Maschere senz’anima

C’è un’altra faccia che mi suscita una strana impressione, per metà paura e per metà una specie di macabra fascinazione. Penso che si trattasse della moglie del capo di un campo di concentramento ad Auschwitz che aveva avuto un certo potere e approfittato di una terribile e perversa libertà: si era fatta costruire uno sgabello con ossa umane e un paralume di pelle umana con punti neri e marroni. Di questa donna si potevano vedere due fotografie: nella prima un viso indurito, divenuto una maschera senz’anima, di una bruttezza inumana. Accanto una fotografia di quando era giovane, all’epoca dei suoi diciotto anni: un bel visetto dolce e buono, con un sorriso un po’ malizioso, soave come un giorno di primavera.

(Oscar Peer, Il rumore del fiume, Edizioni Casagrande, 2016, traduzione di Marcella Palmara Pult, pagg.309-310. Cliccate sull’immagine qui sotto per leggerne la mia “recensione”.)

Ripensando a questo passaggio del libro di Peer, inevitabilmente mi tornano alla mente certi visi, certe espressioni, certe maschere che in questi giorni si vedono di frequente, sui media.

Sarà solo una mia suggestione, non lo metto in dubbio. Ma è inevitabile, appunto. Pensando ad altri momenti della storia recente me ne verrebbero in mente altre – la scelta purtroppo è assai varia e assortita, da qualsiasi parte la si contempli – tuttavia ora sono queste, a cui penso. Già.

Il mondo salverà il mondo #11

(Cliccate qui, per capire meglio.)

#11: Julius Von Klever, Thaw on the Way, 1876

Friedrich Dürrenmatt, il caricaturista

[Friedrich Dürrenmatt, Battaglia di Sempach tra artisti e critici*, 1963, inchiostro su carta, 35,4 × 26,8 cm, Collezione Centro Dürrenmatt Neuchâtel.]
Friedrich Dürrenmatt è stato uno dei più grandi scrittori del XX secolo, e molti dei suoi libri sono considerati dei capolavori della letteratura europea contemporanea. Ma quello che in tal senso si coglie dalla loro lettura non è che la manifestazione del genio di un artista poliedrico, dotato di molti talenti espressivi e tutti originali. Affermo ciò ammettendo di essere parecchio di parte – Dürrenmatt è tra i miei autori preferiti in assoluto e di lui ho disquisito spesso qui sul blog – e a quelli che come me apprezzano il grande autore svizzero il Centro Dürrenmatt di Neuchâtel offre l’occasione per approfondire uno di quei suoi tanti talenti, quello di caricaturista.

Come si legge nella presentazione della mostra Caricature, in allestimento presso il Centro Dürrenmatt fino al 15 maggio prossimo, «Dürrenmatt aveva una predilezione particolare per la caricatura come forma d’arte. La considerava un’arma dell’animo umano e amava puntarla contro gli abusi e le aberrazioni della società e della politica. Una settimana prima di morire affermò che il divario tra il modo in cui vive la specie umana e il modo in cui potrebbe vivere è sempre più ridicolo, a tal punto che siamo ormai nell’era del grottesco e della caricatura.»

In questo articolo di “Swissinfo.ch” si parla della mostra e vi trovate una piccola ma significativa galleria di caricature di Dürrenmatt. Qui invece trovate la pagina dedicata alla mostra nel sito web del Centro Dürrenmatt e io spero di poterci andare a visitarla, anche perché è un luogo e un’istituzione che meritano una visita a prescindere.

*: La battaglia di Sempach, avvenuta nell’omonima località del Canton Lucerna nel 1386 è un episodio decisivo nella storia della Svizzera. Le truppe della Confederazione sconfissero quelle del Ducato d’Austria e ciò permise ai cantoni originari di espandersi sui territori prima governati dagli austriaci, dando forma a quella che è diventata poi la Svizzera odierna. Il disegno di Dürrenmatt che vede lì sopra è “caricatura” anche di un celebre affresco seicentesco presente proprio a Sempach, nella cappella che commemora la battaglia: questo.

La storia è un incubo

[Il villaggio di Yakovlivka, nell’Oblast di Kharkiv, 3 marzo 2022. Foto di Mvs.gov.ua, CC BY 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]

La storia, disse, è un incubo dal quale sto cercando di svegliarmi.

(James Joyce, Dedalus (Ritratto dell’artista da giovane), 1916, ripresa anche in Ulisse, 1922.)

Questa celebre frase di Joyce, valida come non mai in questi giorni drammatici ma in effetti, e purtroppo, di valore costante, mi viene di accostarla – cisto l’ambito onirico a cui simbolicamente si riferisce, e non solo per quello – a un’altra notissima locuzione, in origine il titolo di una celeberrima opera di Francisco Goya: «il sonno della ragione genera mostri». Un accostamento dal quale scaturisce l’immagine di una storia – umana, ovviamente – carente di ragione e popolata di mostri, dal cui incubo, come dice il protagonista del romanzo di Joyce, sarebbe veramente e definitivamente il caso di svegliarci. Invece, a quanto pare, continuiamo a dormire, generando senza sosta e inesorabilmente nuovi incubi. Già.

Il ritrovamento dell’Endurance

A volte accade che un frammento di leggenda, cioè di qualcosa che per diversi motivi appare extra-ordinario al punto da essere stato ormai mitizzato e per questo considerato popolarmente come un elemento “leggendario”, riappaia improvvisamente nella realtà come se spuntasse da una sorta di squarcio dimensionale – e in effetti per certi versi è proprio ciò che accade, in questi casi.

Il più recente, di tali casi, è senza dubbio il ritrovamento di Endurance, una delle più celebri e importanti navi della storia – delle esplorazioni e non solo – per molti motivi, storici e simbolici, legati alla vicenda del leggendario (appunto!) esploratore britannico Ernest Shackleton, il quale nel 1914 partì con l’Endurance per tentare la traversata a piedi dell’Antartide (per i tempi un qualcosa di paragonabile a un’impresa spaziale contemporanea) ma fallì proprio per il naufragio della nave il 21 novembre 1915 tuttavia riuscendo a portare l’equipaggio in salvo nonostante le tremende circostanze in cui la missione si ritrovò.

L’aura di leggenda intorno a Shackleton e all’Endurance è tale che la stessa missione di ritrovamento della nave ha assunto risvolti assimilabili, al punto che il capo della missione, il geografo John Shears, ha detto a BBC: «Abbiamo portato a termine la più complicata ricerca di un relitto al mondo, lottando costantemente contro iceberg, tempeste e temperature fino a -18 °C. Abbiamo fatto qualcosa che molte persone ritenevano impossibile».

Dulcis in fundo, la nave di Shackleton è stata ritrovata proprio nel centenario della morte del grande esploratore britannico, scomparso per un infarto a soli 47 anni nel gennaio 1922 a Grytviken, nella Georgia del Sud, mentre si stava apprestando a una nuova spedizione esplorativa antartica.

Insomma: una notizia capace di suscitare forti emozioni e notevoli suggestioni, e che mi permette di segnalare un bellissimo libro di una grande scrittrice che ho la fortuna di conoscere, Mirella Tenderini, appena ripubblicato da Alpine Studio: La lunga notte di Shackleton, nel quale l’autrice racconta «il più celebre salvataggio di tutti i tempi», come venne definito, e delinea la figura di Shackleton non solo come celeberrimo esploratore ma anche come uomo di grandi princìpi e notevolissime doti, riconosciute da tutti. Infatti, come disse un altro famoso esploratore britannico, Apsley Cherry-Garrard in una frase divenuta famosa: «Per organizzare un lavoro congiunto di tipo scientifico e geografico, datemi Scott; per un viaggio d’inverno, Wilson; per una capatina al Polo e nient’altro, Amundsen; ma se mi trovo in un dannato buco e voglio uscirne, datemi Shackleton tutte le volte.»

N.B.: informazioni e citazioni sul ritrovamento della Endurance le ho ricavate da questo articolo de “Il Post”; l’immagine in testa al post viene invece dal sito ufficiale della spedizione, endurance22.org.