Vajont, 60 anni

[Immagine tratta dalla pagina Facebook “I meravigliosi luoghi segreti del Triveneto“.]

Le Alpi italiane conservano anche due esempi di dighe dalla storia ben diversa, per nulla amena e anzi tragicamente emblematica: sbarramenti che, con un «senno di poi» che mai potrà scrollarsi di dosso tutta l’angosciante e imperitura drammaticità del caso, si possono definire la diga peggiore nel posto migliore e la diga migliore nel posto peggiore. […]
La diga migliore nel posto peggiore è, intuibilmente, quella del Vajont, la più immane tragedia nella storia causata da una diga, una vicenda narrata in innumerevoli modi e ormai celeberrima, come per il Gleno ma in proporzioni culturali ed emotive ancora maggiori tanto che, a differenza del caso bergamasco, non occorre qui ricordarne i dettagli.
Quello della diga a doppia curvatura del Vajont rappresenta realmente, e tragicamente, un caso paradossale, i cui termini da un lato esasperano l’angoscia del dramma provocato e dall’altro acuiscono il rimpianto riguardo l’opera in sé, che aveva e avrebbe tutti i crismi per essere considerata un autentico e insuperabile capolavoro anche nel momento della tragedia. […]
La diga era un autentico prodigio tecnologico, un successo assoluto dell’ingegneria italiana la quale realizzò un capolavoro incomparabile ma dimenticò di considerare tutto il resto, innanzi tutto gli innumerevoli e lapalissiani allarmi che il famigerato monte Toc lanciava da sempre e acuiva con il progressivo colmarsi del bacino, allarmi ai quali si univano quelli sempre più atterriti lanciati e manifestati da molti abitanti della valle e dai pochi tecnici che intuirono la tragedia che andava profilandosi, tentando vanamente di contrapporsi ai soggetti coinvolti nella costruzione. Il Vajont fu un miracolo ingegneristico trasformatosi in un incubo sociale e culturale terribile, anche per gli strascichi giudiziari e politici che ne derivarono e che, se possibile, resero ancor più tragica la vita ai superstiti. […]

Nel mio libro Il miracolo delle dighe. Breve storia di una emblematica relazione tra uomini e montagne, pubblicato da Fusta Editore, ho dovuto e voluto scrivere, inevitabilmente, del Vajont, della cui catastrofe oggi ricorrono sessant’anni esatti. In un testo nel quale ho indagato, analizzato e descritto la particolare relazione tra l’uomo e la montagna che le dighe rappresentano e l’emblematicità del paesaggio antropico che ne scaturisce, affrontare il tema del Vajont è stato necessario perché mai nella storia una diga, autentico capolavoro ingegneristico universalmente riconosciuto tale, ha trasformato il paesaggio non solo del territorio che ha subito la catastrofe ma di tutte le nostre montagne, e intendo il “paesaggio” nel senso più ampio, assoluto e drammatico del termine. Ne ha sostanzialmente cambiato il destino, per certi aspetti, con un retaggio culturale che da un lato è memoria sociale ineludibile e dall’altro è consapevolezza politica tutt’oggi consistente: ci si può rendere conto di ciò ogni qual volta il dibattito pubblico concerni il tema dell’energia idroelettrica.

A tal riguardo, così concludo il capitolo del mio libro dedicato al Vajont:

A volte si dice che «il tempo medica ogni ferita» ed è sostanzialmente vero, ma vi sono lesioni così profonde da poter forse essere curate ma mai del tutto guarite e fino ad oggi il Vajont, nella storia italiana del Novecento, è stata una delle più gravi e dolorose.

[La diga del Vajont completata, poche settimane prima della catastrofe. Foto di Di VENET01, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
P.S.: per la cronaca, la «diga peggiore nel posto migliore» raccontata nel libro è quella del Gleno, dal cui disastro a dicembre saranno passato cento anni esatti. Vajont 60, Gleno 100: due ricorrenze che cadono “rotonde” insieme, due drammi la cui memoria deve restare incancellabile.

Belluno, “Oltre le vette”, sabato 14 ottobre

Da oggi, 6 ottobre, parte l’edizione 2023 – la 27a –  di “Oltre le Vette. Metafore, uomini, luoghi della montagna, la storica e rinomata rassegna del Comune di Belluno divenuta ormai un punto di riferimento nella cultura della montagna per la quale ogni autunno, dal 1997, la città ai piedi delle Dolomiti diventa la capitale italiana. Quest’anno del ricco calendario di eventi che animeranno l’intera città avrò il grande onore di fare parte: sabato 14 ottobre alle ore 11.30 in Piazza dei Martiri, in centro a Belluno con partecipazione libera e gratuita, parteciperò al talk di “Un’ora per acclimatarsi” dal titolo Eredità idriche dal Vajont ai nuovi invasi. Nel salottino all’aperto, insieme a me che porterò l’esperienza maturata negli ultimi anni durante il lavoro di scrittura del mio libro Il miracolo delle dighe, ci saranno Pietro Lacasella (Alto Rilievo – Voci di Montagna), Michele Argenta (Ci sarà un bel clima), Luca Pianesi (Il Dolomiti), Sofia Farina (Pow – Protect Our Winters) – tutti quanti soggetti che curano l’iniziativa – e Giacomo Poletti, ingegnere ambientale ed esperto di meteorologia alpina.

Come suggerisce il titolo dell’incontro, sarà l’acqua delle montagne la protagonista principale del dibattito, un elemento quanto mai referenziale e identitario per i territori montani e al contempo variamente minacciato dai cambiamenti climatici e dalle attività antropiche. In tal senso la siccità del 2022 ha evidenziato le criticità economiche, ambientali, sociali e sanitarie che si possono verificare con l’inesorabile aumento delle temperature. Si è così tornati a discutere di bacini idrici come riserve per i periodi più critici e si è parlato addirittura di “guerre dell’acqua” tra chi l’aveva (il Trentino Alto Adige) e chi la chiedeva (la Lombardia e il Veneto). Invasi artificiali e dighe per molti sono la soluzione, ma come insegna il Vajont la natura non può essere sfruttata sempre e comunque. Il tema è di stretta attualità con il nuovo e dibattuto progetto della diga del Vanoi a cavallo tra Trentino e Bellunese. Quali sono gli scenari che ci aspettano nel futuro dal punto di vista idrico? Cosa possiamo (ancora) fare dell’acqua delle nostre montagne, e cosa sarebbe il caso di non dover fare più?

“Un’ora per acclimatarsi” è un format che offre incontri pubblici nei quali confrontarsi su temi di stringente interesse per il territorio e sulle diverse visioni di sviluppo, insieme a personalità di rilievo. Tre incontri di un’ora, ciascuno incentrato su un argomento diverso, in cui si parlerà di montagne, clima, ambiente e società. Dialoghi a più voci in cui si leggerà il presente e si cercherà di immaginare il futuro, sia alla luce della crisi climatica, sia attraverso le trasformazioni culturali che possano modellare una prospettiva migliore per le terre alte. Un’occasione di confronto, informale e aperta alla popolazione, al momento dell’aperitivo. A cura di Alto Rilievo, Ci sarà un bel clima, Il Dolomiti, POW – Protect Our Winters.

Nel sito web di “Oltre le vette” trovate il programma, i link per le prenotazioni degli eventi che le richiedono e tutte le informazioni utili per partecipare al festival – ma ricordate che tutti gli eventi di “Un’ora per acclimatarsi” sono liberi e gratuiti. Qui invece trovare un bell’articolo de “Il Dolomiti” che presenta nel dettaglio l’edizione di quest’anno.

Dunque, ci vediamo sabato 14 ottobre a Belluno! Sarà un gran piacere incontrarci di persona e parlare insieme di cose di montagna!

“Il miracolo delle dighe” su “OROBIE” di ottobre

Sul numero di ottobre di “OROBIE”, in edicola in questi giorni, potete trovare una bella “paginata” dedicata al mio libro Il miracolo delle dighe. Storia di una emblematica relazione tra uomini e montagne, inserita nell’articolo che la rivista ha dedicato agli impianti idroelettrici del Barbellino – citati anche nel mio libro – il quale è parte della serie che lungo l’intero anno in corso “OROBIE” ha dedicato alle opere legate all’energia idroelettrica che caratterizzano il paesaggio lombardo e allo sfruttamento delle risorse idriche alpine e prealpine. Ne parla anche il sito web, qui.

Ringrazio di cuore la redazione della rivista per aver dedicato al mio libro cotanto spazio e considerazione: ne sono sinceramente onorato, anche per come “OROBIE” rappresenti un’eccellenza editoriale ormai consolidata nella narrazione di alta qualità, tanto nei testi quanto nelle immagini fotografiche, del territorio della Lombardia montano e non, capace di offrire ai lettori storie, consigli e rivelazioni assolutamente importanti e preziose riguardo i territori narrati e a favore della loro conoscenza diffusa.

Ci “vediamo” in edicola, dunque!

Nel Cuore Della Montagna 2022

Esplorare le montagne camminando con Davide Sapienza significa esplorare la sapienza delle montagne camminando.

Non è un mero gioco di parole, è una delle tante definizioni di un lessico profondo e illuminante che si può ascoltare e parlare camminandoci sopra, sui sentieri che ne rappresentano la scrittura sul territorio, grazie a una guida preziosa e un interprete di quel lessico che lo conosce così bene da farne geopoesia: Davide Sapienza, appunto.

Se potete, partecipare a una (o più) delle uscite del calendario 2022 di “Nel Cuore Della Montagna” – lo vedete lì sopra: la prima è in programma domenica 31 luglio a Parre, in Val Seriana (Bergamo). Se non potete, spostate gli impegni così da potere. Se avete già partecipato, in passato, non serve invitarvi a farlo di nuovo. Se avete partecipato giù diverse volte, sappiate che perseverare non è sempre diabolico, anzi!

Apocalypse Now (al Rifugio Gherardi, sulle Alpi Bergamasche)

Eccoli, sono tornati! Non avevo dubbi che sarebbero ricomparsi!

Chi sono?

Sono quelli che «Ah, noi amiamo e valorizziamo la montagna!» Ah sì? Con gli elicotteri?

Quelli che «Suvvia, una domenica ogni tanto!» ma già nella sola bella stagione in corso l’elenco delle elicotterate si sta allungando… l’anno prossimo quante saranno, e in quanti posti?

Quelli che «raggiungere i rifugi ed esplorare le nostre montagne con l’elicottero significa rispondere adeguatamente alla nuova domanda del turismo 2.0», già, come no, due-punto-zero, con un mezzo rumoroso e inquinante che distrugge qualsiasi relazione culturale con il paesaggio montano – che poi, suvvia, quella dichiarazione lì sopra fa ridere anche senza nemmeno commentarla!

Quelli che «l’esperienza visiva e sensoriale di poter vedere il nostro territorio dall’alto è impressionante!» Ah, bene, allora distruggiamo le vette dei monti, che tanto non servono più! C’è l’elicottero per salire più in alto e vedere meglio, no?

Quelli che «In silenzio, sostando sulle rive del laghetto si può sentire il “respiro” delle montagne» e pensano veramente di essere seri e sembrare credibili, a dirlo pubblicamente.

Quelli che «così in montagna ci possono andare anche anziani e gente che fatica a camminare», ma intanto sulla locandina lì sopra non l’hanno nemmeno indicata, questa possibilità, ben sapendo (più o meno consciamente) quanto sia falsa.

Quelli che, dopo l’elicotterata, «al rifugio troverete pizzoccheri fatti a mano!» Che è un po’ come invitare a guidare l’auto superando tutti i limiti di velocità e passando ai semafori col rosso ma poi fermarsi con tutta calma a lavarla e lucidarla di fino. Una roba senza alcun senso, suvvia!

Quelli che, per di più, credono di rivalutare e salvaguardare in questi modi le montagne, mentre invece le degradano e ne sviliscono la bellezza, la conoscenza, il valore culturale e la consapevolezza ambientale.

Quelli che pensano di portare più gente al proprio rifugio con l’attrattiva degli elicotteri, e invece ne perderanno un sacco. Ad esempio ci sono io, che tante volte sono stato nel rifugio in questione, e che me ne guarderò bene dal tornarci, per parecchio tempo.

Quelli che sono rifugi del CAI, un associazione che si dice “ambientalista”. Eh già, proprio vero!

E poi ci fu quello che, tempo fa, disse:

«Un viaggiatore che parta per la montagna lo fa perché cerca la montagna, e credo che rimarrebbe assai contrariato se vi ritrovasse la città che ha appena lasciato.» [1]

Era Amé Gorret, un personaggio che credo non abbia bisogno di presentazioni per chiunque frequenti i monti, e scrisse quelle parole più di un secolo fa. Aveva già capito come certi “amanti e custodi della montagna” l’avrebbero ridotta, la montagna.

Lo sapranno, quelli del rifugio in questione, chi era l’Abbé Gorret? Sapranno leggere e soprattutto meditare quelle sue parole?

Per il bene presente e ancor più futuro della montagna, c’è solo da augurarselo.

[1] L. Colliard (a cura di), Abbé Amé Gorret: autobiographie et écrits divers, Valtournenche, 1987, pag.145. Citato in E. Camanni, La nuova vita delle Alpi, Bollati Boringhieri, 2002, pag.83.