Un (ennesimo) inverno indegno

L’inverno che sta per finire è stato, a mio modo di vedere, un’altra stagione indegna per l’Europa e la sua civiltà, in tema di gestione dei flussi migratori. Oltre a quella ormai cronica nel contesto mediterraneo, la situazione venutasi a generare degli stati balcanici occidentali testimoniata dalle immagini che pubblico qui – solo alcune tra le innumerevoli che si posso trovare sul web – semplicemente non può essere accettata da nessuno. È vergognosa, ignobile, inumana: oggi, anno 2020/2021, peraltro dopo tutte le tante parole spese sulla questione negli anni scorsi non si possono trattare degli esseri umani in questo modo, punto.

Tutto quanto, lo ribadisco ancora una volta (qui trovate alcuni miei contributi sul tema), nasce a mio parere dal fatto che la politica, nei vari ambiti nazionali e in quello internazionale, continua a non considerare la questione immigrazione innanzi tutto dal punto di vista sociologico e antropologico, prima che da quello della gestione politica, in forza di ciò continuando (non certo inconsapevolmente) a non comprenderne la realtà e la portata fenomenologica in quegli ambiti citati oltre che sotto l’aspetto prettamente geopolitico. La questione viene indefessamente trattata a livello emergenziale, in senso strettamente sincronico al suo accadimento, senza alcuna visione diacronica e geografica, regolarmente oggettivizzata e strumentalizzata – in ogni senso, sovranista e xenofobo o globalista e buonista o che altro – in base agli interessi del momento oltre che per profonda ignoranza culturale, il che inevitabilmente ne disumanizza la realtà portando alle conseguenze che le immagini fotografiche illustrano.

Io non ho per nulla – e ribadisco: per nulla – una visione ideologica e strumentale della questione, rifuggo qualsivoglia bieco sovranismo o sconsiderato globalismo, non osservo quando accade nel Mediterraneo o nei Balcani oppure altrove come fosse mera cronaca e fonte di vuoto “opinionismo” ma, appunto, non posso non considerare tutto quanto se non partendo dal suo chiaro e potente senso culturale ovvero socioantropologico. Poi viene tutto il resto, ma nulla può venire se non si “entra” nella questione da quella porta analitica fondamentale, quando ogni altro “ingresso” non è che una forzatura distorcente e inesorabilmente degradante. Non sono sovranista o globalista, sono umanista, e non solo nell’accezione geografica o filosofica del termine ma soprattutto perché umano, io esattamente come gli individui ritratti nelle immagini qui presenti e coinvolti nelle varie situazioni correlate.

Per tali motivi ritengo ineluttabilmente quelle immagini e quelle situazioni inaccettabili e vergognose, tanto più che accadono nella parte formalmente più civile e avanzata del pianeta. Per farla breve: o si permette a quelle persone che decidono di migrare di restare nei propri paesi d’origine garantendo loro un’esistenza dignitosa così che non siano costretti a partire (ma è un’evenienza che mi sembra ancora assai lontana dal poter essere realizzata, visto poi lo scarso impegno dei paesi più avanzati al riguardo), oppure, se li si fa partire, li si deve accogliere altrettanto dignitosamente, compatibilmente con le possibilità dei luoghi d’accoglienza e come l’umanità di noi che “umani” ci definiamo, di nome, di fatto e per “virtù”, impone a qualsiasi individuo che non stia commettendo gravi misfatti. Ogni altra eventualità che porti a situazioni come quelle in corso nei Balcani o altrove è un atto criminale, ne più ne meno.

Ecco, io la penso così.

P.S.: qui potete scaricare gratuitamente il dossier La rotta balcanica. I migranti senza diritti nel cuore dell’Europa, edizione aggiornata a cura della rete RiVolti ai Balcani. Cliccando poi i link di origine delle varie immagini, nell’elenco qui sotto, potete raggiungere altri contenuti sul tema.

[Fonti originarie delle immagini: https://www.open.online/2021/02/21/campo-profughi-lipa-silvia-maraone-intervista-video/, https://twitter.com/bentivoglimarco/status/1352141306710159362, https://twitter.com/bentivoglimarco/status/1352141306710159362, https://www.farodiroma.it/il-tema-dei-migranti-non-puo-essere-tralasciato-nella-trattativa-del-governo-draghi-invece-per-inseguire-una-coesione-politica-lo-si-ignora/, https://finnegans.it/balcani-la-rotta-dei-disperati-di-diego-lorenzi/, https://www.fanpage.it/politica/perche-a-nessuno-interessa-della-catastrofe-umanitaria-dei-migranti-in-bosnia/]

Una nostalgia, forse

[Milano al tempo del lockdown totale per il Covid-19, tra marzo e maggio 2020. Immagine tratta da qui.]
Nei giorni in cui si “celebra” un anno di presenza del coronavirus, io poi so già che, quando finalmente sarà passata tutta questa conseguente pandemia e la gente rapidamente se la scorderà con tutti i suoi annessi e connessi, un po’ a me i lockdown mi mancheranno, penso.
Al netto dei disagi che provoca(va)no, ovviamente, e a prescindere che fossero (siano) utili oppure no, non intendo quello; piuttosto penso all’occasionale, imposta ma pure potenzialmente fruttuosa circostanza che genera(va)no, la manifestazione concreta nella realtà di un momento di crisi che, in quanto tale, poteva, doveva, può e deve diventare occasione di meditazione, ripensamento, discernimento, rinnovamento: qualcosa che, da creature intelligenti e senzienti che diciamo di essere, dovremmo fare sempre e invece non facciamo mai. Un momento obbligato che in tal senso dunque – ribadisco, al di là di tutti problemi ad esso legati – non era (è) per nulla qualcosa di così negativo, ovvero sarà qualcosa che, forse, finiremo per rimpiangere.
Almeno io sì, credo.

La storia fa rima

[Immagine tratta da tg.la7.it, qui.]

Oggi è il Covid-19, allora era l’influenza spagnola a provocare una pandemia a livello planetario. Nonostante sia passato un secolo – cent’anni di progressi scientifici, tecnologici, medici, sociali, economici, eccetera – i sistemi di difesa basilari dal contagio sono ancora gli stessi; forse inevitabilmente, forse no.
«La storia non si ripete ma fa rima con se stessa» disse (pare) Mark Twain. Be’, anche in tal caso non è cambiato nulla e probabilmente mai cambierà. Già.

P.S.: anche il cartello indossato dal tizio a destra («Indossa una mascherina, o vai in prigione») per molti aspetti potrebbe essere alquanto valido, un secolo dopo.

Due possibilità

[Foto di Gerhard G. da Pixabay.]
Io comunque vorrei (riba)dire, a quelli che guidano l’auto con in mano lo smartphone leggendo/ascoltando i messaggi delle chat o scrivendone/registrandone di loro, nel mentre che in forza di ciò quella loro auto procede a scatti, sbanda, supera la mezzeria, curva in contromano e quant’altro di analogo, che in tali circostanze hanno due possibilità: o accostare e fermarsi, per inviare i loro messaggi o leggere quelli degli amici senza ulteriori rischi per se stessi e per gli altri, oppure ribaltarsi alla prima occasione (o curva) utile, senza farsi del male ma distruggendo la propria auto ed eliminando così qualsiasi ulteriore rischio – per gli altri senza dubbio.

È una bella fortuna avere a disposizione due possibilità così diverse eppure, a loro modo, ugualmente interessanti, non trovate?

 

L’estinzione imminente dei giornali

È sempre molto interessante e magari entusiasmante, da un lato, ovvero inquietante e desolante dall’altro, constatare anno dopo anno il declino inesorabile della vendita dei giornali cartacei e del “quotidiano” come strumento di informazione in sé, nella forma attuale destinati nel giro di breve tempo ad estinguersi. Un declino le cui cause hanno spesso la forma di colpe, dei giornali stessi e delle redazioni che li editano, e sulla qual evenienza ognuno può pensarla come vuole, appunto. Per quanto mi riguarda, dal punto di vista storico trovo la cosa drammatica, da quello della contemporaneità molto meno.


In ogni caso pare che nemmeno i confinamenti da lockdown antipandemia, con le edicole tra i pochi esercizi rimasti aperti e la gente a casa potenzialmente in possesso del tempo per poter leggere di più, abbiano invertito la tendenza: cosa che segnala l’irreversibilità pressoché definitiva del fenomeno, che in modi più o meno cospicui colpisce praticamente tutti i giornali italiani con alcuni casi particolarmente interessanti: quello dei quotidiani sportivi, ad esempio, tra i più in caduta libera, o quello di “Avvenire”, l’unico tra le testate maggiori ad aver aumentato le vendite nel periodo 2013-2020 il che, visto il giornale in questione e chi ne è l’editore, non si può che definire un “miracolo”!


Permettetemi tuttavia un personale appunto gioioso, riguardante un “quotidiano” che, a mio modo di vedere, non dovrebbe stare nella classifica qui pubblicata e nemmeno nella categoria “organi di informazione” in genere, posto che per giunta s’intasca un sacco di denaro pubblico – 2.600.223,29 Euro, nel 2019 – che i suoi articoli rendono non solo ingiustificato ma pure depredato: il giornale in questione è ovviamente “Libero”, e la mia soddisfazione deriva dal fatto che nemmeno le continue e inqualificabili ospitate televisive del suo ignobile “direttore” stanno salvando il giornale da una morte certa e, spero, rapida. Ecco.

Le classifiche qui pubblicate le ho tratte da questo articolo de “Il Post” (uno dei migliori organi di informazione italiani in assoluto, oggi, quantunque a volte non mi trovi d’accordo con i suoi testi ma per fortuna che sia così!), da leggere anche per conoscere ulteriori approfondimenti sulla questione.