L’avvento del turismo alpino ha gradualmente modificato la relazione diretta delle comunità con i propri territori. L’immaginario urbano ha colonizzato progressivamente la mentalità degli abitanti, introducendo forme del costruire ispirate a modelli di «tipicità», pensati secondo rappresentazioni della montagna del tutto idealizzate. Tali espressioni «ideal-tipiche» di costruzioni montane, etichettate come «alpine», sono diventate sempre più disfunzionali nei confronti del vivere, dell’abitare e del lavorare in montagna. Esse hanno contribuito ad alimentare lo stereotipo dell’architettura alpina generando tipologie cristallizzate che fanno spesso riferimento al mimetismo, al finto tirolese degli erker (bovindi) o al finto vallesano degli chalet svizzeri.
[Foto Di Vouliagmeni, opera propria, CC BY-SA 4.0, da commons.wikimedia.org.]Foto sopra: chalet “svizzeri” in Svizzera; foto sotto: chalet “svizzero” in… Galles!
Be’, quest’estate, se andrete in vacanza sulle Alpi o sulle montagne un po’ ovunque nel mondo e ciò che vedrete vi verrà presentato come “tipico”, oppure già lo credete tale per nozione convenzionale ormai assodata, sappiate che non sempre, anzi, che raramente è così. Già.
[Foto di Patrick Robert Doyle da Unsplash.]Sul libro “rilegato” che è il territorio vissuto, abitato e modificato dall’uomo nel corso del tempo, sulle sue pagine di terra e roccia a volte ben spiegate, altre volte ripiegate o sovrapposte, ad ogni occasione vedo nitidamente un’estesa scrittura, una calligrafiaa volte fitta, minuziosa, altre volte più rada ma pressoché sempre tracciata, stilata, che io intuisco (in una virtuale visione del territorio a volo d’uccello – ma è una percezione che formulo sempre, cioè ogni volta cammino attraverso un territorio e ho l’occasione di osservarlo da una sua pur minima sopraelevazione) proprio come un insieme di segni e grafemi di un testo simil-alfabetico che le genti di questa zona hanno steso, scritto, qualche volta cancellato e poi riscritto lungo i secoli. Mi ricorda certi manoscritti medievali fittamente compilati ma, qui, con un diverso ordine grafico inevitabilmente imposto dalla morfologia della superficie da scrivere così come dalla funzionalità pratica del segno inscritto nonché, io credo, pure da particolari condizioni emotive o predisposizioni d’animo (ordine che a sua volta, lavorando d’immaginazione, mi riporta alla mente certe sperimentazioni artistiche proprie della poesia visiva novecentesca).
Trovo che la cosa diventi del tutto evidente proprio studiando una mappa di qualsiasi territorio (ovvero l’unico strumento che può donare la suddetta visione a volo d’uccello senza necessitare d’un qualsiasi aeromobile) che sia dotato d’una stratificazione – o di una compilazione – antropica assai diffusa e storicamente lunga diversi secoli: la trama delle vie di transito, rurali o meno, dei segni della presenza umana, della coltivazione dei boschi e dei pascoli, dei nuclei abitati e di ogni altra cosa simile è fitta, articolata e strutturata similmente a quella d’un testo alfabetico scritto, solo qui dotato di un particolare codice geo-grafemico, appunto. Sentieri, mulattiere selciate o meno, semplici tracce appena abbozzate o strade asfaltate (che in molti casi risultano sovrascritture di più antiche vie di transito), muri, recinti e palizzate, ometti di pietre, croci e santelle, ponti, passerelle, guadi, opere idriche anche elementari, prati, terreni e boschi coltivati ovvero zone disboscate (dacché sovente anche le selve sono il frutto delle “scritture” dell’uomo, quantunque il loro aspetto non lo farebbe supporre), cave, miniere e scavi, pozzi, edifici d’ogni genere e sorta, dai più minuscoli ai più grandi, stabili rurali e funzionali alle attività umane, nuclei residenziali abitati oppure ormai abbandonati, spazi di varia natura che presentano una frequentazione, tracce di passaggio o una qualche forma di sfruttamento antropici, testimonianze rupestri… tutti questi sono i segni della scrittura dell’uomo sul territorio, sono il testo attraverso il quale genti diverse lungo i secoli hanno narrato la loro presenza storica in quella parte di mondo, il senso e la sostanza della loro vita quotidiana, a volte la percezione pratica oppure emotiva del paesaggio, le proprie necessità e le aspirazioni al riguardo, il gusto estetico, altre volte la lotta con esso per la resilienza e la sopravvivenza più dignitosa contro la durezza del territorio e le forze naturali – una lotta a volte palesemente vinta, altre volte no.
Ovunque io vada, per territori domestici e ben conosciuti così come per zone che attraverso per la prima volta, ricerco e scruto i segni inscritti nel paesaggio, spesso li identifico come il testo primario fondamentale per capire dove sono, cosa è il territorio in cui mi muovo, il presente di quale storia umana sto vivendo e attraversando, quale dialogo tra genti e paesaggio sto cercando di comprendere e quale trama mi viene narrata, qui. Intuisco vividamente il senso della definizione che il celebre storico dell’architettura svizzero André Corboz ha coniato al riguardo: il territorio come palinsesto, come superficie continuamente modificata, scritta, sovrascritta, cancellata e riscritta nuovamente, sia dai fenomeni naturali – su scale temporali ordinariamente non intuibili – e sia, soprattutto, dall’intervento consapevole dell’uomo. Il tutto genera un continuo processo di trasformazione del paesaggio, come fosse un testo in costante evoluzione alla cui scrittura possa contribuire chiunque viva e frequenti quel paesaggio, similmente a quanto accade in letteratura con la scrittura collettiva: in effetti una comunità sociale che interagisce con il proprio territorio può essere considerata un “collettivo antropologico”, unito da un intento di sopravvivenza (dacché concretamente “sopra-vivente”, vivente sopra) il proprio territorio. Corboz non poteva scegliere vocabolo più adatto, a ben vedere: “palinsesto” rimanda direttamente all’atto dello scrivere e del riscrivere (è parola greca, palímpsestos, che significa “grattato di nuovo” o “grattato due volte”), ma pure nell’accezione tecnica contemporanea di “sequenza temporale organizzata dei messaggi offerta da un’emittente a un pubblico ricevente”, il vocabolo si adatta perfettamente al caso nostro, ove l’emittente è il territorio/paesaggio, i messaggi quelli leggibili nei segni antropici su di esso inscritti e il pubblico, ovviamente, chiunque attraversi il territorio in questione e ne indaghi il suo paesaggio.
[Rendering del progetto di parco eolico del Monte Giogo, in Toscana. Immagine tratta da radiomugello.it, che qui offre un’articolata ricostruzione del caso in questione.]
La parola “compromesso” ha destato la mia curiosità, visto che nel mio articolo sopra linkato dissertavo proprio sulla difficoltà di costruire una relazione equilibrata tra il paesaggio inteso come elemento concettuale culturale e identitario del territorio e le infrastrutture antropiche in esso installate, sovente abbastanza imponenti da modificare la concezione e la percezione del paesaggio nonché la ancor più importante relazione antropologica con chi viva quel territorio e, appunto, ne elabori il paesaggio. Tuttavia, ripeto, avendo letto “compromesso” mi sono subito chiesto: bene, vediamo dunque come hanno gestito la questione, lì nel Mugello.
Innanzi tutto l’articolo de “Il Post” mi pare confermi quanto ho scritto io, ovvero che il tema specifico sia ben lungi dall’essere culturalmente ben approfondito e elaborato a sufficienza, e che i dibattiti fino a oggi intrapresi, nel complesso, restino ancora a un livello piuttosto superficiale e legato alle circostanze del momento o tutt’al più del futuro prossimo, senza una visione antropologica più lunga e maggiormente strutturata, sia in senso generale che nel dettaglio di alcuni elementi fondamentali – come il concetto di “ paesaggio” e cosa si debba intendere con il termine, per dirne uno. D’altro canto, nell’articolo stesso si evidenzia quasi subito che
Per come è andata finora, questo progetto sembra rappresentare meglio di altri il difficile compromesso tra la necessità di trovare nuovi modi per produrre energia e allo stesso tempo tutelare l’ambiente e il paesaggio.
Peraltro è altrettanto significativo leggere e constatare che tra le principali entità istituzionali atte alla gestione a alla salvaguardia del territorio sussistano pareri opposti sul progetto:
I comuni di Vicchio e Dicomano hanno dato il loro parere positivo al parco eolico, così come la Regione a cui spetta l’autorizzazione definitiva, mentre al momento la soprintendenza di Firenze si è detta contraria dopo aver presentato alcune richieste di modifiche che secondo l’AGSM renderebbero il progetto non sostenibile economicamente.
Nota bene: te credo che Vicchio e Dicomano hanno dato parere positivo al progetto, dato che, se verrà realizzato, si porteranno a casa il 3 per cento dei ricavi annui, circa 130mila euro. Per due comuni relativamente piccoli questi denari non sono coriandoli, senza dubbio; resta da capire se tali cifre rappresentino “compensazioni” legate alla realizzazione del parco eolico (dunque una indiretta amissione di impatto ambientale eccessivo che imponga delle reiterate “scuse” – finanziarie, nel caso) ovvero una sorta di – consentitemi la definizione molto “franca” – bustarella legale per assicurarsi il consenso degli enti primari del territorio – i comuni, appunto.
In ogni caso, vediamo quale è il “compromesso” proposto per il progetto del Mugello:
La soprintendenza ha chiesto di eliminare tre turbine su otto per limitare il taglio degli alberi durante i cantieri. In vista della prossima conferenza dei servizi, in programma il 26 luglio, l’azienda sta lavorando a una soluzione che prevede la rimozione di una sola pala eolica: l’impianto passerebbe da otto a sette turbine. «Abbiamo proposto di togliere la pala che sarebbe stata installata nel punto meno produttivo, distante dal crinale e senza nessuna strada di accesso», dice l’ingegnere Marco Giusti, direttore di progettazione e ricerca dell’AGSM. «In questo modo si dovrebbe perdere solo l’8 per cento della produzione di energia elettrica ed evitare metà del taglio degli alberi previsto». Con questo compromesso, l’obiettivo è arrivare a un accordo tra tutte le istituzioni. Giusti è convinto che questo progetto sia stato fatto “a regola d’arte”.
In pratica, la soluzione “a regola d’arte” ovvero il compromesso (ma mi verrebbe più da definirlo “ripiego” o “scappatoia”) è totalmente legato alla definizione di una mera (seppur importantissima, sia chiaro) questione ambientale; salvo dettagli ulteriori che nel caso sono ben felice di poter ricevere da chi li abbia, non mi sembra che tale “compromesso” contempli anche una riflessione (meglio sarebbe una concreta valutazione) circa l’aspetto culturale e antropologico di una realizzazione del genere – si veda al riguardo lo Studio di Impatto Ambientale del progetto in questione. Sia chiaro: la cosa non mi sorprende più di tanto, dal momento che riflessioni e valutazioni del genere sono pressoché assenti – anzi, per meglio dire, sono chimeriche – nei dibattiti intorno a progetti di questa portata. Eppure, non ragionare su come l’elaborazione culturale del paesaggio verrà modificata dall’installazione delle grandi pale eoliche, ovvero su come verrà alterata (non è detto in peggio, voglio precisarlo) l’identità di luogo di quella zona e dunque, di conseguenza, come varierà l’appropriazione culturale del luogo in senso identitario per i suoi abitanti, credo rappresenti una mancanza non indifferente, soprattutto se si vuole affrontare una valutazione complessiva di tali grandi antropizzazioni non solo riguardo lo spazio ma pure riguardo il tempo, e non un tempo prossimo ma il più possibile proteso al futuro. Potrebbe sembrare, di primo acchito, una discussione sul sesso degli angeli; in verità, la storia degli ultimi due secoli di antropizzazione e di territorializzazione dei luoghi naturali, soprattutto quando di pregio come quelli rurali-montani, è ricolma di casi di sottovalutazione della portata culturale e antropologica delle opere eseguite, sia di minima e pur evidente importanza fino a certi grandi interventi che hanno letteralmente stravolto il carattere e l’identità dei territori in questione, stravolgendo in tal modo pure la relazione con essi dei loro abitanti fino a causare conseguenze psico-sociali ben rilevate e rilevabili quali spaesamento, alienazione, perdita del legame identitario e della relazione storica (ovvero, per dirla in modo più suggestivo, del dialogo con il Genius Loci del territorio). Tutte circostanze che poi si ritrovano alla base dei fenomeni di spopolamento e di degrado socioeconomico e paesaggistico dei territori in questione i quali fenomeni, una volta avviati, è quasi impossibile arrestarli se non nel giro di qualche generazione e solo con un gran lavoro di rialfabetizzazione antropologica vero i territori e i luoghi nonché con una riscoperta dell’identità di essi – sempre che col tempo non sia siano definitivamente trasformati in “non luoghi”.
Tutto ciò, lo ribadisco una volta ancora come ho fatto in quel mio articolo sul Parco Eolico del Gottardo, senza voler esprimere giudizi, ora, sulla bontà o meno di tali opere: non sto dicendo che le grandi pale eoliche abbruttiscano e guastino i territori ove vengono installate e nemmeno che viceversa li rendano più belli, affascinanti o futuristici. Voglio solo caldeggiare la necessità di una più approfondita riflessione sulla realizzazione di queste grandi infrastrutture, lontana dalle mere strumentalizzazioni ideologiche, dalle fascinazioni tecnologiche o dalle considerazioni estetiche ma pure dalle più rudimentali convenienze economiche; una riflessione di natura primariamente culturale, al fine di capire e aver la piena consapevolezza circa cosa accade, al paesaggio di pregio, quando in esso si piazzano un tot di enormi pale eoliche alte 160 metri e più, e cosa di conseguenza accade dentro chi quel territorio abita, vive e riconosce come geografia identitaria e referenziale.
Per il momento, ripeto, una riflessione del genere non la vedo ancora e credo sia un peccato, questa mancanza.
[Prato Nevoso (Cuneo), non esattamente tra gli esempi più virtuosi di urbanizzazione dei territori montani. Foto di Mizardellorsa, opera propria, CC BY 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Le comunità alpine, spesso colonizzate mentalmente attraverso forme di persuasione subliminale a opera dell’immaginario urbano e metropolitano, corrono il rischio di non riuscire a prevedere e programmare sensatamente gli scenari futuri dei loro territori. Se viene meno la capacità, da parte delle comunità, di potersi identificare con i luoghi da esse abitati e costruiti, l’identità rimarrà una mera petizione di principio vuota, sterile, persino controproducente. Senza un continuo processo di identificazione comunitaria con i territori, il rapporto fra popolazione e spazio vissuto rischia di diventare schizofrenico.