Martedì 4 marzo a Bergamo, per discutere di un futuro senza (r)impianti per le nostre montagne

Martedì prossimo 4 marzo, a Bergamo, si tornerà a discutere intorno al contestato progetto di collegamento sciistico tra i comprensori di Colere (Val di Scalve) e Lizzola (Valle Seriana) e delle conseguenze che si potrebbero generare dalla sua realizzazione in un territorio che presenta varie criticità, in parte tipiche della montagna italiana e per altri versi specifiche di tale porzione delle Prealpi orobiche, peraltro ricca di grande bellezza naturale e innumerevoli potenzialità turistiche e non solo. Un progetto che, per quanto propone e per il peso finanziario che prevede, in gran parte supportato da soldi pubblici, è rapidamente assurto agli onori delle cronache nazionali come caso emblematico intorno alla questione dell’industria sciistica e del suo modello turistico monoculturale nella complessa realtà attuale delle nostre montagne.

Il tutto mentre la petizione aperta dal Collettivo “TerreAlt(r)e” su Change.org ha superato le 26mila firme e veleggia rapidamente verso le 30mila, segno inequivocabile di un sentimento diffuso contrario al progetto e alla proposta politica che vi sta alla base, evidentemente ritenuta sconveniente al territorio in questione e alla comunità che vi risiede, in aggiunta ai numerosi rilievi tecnico-scientifici che da tempo rimarcano le problematicità del progetto proposto.

Trovate le info sulla serata nella locandina lì sopra (se ci cliccate sopra la potete scaricare in pdf) e, ovviamente, l’invito a parteciparvi è caloroso, non fosse altro perché si avrà l’occasione di dibattere su uno degli angoli più belli e preziosi delle Alpi lombarde e sulle sue future, emblematiche sorti.

P.S.: qui trovate tutti gli articoli che negli ultimi mesi ho dedicato alla questione Colere-Lizzola.

Non è così che Regione Lombardia può aiutare i territori montani, come invece dice di fare!

[Veduta di Vilminore di Scalve, con la Presolana sullo sfondo.]
Leggo sulla stampa (qui, ad esempio) che Regione Lombardia ha stanziato per l’anno 2025 alle Comunità Montane della regione 11 milioni di Euro, per «aiutare i territori montani, costituiti da piccoli comuni situati spesso in zone svantaggiate, e nel garantire servizi ai cittadini che li abitano. Grazie alle risorse messe a disposizione proseguiamo l’importante lavoro di valorizzazione delle Comunità montane.»

L’articolo riporta che in Lombardia le Comunità montane sono 23, con una popolazione complessiva di oltre 1,2 milioni di abitanti ripartita in 510 Comuni: in pratica fanno poco più di 9 Euro per abitante.

La stessa Regione Lombardia, nel frattempo, potrebbe spendere almeno 30 milioni di Euro per sostenere il progetto di collegamento sciistico tra Colere e Lizzola, avversato da più parti per evidenti ragioni di insostenibilità economica e ambientale nonché per l’obsolescenza di un progetto del genere in un territorio montano nel quale, per le sue specificità, è tanto inevitabile quanto vantaggiosa la transizione a modelli turistici più consoni alla realtà presente e del territorio stesso, dunque ben più funzionali al sostegno generale e durevole delle comunità residenti.

30 milioni di Euro se non di più per un solo comprensorio sciistico, e a diretto vantaggio di una sola società privata, e 11 milioni di Euro per tutte le Comunità Montane lombarde. Senza contare i tanti altri progetti (sciistici, ma non solo) di simile natura e altrettanta incongruenza che vengono o potrebbero essere finanziati da soldi pubblici regionali.

Trovate che vi sia una logica, in tutto ciò?

Magari voi sì. Io no.

Non credo che per «aiutare i territori montani, costituiti da piccoli comuni situati spesso in zone svantaggiate, e nel garantire servizi ai cittadini che li abitano» si debba politicamente e amministrativamente agire in questo modo. Infatti i servizi di base nei territori montani continuano a sparire mentre i tralicci dei nuovi impianti di risalita o i tubi dei sistemi di innevamento artificiale continuano a comparire, spesso su versanti e a quote dove le condizioni per sciare non ci sono già più ora, figuriamoci nei prossimi anni.

Credo invece che per «aiutare i territori montani, costituiti da piccoli comuni situati spesso in zone svantaggiate, e nel garantire servizi ai cittadini che li abitano» la maggior parte dei finanziamenti pubblici dovrebbero essere destinati a progetti di sviluppo territoriale generale strutturati sul medio lungo termine che mettano in rete tutte le componenti sociali della comunità e sostengano tutte le economie locali, tra le quali certamente anche quella turistica (elemento importante e necessario ma in tali circostanze non più egemonico), con preminenza data a quelle le cui ricadute positive concrete vadano a vantaggio della più ampia parte di comunità residente, oltre che al sostegno dei servizi di base e ecosistemici necessari alla quotidianità degli abitanti e alle loro prospettive future di vita in loco.

[Una veduta della media Valtellina, dominata dalla mole del Monte Disgrazia. Foto di marco forno su Unsplash.]
Sono progetti di certo non semplici da elaborare che abbisognano di volontà politica, visione strategica, competenze tecnico-amministrative e culturali, ma quanto mai indispensabili alle nostre montagne così soggette a variabili e criticità complesse che non possono essere risolte con quelle ingenti elargizioni prive di logica e visione a realtà pressoché insostenibili, lasciando quanto avanza alle cose veramente importanti per le comunità residenti.

Anche perché, in territori tanto pregiati quanto fragili e delicati come quelli montani, gli errori di gestione nella politica locale si possono pagare cari e li paga la comunità residente. Sarebbe bene non dimenticarlo.

Il collegamento sciistico tra Colere e Lizzola, un caso emblematico come pochi altri sullo sci contemporaneo

Come era piuttosto facile immaginare, la questione del paventato collegamento sciistico tra i comprensori di Colere e di Lizzola, sulle Prealpi Bergamasche, per il quale si vorrebbero spendere 70 milioni di Euro di cui 50 pubblici (da Regione Lombardia e Ministero del Turismo, al netto di eventuali aumenti) creando un comprensorio di 50 km di piste in una zona quasi interamente sotto i 2000 metri di quota e sottoposta a varie tutele ambientali, non solo ha creato un vivace dibattito nei territori interessati ma pure suscitato un ampio interesse da parte della stampa, locale e nazionale. Ormai, da qualche settimana, ogni giorno o quasi esce un articolo sulla vicenda, sia sulla stampa locale che su quella nazionale: qui sotto trovate una minima rassegna stampa.

La sostanza del progetto in questione, le notevoli cifre in gioco a fronte del comprensorio limitato (in km di piste e in capacità concorrenziali con altre località sciistiche lombarde più grandi e strutturate), le specificità tanto ambientali quanto socio-economiche della zona sottoposta al progetto e in generale le riflessioni ormai ampie e inevitabili sul futuro dello sci, se non già sulla sua fine in certe località, stanno rendendo il “caso Colere-Lizzola” particolarmente emblematico della realtà dell’industria dello sci sulle montagne italiane, insieme ad alcuni altri parimenti significativi come quelli del Vallone delle Cime Bianche, del Monte San Primo o del Nevegal (tre dei tanti citabili al riguardo).

Per quanto mi riguarda, una posizione chiara e determinata sulla questione l’ho assunta pubblicamente ed è fermamente contraria al progetto non tanto e non solo per ragioni ambientali quanto per motivazioni socioeconomiche, culturali e politiche, proponendo di contro un’alternativa (una di quelle possibili) al modello sciistico monoculturale prospettato, in forza anche delle innumerevoli potenzialità che la zona tra alta Valle Seriana e Valle di Scalve possiede per sviluppare un turismo sostenibile, consono ai luoghi e di grande appeal, inserito in un piano di sviluppo territoriale generale che ponga al centro degli interessi complessivi innanzi tutto il territorio e la comunità locale.

[Il “masterplan” del progetto sciistico tra Lizzola e Colere. Immagine tratta da www.ecodibergamo.it.]
D’altro canto, proprio in tema di centralità ineludibile del territorio, della sua comunità, del suo sviluppo equilibrato e strutturato sulle specificità del luogo con una visione a lungo termine, in grado di emanciparsi dalla variabile climatica e da quella economica che già oggi incombe sul turismo sciistico, ciò che a mio parere deve restare fondamentale è la possibilità è che sia la stessa comunità a poter decidere le proprie sorti, cosa che ho rimarcato con fermezza negli incontri pubblici delle scorse settimane nei quali sono intervenuto. Una decisione civica, culturale e politica che deve essere informata, consapevole, responsabilizzata, forte di una costante interlocuzione sia con i soggetti istituzionali coinvolti che con quelli tecnico-scientifici, e che in generale deve essere una manifestazione chiara della relazione che i locali hanno con le proprie montagne, con il loro ambiente naturale, con il paesaggio: il segno di un’identità culturale forte e viva, ben conscia del fatto che le montagne sono le genti che le abitano e viceversa, dunque che qualsiasi cosa si faccia sui monti, in bene e in male, è come se la si facesse a chi li abita, alla loro esistenza, al loro futuro. Per questo ogni decisione al riguardo deve essere tanto approfondita e meditata quanto discussa e partecipata: in fondo anche questa è una specificità importante in grado di rendere la montagna un luogo diverso dagli altri antropizzati – oltre alla bellezza del suo paesaggio e alle meraviglie naturali che offre. Un luogo potente e insieme delicato nel quale la responsabilità delle azioni compiute deve essere il più possibile collegiale e condivisa.

Nel dualismo a volte concreto ma spesso forzato e deviante tra montagne e città, la dimensione comunitaria delle terre alte, che è ineludibile anche quando sia trascurata o ignorata, è una delle alterità fondamentali in grado di generare valore e identità a favore delle montagne, dunque a porre le basi per il loro miglior futuro possibile, sia esso basato sul turismo o su qualsiasi altra cosa. Perché se non c’è la comunità non c’è nemmeno il luogo, e se non c’è il luogo anche il turismo non può esistere e portare benefici ma si manifesterà nelle sue forme più devastanti, quelle che consumano i luoghi lasciando dietro di sé solo macerie, ambientali e sociali. In tal caso sì, per la montagna sarebbe veramente la fine.

Anche a Brescia da domani si vedrà bene il Vallone delle Cime Bianche in tutta la sua bellezza!

[Veduta del Vallone delle Cime Bianche. Immagine tratta da https://www.facebook.com/varasc.%5D
Mi rende sempre felice leggere di nuove serate dedicate al Vallone delle Cime Bianche, l’«ultimo vallone selvaggio» delle Alpi valdostane, e alla battaglia in sua difesa rispetto ai progetti funiviari e sciistici che lo devasterebbero, degradando un luogo tra i più straordinari delle Alpi occidentali assoggettandolo al business dell’industria dello sci – come se già non ce ne fossero a sufficienza di grandi comprensori sciistici a fronte di un mercato che da anni è considerato “maturo” e non cresce, mentre aumenta sempre più la richiesta dei vacanzieri montani di un turismo lento e sostenibile grazie al quale godere ben più profondamente della bellezza alpina e di luoghi più unici che rari come il Vallone.

Questa volta saranno gli amici del CAI di Brescia a poter scoprire e conoscere il mirabile fascino alpestre del Vallone delle Cime Bianche e ad approfondire le informazioni sul pericolo che sta correndo, grazie ai cari amici Annamaria Gremmo, Marco Soggetto e Francesco Sisti, infaticabili promotori del comitato “Insieme per Cime Bianche” e fautori del progetto fotografico indipendente “L’Ultimo Vallone Selvaggio. In difesa delle Cime Bianche” dal quale è nata la battaglia in corso.

L’ingresso e la partecipazione saranno, come sempre, liberi e assolutamente gratuiti. Nonché importantissimi, aggiungo.

Si tratterà della ventisettesima serata del progetto: tante, ma in realtà ancora poche, perché il Vallone delle Cime Bianche merita la conoscenza più ampia e diffusa nonché l’appoggio alla sua difesa di sempre più amici della montagna. Dunque, cento e più ancora di queste serate, e lunga vita al Vallone!

Per contribuire sempre e comunque alla difesa del Vallone:

Buone domande e valide risposte, sulle (e per le) montagne

[Regione del Voralberg nei dintorni di Bregenz, Austria. Foto di Lars Nissen da Pixabay.]
L’uomo è diventato il Sapiens dominatore del mondo anche perché, sfruttando le peculiarità in dono dall’evoluzione, ha saputo trovare più di altri animali le migliori risposte possibili alle domande che la scoperta del mondo e poi la vita quotidiana in esso gli poneva continuamente. Tutto ciò che “fa” la nostra esistenza terrena così dominante adattabile e resiliente è composto da domande e relative risposte, ovvero è il frutto di valide risposte date alle più varie e sovente complicate domande: il fatto che di queste seconde ne abbiamo ormai in abbondanza per molte delle domande che ci siamo posti nel corso del progresso della nostra civiltà non toglie che dobbiamo continuare a porci innumerevoli altre domande per mantenere costante quel progresso di cui godiamo. Non ci può essere errore – o colpa – più grande di dare tutto per scontato senza più chiedersi cose rispetto al mondo che viviamo e a noi che e siamo parte: purtroppo questa è una circostanza che sembra accadere sempre più spesso, oggi, indotta da certe caratteristiche deviate e travianti della nostra società contemporanea.

Tutto quanto sopra assume ancora più valore in quelle parti del mondo che si presentano particolarmente pregiate per la loro bellezza tanto quanto delicate e dunque più fragili di altre. Come le montagne, i cui territori, ambienti, paesaggi, richiedono ben più attenzione, sensibilità, consapevolezza, cura di – ad esempio – un hinterland metropolitano, fosse solo per le caratteristiche geomorfologiche e ambientali dei territori montani che d’altro canto rendono di default la residenza umana più difficile che in altri spazi abitati. Per fare un esempio banale: costruire qualsiasi manufatto in montagna impone di dover considerare moltissime variabili (ambientali, geologiche, architettoniche, urbanistiche, paesaggistiche, climatiche, eccetera) che non si presentano se lo stesso manufatto venisse costruito in pianura, magari in una città, ove le variabili sono molte meno e spesso più facilmente gestibili.

[Terrazzamenti in Valtellina. Immagine tratta da www.lombardianotizie.online.]
In baso a ciò, un territorio complesso come la montagna impone continuamente domande a chi lo deve abitare e vi ci si deve relazionare: le risposte a queste domande, vista la complessità montana, devono essere se possibile ancora più “esaustive” che altrove: perché non si va semplicemente a “far su qualcosa”, in montagna, ma si interviene – anche con il più piccolo manufatto – in un ambito estremamente delicato che rischia ogni volta di vedere rotti i numerosi equilibri sui quali si regge, si sviluppa e si salvaguarda. Chiaramente ciò non vuol dire che in montagna non si possa fare nulla, anzi: i montanari nei secoli hanno dimostrato di saper adattare la propria presenza all’ambiente montano, oggi le capacità tecnologiche e i saperi scientifici ci potrebbero consentire di fare di tutto e tutto quanto armonizzato ai territori, agli ambienti, ai paesaggi delle montagne. Quello che conta al riguardo, ribadisco, è porsi le domande su ciò che si vuol fare e darsi le migliori risposte possibili.

Ecco: a volte mi sembra proprio che molte cose che vengono realizzate in montagna siano fatte in base a “risposte” che ci si è dati senza prima porsi alcuna buona domanda. Si pensi ai numerosi interventi di turistificazione di cui spesso si ha notizia dai media d’informazione, e che subito appaiono fuori contesto quando non palesemente scriteriati: secondo voi chi ne è promotore si è posto qualche domanda su ciò che voleva o vorrà fare prima di cominciare a farlo? A me pare di no.

[Il cantiere al Lago Bianco del Gavia, come si presentava nell’estate 2023.]
Si pensi a quel folle progetto, fortunatamente bloccato, di captare l’acqua del Lago Bianco al Passo di Gavia, in zona di massima tutela del Parco Nazionale dello Stelvio (si veda l’immagine qui sopra), per alimentare i cannoni delle piste da sci di Santa Caterina Valfurva: secondo voi chi lo stava realizzando si è posto qualche domanda su ciò che stava facendo?

Si pensi al progetto di nuovi impianti sciistici che si vorrebbero installare sul Monte San Primo, a poco più di 1000 metri di quota: secondo voi chi li propugna si è fatto qualche domanda al riguardo?

Si pensi al progetto funiviario e sciistico con il quale si vorrebbe infrastrutturare il Vallone delle Cime Bianche, ultima zona incontaminata tra i già enormi comprensori sciistici di Cervinia-Zermatt o del Monterosa Ski: secondo voi che lo realizzerebbe si è posto qualche domanda sull’impatto e sul portato generale di un intervento del genere?

Sono solo tre esempi (che propongo per la diretta conoscenza che ne ho) tra i tantissimi che si potrebbero fare al riguardo, e che a me sembra si basino tutti sullo stesso principio: darsi risposte funzionali e convenienti ai propri interessi e tornaconti – di chi sostiene tali progetti – senza farsi prima alcuna domanda al riguardo. Risposte pronte per le proprie mire materiali, le quali notoriamente non abbisognano di troppe domande, anzi, di nessuna, per seguire istinti personali sovente biechi e comunque, in quanto tali, mai in equilibro con i luoghi e gli ambiti ove si pretende di intervenire. Per di più, risposte che quasi sempre sono dei copia-incolla di cose fatte altrove (vedi i progetti di infrastrutturazione sciistica, appunto) che si ritiene valide ovunque senza nemmeno chiedersi se i territori assoggettati possano essere adatti al riguardo: come se le montagne fossero tutte uguali, e su ciascuna si potessero riprodurre gli stessi identici modelli. È una follia assoluta e un’inaccettabile banalizzazione dei territori montani nonché di rimando, e inesorabilmente, del destino delle comunità che li abitano.

[Veduta di Goldegg, nel Salisburghese, Austria. Foto di Ming SONG da Pixabay.]
Tutto questo, come ripeto a ogni buona occasione, rimanda innanzi tutto a una questione di buon senso. Quello stesso buon senso che è frutto dell’intelligenza la quale si coltiva con la ragione che serve a elaborare risposte alle domande che ci si formula così alimentando l’intelligenza. Un circolo virtuoso, come vedete, il quale se si rompe diventa subito un circolo vizioso che rapidamente e inesorabilmente genererà danni, tanto più posta la delicatezza e la fragilità dei territori montani.

Buon senso, tutto qui. Quello che tradizionalmente si riconosceva ai montanari proprio perché sapevano trovare risposte e soluzioni alle domande e ai problemi che poneva loro la montagna e la vita su di essa. Perché così spesso oggi questo buon senso sulle montagne non c’è più?

Ecco, questa è una domanda alla quale come non mai bisogna trovare le migliori risposte possibili.