa dell’uomo, della società in cui vive. Inoltre, ciascun segno vive in rapporto e in associazione con altri segni: il paesaggio è coerenza. Ogni segno in esso fa parte d’un discorso che si dispiega davanti a noi, un discorso che è il paesaggio stesso, e il cui linguaggio può essere compreso, sia pure sulla base di codici complessi. […] Nel paesaggio ogni cultura si identifica, trova rispecchiata se stessa: il paesaggio parla, comunica concretamente all’uomo, attraverso l’insieme dei segni che egli ha voluto imprimere in esso. È come uno scambio mutuo di messaggi che corrisponde al realizzarsi del rapporto tra condizioni locali e adempimento culturale, rapporto che si instaura nel dialogo tra paesaggio vissuto, strumentalmente inteso, e paesaggio contemplato, visto e interpretato culturalmente.
Mi occupo spesso del tema del paesaggio, come avrà notato chi segue abitualmente il blog, e lo faccio (ovvero lo farò con immutata frequenza, in futuro) perché ritengo che sia un tema tanto fondamentale e basilare nella relazione che l’uomo intesse con il territorio che abita e sfrutta, quanto banalizzato, superficializzato e trascurato – me ne rendo conto di frequente, occupandomi di progetti di sviluppo e valorizzazione dei territori in primis di montagna (con l’eccezione di chi se ne occupa scientificamente, mentre tra i tecnici la situazione è ben meno rosea). Eppure tutto ciò che noi possiamo fare a questo mondo e con cui lasciamo un segno d’ogni sorta nel territorio – dalla traccia di passaggio nell’erba di un prato fino alla più gigantesca infrastruttura immaginabile – scaturisce da quel tema, dal suo concetto fondante e dalla sua più o meno acquisita comprensione. E credo che finché questa comprensione non diverrà realmente comune, nel senso di ordinariamente conosciuta e di generalmente condivisa, i problemi che tutt’oggi si possono constatare in territori d’ogni sorta – dissesti, danni ambientali ed ecologici, interventi edilizi incongrui, sfruttamenti perniciosi, fruizioni insensate e incoerenti, eccetera – continueranno a manifestarsi, con tendenza al peggioramento. A scapito di tutti.
[I tristemente “famosi” ecomostri del Passo del Tonale, tra Lombardia e Trentino. Immagine tratta da sullamaca.it, qui.][L’ecomostro di Alimuri, tra Vico Equense e Meta di Sorrento, in Campania, fortunatamente demolito nel 2014; immagine tratta da qui.]
In nessun altro paese sarebbe permesso assalire come da noi e deturpare città e campagne.
Piovene, raffinato intellettuale di grande sensibilità e appassionato viaggatore, tra le altre cose, scrisse quell’osservazione nel suo Viaggionel 1957. Più di sessant’anni fa, sì, evidentemente già allora constatando un’insopportabile assalto cementizio e una grave alterazione del territorio italiano.
Ecco: secondo voi in tutti questi anni ci si è resi ugualmente conto di questo? Si è maturata un altrettanto grande sensibilità al riguardo, si è provveduto a difendere in modo ampio il paesaggio d’Italia da ulteriori guasti?
Lo so, sono domande tremendamente retoriche le cui inevitabili risposte sono tali anche per colpa nostra, purtroppo.