Il fatto di abitare dove abito, cioè in montagna, e di doverci quotidianamente rientrare salendo dal “piano”, in questo periodo mi regala una – per così dire – “visione contraria” del tramonto tanto fantasiosa quanto suggestiva.
Già, perché salendo verso casa intorno alle 19.30, come faccio solitamente, con un viaggio automobilistico di circa 15 minuti, mi ritrovo nella condizione ambientale in forza della quale per chi è in basso il Sole è già tramontato dietro i monti a occidente, mentre per chi è in alto è ancora visibile sopra l’orizzonte: dunque io (e quelli che compiono la stessa cosa), salendo dal basso, man mano che percorro la strada godo della visione del Sole che (ri)sorge, sbucando da dietro quella linea montuosa a ponente. Parto da una zona ormai calata nell’ombra serale e arrivo a casa nella piena luce del Sole.
Il quale poi, di lì a breve, riprende anche per me la sua inesorabile discesa oltre l’orizzonte ma, almeno per quegli attimi che vi ho descritto, solo dopo avermi regalato la possibilità di godere di un’ultima immaginosa suggestione diurna. Be’, magari ingenua e banale, eppure assai allietante, già.
[Sentieri di casa.]In questi mesi, durante le varie “colorature” più scure della mia regione e i relativi lock down, con le restrizioni agli spostamenti che comportano, non potendo praticare l’amato vagabondaggio per paesaggi tanto naturali quanto urbani lontani dalle mie parti mi sono dedicato – con il prezioso aiuto di Loki, il mio segretario personale a forma di cane il quale si dimostra pure un ottimo “segugio di sentieri” – ne sto approfittando per riscoprire itinerari appena fuori casa (nel senso letterale della definizione) e luoghi che facevano da meta alle passeggiate di quand’ero bambino con i genitori o i nonni. Una pratica che peraltro, in questi giorni di transito dall’inverno alla primavera, si rivela particolarmente piacevole, con le temperature diurne miti, la luminosità già da “bella stagione”, il bosco ancora assopito ma i prati già puntinati di innumerevoli e coloratissime fioriture – nonché, devo ammettere, l’assenza quasi totale di disturbi antropici, almeno in certe zone particolarmente “remote” seppur situate a poche centinaia di metri di distanza dalla “civiltà”.
In tal senso, sto cercando di trasformare questo periodo difficile dettato dal Covid-19, che possiamo definire come di “crisi”, in ciò che l’etimo della parola suggerisce: un momento di riflessione ovvero, per meglio dire nel mio caso, di rivalutazione e riscoperta, ricco di numerose sfumature positive e illuminanti. Ad esempio, riguardo come ogni luogo abitato e vissuto, anche geograficamente limitato, contiene sempre un proprio piccolo/grande mondo la cui esplorazione può veramente risultare interminabile, se vissuta con occhi sempre attenti, curiosi e sensibili. Formalmente, non c’è bisogno di andare chissà dove, per “esplorare” e scoprire cose nuove: si possono trovare nella terra più remota e sperduta a migliaia di km di distanza così come a pochi passi da casa. Come ho già scritto altrove, la cosa meravigliosa dell’infinito è che comincia appena oltre la punta dei tuoi piedi.
Inoltre, nel tornare ora a ripercorre cammini e visitare luoghi che frequentavo da bambino, e (anche) attraverso i quali si è formata la mia sensibilità verso la percezione del mondo d’intorno e l’elaborazione dei suoi paesaggi, mi sto nuovamente rendendo conto che il tempo è veramente qualcosa che passa solo perché noi pensiamo e crediamo che sia così, per una nostra convenzione alla quale decidiamo funzionalmente di sottostare. In verità, ha ragione la fisica contemporanea quando attesta che il tempo non esiste, sulla microscopica scala umana, se non in funzione dello spazio: in tal caso, cioè nelle circostanze delle quali vi sto scrivendo qui, lo spazio è quello vissuto, per poco o per tanto, e che proprio grazie al mio (nostro) vissuto diventa “luogo” dotato di un valore che il tempo non può scalfire.
In fondo anche per questo il luogo più limitato – quello dove magari viviamo, posto appena fuori la porta di casa, ripeto – può assumere le “sembianze” dell’infinito, come accennavo prima: ed è una peculiarità, questa, che proprio in questo periodo di difficoltà e confinamenti più o meno stringenti credo possa tornare assolutamente utile e piacevole se non parecchio sorprendente, già.
I cammini di Orobie è la nuova collana di guide escursionistiche della rivista “Orobie”, nata per far conoscere la bellezza e la storia delle montagne di tutta la Lombardia. Un invito a percorrere con “occhi nuovi” questi itinerari e a frequentare le montagne per mantenerle vive.
Come intuirete dall’immagine qui sopra, “I cammini di Orobie” è anche una pagina facebook, sulla quale potete seguire lo sviluppo della collana e restare informati su tutte le novità e gli eventi al riguardo. Cliccateci sopra per visitarla.
A inaugurare la collana – altra cosa che ormai saprete bene – è la guida “DOL dei Tre Signori”, curata da Sara Invernizzi, Ruggero Meles e dallo scrivente, che porta i suoi lettori alla scoperta della Dorsale Orobica Lecchese (DOL), già protagonista dell’edizione 2017 di “In viaggio sulle Orobie”. Un cammino dalla storia millenaria che unisce le province di Bergamo, Lecco e Sondrio e attraversa territori ricchi di bellezza, tradizione e saperi nati dal profondo intreccio fra uomo e natura. Sette le tappe proposte, dalla stazione ferroviaria di Bergamo a Colico (Lecco) o Morbegno (Sondrio). Abbinati alla guida, la carta escursionistica e il collegamento tramite QR code alla App Orobie Active. La guida “DOL dei Tre Signori” è stata realizzata grazie al sostegno di Italcementi, con un progetto a cura di Moma Comunicazione in collaborazione con ERSAF – Ente regionale per i servizi all’agricoltura e alle foreste e Regione Lombardia.
Vi ricordo che attualmente la guida “Dol dei Tre Signori” è in edicola come allegato al quotidiano “La Provincia di Lecco”: cliccate qui per saperne di più, oppure cliccate qui per conoscere ogni dettaglio riguardo il volume.
Questa bellissima e assolutamente primaverile fioritura di crochi – in un paesaggio alpestre altrettanto sublime – è stata immortalata da Roberto Ganassa in Val Biandino, laterale della Valsassina e tra le più belle zone di montagna delle Alpi Bergamasche Occidentali. Se indovinate quale sia la (celeberrima) vetta più alta laggiù in fondo alla valle, forse intuirete pure il perché vi sto proponendo questa immagine (è facile, e comunque non è solo una questione di “consonanza stagionale), altrimenti… aspettate fino a lunedì e, qui sul blog, lo potrete sapere! 😉
[Foto di Natalia Kollegova da Pixabay.]Siamo negli ultimi giorni della stagione invernale, qualche fiocco di neve che testardamente cade dal cielo attesta il tentativo dell’inverno di farsi ancora vivo e presente per non andarsene via bistrattato da tutti. Ma ormai la primavera è alle porte, non lo attesta solo il calendario: s’è fatta già annunciare distintamente con alcune recenti giornate assai miti e radiose.
Nonostante il freddo notturno che persiste, appunto, sui monti la neve svanisce a vista d’occhio, quasi, e giorno dopo giorno gli squarci verdi d’erba e grigi di rocce, ormai liberi dalla copertura nevosa, si fanno sempre più estesi, ampliandosi come s’estende la luminosità del cielo, s’allungano le giornate e s’allarga il cuore nel crescente scoppio di entusiasmo naturale primaverile. In tal senso, per molti la neve che si scoglie sui monti genera l’allegria fremente di un ritorno alla vita, in altri invece incute una certa inopinata malinconia: vi è certamente una forte suggestione di matrice “poetica” in questo periodo di passaggio stagionale, di uscita dal gelo e dal buio invernale verso la luce e il caldo estivo, di trasformazione del paesaggio, di esplosione cromatica, e tutto con maggior evidenza e rapidità di quanto accade nell’altro periodo di cambiamento naturale, quello autunnale. Sedersi su un prato di montagna che si sta liberando dalla neve permette quasi di sentire il rumore di ogni singolo fiocco nevoso che svanisce, dei rigagnoli di acqua di fusione che si moltiplicano per quanto il Sole si faccia più caldo, o magari – con un quid di visionarietà, che non fa mai male – di percepire tra i fili d’erba ancora in gran parte prostrati la spinta dei boccioli dei primi fiori appena sotto l’umido terriccio superficiale, nel mentre che dal bosco illuminato da una luce ormai potente si fanno sempre più udire gli uccelli con il loro canto, quando fino a solo qualche giorno prima nell’ombra del monte il silenzio acuiva la perentorietà del dominio invernale.
In ogni caso, a prescindere dai diversificati stati d’animo che chiunque può generare dentro di sé in questi giorni, chi si mostra sensibile alla Natura e alla biosfera sa bene che il periodo dello scioglimento della neve, fenomeno ovviamente dipendente da quanta ne è caduta durante l’inverno, alle nostre latitudini è uno dei più importanti e potenzialmente vitali per l’ambiente naturale, dacché da esso dipende buona parte della bella stagione e delle sue condizioni biologiche, con tutto ciò che ne consegue per uomini, piante e animali e per la loro esistenza fino almeno al prossimo autunno – anche al netto delle piogge che nei mesi successivi potranno cadere. Niente come la neve invernale che si scioglie apporta acqua al paesaggio idrico e a qualsiasi cosa che da esso dipende – in primis la nostra sete! – per tale motivo ciò che accadrà al fenomeno nivologico in forza dei cambiamenti climatici in atto è qualcosa di realmente fondamentale per il nostro futuro, al pari dell’andamento dei ghiacciai – a loro volta dipendenti dalla neve caduta durante i mesi freddi.
Quella che vedete sciogliersi sui monti, ora che viene la primavera e le giornate si fanno via via più miti, è neve ma non solo: è vita, in forma liquida, che segna lo scorrere del tempo, trasforma il paesaggio, nutre la terra e ci permette di continuare la nostra esistenza quotidiana. È delicata poesia naturale e concreto pragmatismo quotidiano, fenomeno naturale “ineluttabile” tanto quanto opportunità da comprendere e godere. Ed è sempre e comunque un’ennesima, potente manifestazione di bellezza che possiamo ammirare e contemplare con la mente e della quale al contempo nutrire il cuore, l’animo e lo spirito. Perché ogni cosa nel paesaggio naturale, anche quella apparentemente più normale e “ovvia”, ha un messaggio da raccontarci, da comprendere e da fare nostro, ed è bene non dimenticarlo mai.